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07/08/2026 ore 20.35
Attualità

Vitigni dimenticati da salvare, la missione di Calabria Wild Wine: «Il rischio è una perdita irreversibile»

Incendi, cambiamento climatico e abbandono delle campagne minacciano la biodiversità viticola calabrese. Vittorio Porpiglia e Giuseppe Ribuffo: «Non perderemmo soltanto biodiversità, ma anche conoscenza»

di Riccardo Montanaro

Calabria Wild Wine APS è un’associazione del Terzo Settore nata nel 2021 dall’incontro di passioni, competenze e visioni condivise, con un obiettivo chiaro: salvaguardare le antiche varietà di vite calabresi e, insieme ad esse, i paesaggi, le tradizioni e la memoria culturale legata al vino. In una regione che da oltre 3.500 anni è crocevia di civiltà e culla della biodiversità viticola europea, l’associazione opera sul campo per recuperare vitigni rari o a rischio di estinzione, contrastando l’abbandono delle campagne e l’omologazione agricola.

Dalla ricerca storica alle esplorazioni tra vigneti dimenticati, dal dialogo con anziani vignaioli alla creazione di campi di salvataggio tra Reggio Calabria e la Valle dell’Esaro, Calabria Wild Wine ha costruito un progetto concreto di tutela e studio della biodiversità viticola. Un impegno che oggi si intreccia con la ricerca scientifica, grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, e con iniziative di rinaturalizzazione urbana, valorizzazione del paesaggio e recupero della memoria materiale del vino calabrese, come la collezione di bottiglie storiche del Novecento. Un racconto che parla di identità, sostenibilità e futuro, partendo dalle radici più profonde di una terra che rischiava di perdere uno dei suoi patrimoni più preziosi.  Abbiamo sentito Vittorio Porpiglia e Giuseppe Ribuffo, presidente e vice presidente di Calabria wild wine.

Calabria Wild Wine nasce da un gruppo di amici: qual è stato il momento in cui avete capito che la vostra passione poteva trasformarsi in un progetto strutturato e di lungo periodo?
È stata una consapevolezza maturata nel 2020. A un certo punto abbiamo capito che, se volevamo davvero contribuire allo sviluppo del nostro territorio, dovevamo smettere di limitarci a raccontare ciò che non funzionava e provare ad agire in prima persona. Crediamo molto nell’idea che il cambiamento parta dall’impegno concreto di ciascuno, dal prendersi cura del luogo in cui vive e dal cercare di migliorarlo, anche attraverso il più piccolo gesto.

È così che abbiamo dato vita all’associazione e avviato due progetti paralleli: da una parte la ricerca e la salvaguardia dei vitigni antichi e autoctoni calabresi, dall’altra una serie di attività di rigenerazione culturale e cura del territorio a Scilla, dove Calabria Wild Wine ha la sua sede.

Durante le vostre ricerche avete incontrato vitigni rarissimi e storie umane fortissime: c’è una scoperta che più di tutte vi ha fatto capire l’urgenza di intervenire?
Più che una singola scoperta, è stato il contrasto tra due realtà a farci capire quanto fosse urgente intervenire: da una parte la straordinaria ricchezza di biodiversità viticola che la Calabria conserva ancora oggi, dall’altra la velocità con cui questo patrimonio rischia di scomparire.

Dopo tanti anni di ricerche e migliaia di chilometri percorsi tra i vecchi vigneti marginali di tutta la Calabria abbiamo trovato cultivar locali rarissime, vitigni arrivati nei secoli da altre parti del mondo, persino profili genetici del tutto sconosciuti alla scienza e anche la rara vite selvatica, lungo le fiumare dell’Aspromonte.

Man mano che andavamo avanti con le ricerche sul campo e approfondivamo lo studio delle pubblicazioni scientifiche più recenti e le fonti storiche, ci rendevamo conto di quanto fosse grande il patrimonio legato alla vite e al vino che la Calabria custodisce ancora oggi. Un patrimonio ricchissimo, ma ancora in gran parte dimenticato o poco divulgato. Allo stesso tempo, abbiamo visto quanto fosse fragile. Lo spopolamento delle campagne, gli incendi e il cambiamento climatico stanno accelerando la perdita di biodiversità. È stato allora che abbiamo capito l’urgenza.

I campi di salvataggio rappresentano il cuore del vostro lavoro: che valore hanno, oggi, non solo dal punto di vista agricolo ma anche culturale e scientifico?
I campi di salvataggio sono dei terreni destinati ad accogliere le piante di vite che stiamo recuperando lungo tutta la Calabria. Quando ci siamo resi conto di quanto fosse concreto il rischio di perdere queste antiche varietà, abbiamo capito che non bastava individuarle e documentarle: bisognava anche portarle fisicamente in salvo.

Ma oltre alla loro protezione abbiamo pensato che fosse necessario metterle a disposizione della comunità scientifica.
I campi nascono anche dall’esempio di chi aveva iniziato un’attività simile molto prima di noi. Primo fra tutti, il professor Orlando Sculli, tra i maggiori conoscitori della storia vitivinicola della Calabria. Nel corso di oltre quarant’anni di ricerche ha censito centinaia di palmenti e raccolto nel suo campo centinaia di viti e di piante antiche di ogni genere.

Con lui, nel 2020, è nata una bella amicizia e una collaborazione che continua ancora oggi. Per noi è da sempre un punto di riferimento, non solo per la sua esperienza e la sua sapienza, ma anche per la tenacia con cui custodisce e racconta la biodiversità della nostra regione.

Un’altra fonte d’ispirazione è stata Rocco Picone, viticoltore che già negli anni Ottanta creò a Scilla un piccolo campo sperimentale per salvaguardare e studiare i vitigni della Costa Viola.

Oggi abbiamo due campi di salvataggio che accolgono oltre 180 accessioni di piante: uno in provincia di Reggio Calabria e uno nella Valle dell’Esaro, in provincia di Cosenza. Quest’ultimo si trova all’interno dell’azienda agricola dell’artista Domenico Grosso, che ci ha messo a disposizione uno spazio per custodire e studiare i vitigni recuperati e con cui è nata una bella collaborazione.
La particolarità è che il campo di salvataggio è immerso tra le sculture e le installazioni realizzate da Domenico, opere sbalorditive che invitano a riflettere sul rapporto tra uomo, ambiente e memoria.

Oltre al dato genetico, ogni pianta porta con sé anche una storia e quando è possibile, cerchiamo di ricostruirla e conservarla. Come ad esempio il nome del vitigno o del vino, gli usi tradizionali, le citazioni storiche e le aree di coltivazione.

Il loro valore, quindi, non è soltanto agricolo. Sono come dei laboratori a cielo aperto, ma anche una sorta di “hard disk vivente” di una parte della biodiversità della vite della Calabria.

La collaborazione con l’Università Mediterranea segna un passaggio importante: quanto è fondamentale, secondo voi, il dialogo tra associazionismo, territorio e ricerca accademica
Riteniamo che sia un aspetto determinante. La biodiversità non è soltanto un patrimonio culturale da conservare. È una risorsa strategica per il futuro dell’agricoltura e del paesaggio calabrese.Per ottenere risultati duraturi servono competenze diverse. Ricerca scientifica, conoscenze tecniche ed esperienza diretta del territorio devono lavorare insieme. Unendo le forze si può essere molto più incisivi. Su queste basi è nata la collaborazione con il Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Nel 2025 si è concretizzata in un accordo quadriennale dedicato al recupero, allo studio, al monitoraggio e alla salvaguardia della biodiversità viticola calabrese. Ne siamo davvero orgogliosi. Crediamo che le associazioni debbano fare proprio questo: creare un ponte tra ricerca, territorio e comunità. E favorire azioni concrete per lo sviluppo locale. Per questa opportunità ringraziamo il direttore del Dipartimento di Agraria, prof. Marco Poiana, e il prof. Francesco Sunseri, ordinario di genetica e autore di numerosi studi sui vitigni del Sud Italia.

Oltre alla vite, vi occupate di rinaturalizzazione urbana e valorizzazione dei piccoli borghi, come a Scilla: che idea di sviluppo locale emerge da queste esperienze?
La Calabria merita molto di più. Ma il cambiamento dipende anche da noi calabresi, dalla nostra capacità di prenderci cura del territorio e di fare qualcosa di concreto per migliorarlo.

A Scilla abbiamo iniziato con piccoli interventi. Ripulire aree abbandonate. Piantare alberi e specie autoctone. Era qualcosa che facevamo già dai tempi dell’università.
Siamo partiti piantando il primo albero. Oggi ci prendiamo cura di due scalinate storiche e di due aree verdi che abbiamo adottato e rinaturalizzato. In una di queste abbiamo creato anche un “percorso botanico nella macchia mediterranea”, con targhe che raccontano le caratteristiche delle piante presenti lungo il cammino. Si chiama Sentiero del Serro. Abbiamo inoltre finanziato e realizzato l’illuminazione delle celle campanarie di tre chiese del comune di Scilla.

Nel frattempo stiamo portando avanti altri nuovi progetti, sempre con la stessa idea: valorizzare il patrimonio storico, artistico, archeologico e culturale dei piccoli comuni. Per noi è da qui che può partire una crescita reale, anche sul piano sociale ed economico. Ci teniamo a specificare che il nostro lavoro nasce dalla passione ed è stato portato avanti senza contributi pubblici. Abbiamo realizzato tutto con i nostri sforzi e le nostre risorse.

Guardando al futuro, quale rischio corre la Calabria se questo patrimonio genetico e culturale andasse perduto, e quale invece la grande opportunità se venisse davvero tutelato e valorizzato?
Il rischio è una perdita irreversibile. Non solo di biodiversità, ma anche di conoscenza.

Sui vitigni calabresi esiste ancora molta confusione. La narrazione è fin troppo intrisa di luoghi comuni, narrazioni ellenocentriche e un certo esotismo che ne oscurano la reale origine e complessità. Ci siamo accorti che anche alcuni dizionari specialistici, sui vitigni calabresi, riportano informazioni sbagliate. Alimentando la confusione. Lo stesso accade online, dove spesso circolano notizie incomplete o del tutto errate.

Dal punto di vista della ricerca le uve che stiamo recuperando potrebbero aiutare i genetisti a ricostruire le relazioni di parentela tra i vitigni italiani. Potrebbero anche rivelare un buon potenziale enologico, e quindi usarli per fare dei vini.

Alcune di queste piante, inoltre, hanno mostrato una notevole capacità di adattamento alle condizioni ambientali del territorio. Studiarle potrebbe offrire informazioni preziose per affrontare il cambiamento climatico, alcune fitopatie e le sfide di una viticoltura più sostenibile. Un ruolo importante potrebbero avercelo anche i campioni di Vitis sylvestris che abbiamo recuperato e consegnato all’Università. Possono aiutarci a comprendere meglio l’origine e la domesticazione della vite ed eventuali relazioni con i vitigni oggi coltivati in Calabria.

Il nostro desiderio più grande è che questa straordinaria ricchezza di biodiversità, oggi ormai attestata dalla ricerca scientifica, venga finalmente riconosciuta per il suo reale valore e adeguatamente tutelata.

Salvare questo patrimonio significa proteggere la nostra storia e la nostra identità. Ma anche creare nuove opportunità per la ricerca, per i produttori e per il futuro della viticoltura calabrese. I benefici quindi, sono davvero tanti. Ma bisogna agire in fretta. Gli incendi, l’abbandono delle campagne, e lo spopolamento avanzano troppo velocemente.