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16/05/2026 ore 12.11
Attualità

Vittorio Feltri si racconta: «Il Sud mi ha arricchito. In Calabria mare e montagna, è una regione stupenda»

Il direttore del Giornale intervistato dal nostro network. Dal Meridione, al giornalismo al caso Garlasco fino alla premier Meloni: «A Giorgia voglio molto bene. Anche se qualcuno le rema contro, rivincerà le prossime elezioni»

di Riccardo Montanaro

Non ha bisogno di presentazioni l’attuale direttore responsabile de «Il Giornale», scrittore ed opinionista di punta di diversi talk show politici. Divisivo per natura, ma con una storia da fare invidia a chi ama la professione di giornalista. Nasce a Bergamo per poi muoversi verso la città meneghina per motivi lavorativi. È stato il successore di Indro Montanelli alla conduzione de «il Giornale» della famiglia Berlusconi raddoppiando il numero di copie quotidiane vendute. È uno scrittore che varia dalla politica ai suoi rapporti con celebrità italiane di questa e di quell’altra epoca: da Ornella Vanoni a Gaber, da Giorgia Meloni a Marco Travaglio. Ultimi suoi libri: Fascisti della Parola, Chi non legge è perduto e Com’era bello l’inizio della fine. Ha diretto «l’Europeo», «l’Indipendente», «il Borghese», «il Resto del Carlino», «la Nazione» per poi fondare «Libero». Lo abbiamo intervistato.

Direttore, grazie innanzitutto per la disponibilità che ci ha riservato.
Grazie a Lei per essere qui, è un piacere.

Iniziamo con un tema a lei caro, la politica!
Uff, carissimo…

Lei è un amante del governo Meloni, anzi, proprio di Giorgia Meloni, però forse la presidente non sta vivendo un bel momento. Questo referendum perso magari le ha dato uno scossone?
Si, è assolutamente vero, voglio un gran bene a Giorgia. Ci sentiamo molto spesso sa? Sul referendum…no, Giorgia non ha subito alcun colpo.

Però nel centrodestra qualcuno che gioca contro la Meloni c’è.
Dice bene, tante persone. Anzi, c’è proprio l’imbarazzo della scelta. C’è un governo, c’è una maggioranza che la stima, ma non tutti, ma questo lei lo sa.

L’opposizione invece, come la valuta?
L’opposizione riesce sempre in una cosa non facile: rendersi ridicola. Non è più un’opposizione forte. È ridicola anche però perché davanti la potenza del Centrodestra e dinnanzi una donna come la Meloni non è facile fare battaglie. È anche difficile ripristinare i metodi che erano in uso ai tempi democristiani. Fintanto che le cose procedono in questa maniera, Giorgia, ha vita facile.

Sta già pensando alle prossime elezioni?

Le rivincerà. E quando vincerà per la seconda volta di fila metterà a bada la sinistra una volta per tutte.

Sembra che non stia considerando l’astro nascente della coalizione (o forse no) del centrodestra. Il generale Vannacci. Potrebbe spostare qualche voto

Si. Qualche. Non mi sembra una misura tale da mettere in difficoltà la Meloni, ma tutto può essere. In politica le sorprese non mancano mai, ma se devo essere sincero e se dovessi solamente analizzare i dati riterrei che Giorgia ed i suoi faranno un’altra legislatura.

Vannacci quindi non la preoccupa, diciamo così, ma i rumors paventano una potenziale scesa in campo di Marina Berlusconi. Lei la conosce bene.
No (fermo anche in volto, deciso). La conosco bene, so che è una persona molto seria. Lei è preoccupata per le sue aziende, che sono molto importanti. La politica è un fatto affettivo legato al padre, nulla di più. Se s’interessa al partito è perché cerca di tenere in piedi ciò che il padre ha creato. Io questo atto lo intendo come un omaggio (sorride).

Mi ha convinto, mi consenta un’ultima domanda sul governo. Come sta operando secondo lei all’estero? Tempi non facili questi.
Bene. Mi sembra sia molto rispettata, qualcuno la tema anche. Trump non parla con tutti, ma soprattutto non si fida di tutti. Lei è inflessibile, quando prende una decisione è quella lì.

Ma in questo clima di guerra, c’è qualcuno che ha ragione per Vittorio Feltri?
Quando ci sono le guerre, hanno ragione tutte e due. Ci faccia caso. Naturalmente la simpatia che possiamo avere per l’una o per l’altra parte fa pendere la nostra opinione, però nelle liti politiche è difficile stabilire chi ha torto e chi ragione.

D’un tratto, nel mezzo dell’intervista, il Direttore mi ferma e con un’espressione incuriosita inizia a rivolgermi delle domande sulla mia città e sul Sud in generale. Non potevo non cogliere l’occasione ed iniziare a parlare della nostra regione; le sue parole sono state una sorpresa.

Ha tirato lei in ballo quest’argomento, altrimenti io l’avrei fatto…tra un po’! L’accusano di essere contro il meridione. Vuole sfatare questa diceria?

Io? Io amo il Sud. Uno dei riconoscimenti più belli che ho è stato l’essere insignito della cittadinanza onoraria del Molise. Amo quella regione. Da ragazzino facevo le vacanze lì con un mio zio. So parlare perfettamente il dialetto, mi crede?

Sulla parola.
U sacc’ parlà buon! Il Sud mi ha arricchito. Ho iniziato ad apprezzare l’agricoltura, l’arte dell’andare a cavallo ma soprattutto m’innamoravo ogni giorno dei paesaggi. Qui al Nord, quei paesaggi, li possiamo solo sognare. Checché se ne dica…


Lei è stato anche a Napoli però, nei panni di corrispondente del Corriere.
Napoli, che città meravigliosa. Lì ho seguito il processo Tortora, uno dei casi più avvincenti della mia vita, ma comunque…a Napoli mi muovo come se fossi a Milano. Amo quella città. Anzi, mi piac’ assai…

Invece, un po’ più giù di Napoli ed ancor più giù del Molise, c’è la Calabria.
Una regione stupenda, l’ho visitata tutta, forse mi manca solo Catanzaro. Mare e montagna, c’è tutto. Poi, una cucina meravigliosa. Anche se ammetto di non mangiare molto.

Se dovesse trovare un difetto del meridione, quale sarebbe?
La mancanza di organizzazione. Il Sud è stato male amministrato, ma non solo da personaggi del Sud, anche da personaggi del Nord che hanno tenuto in considerazione il Sud solo al momento del bisogno, delle elezioni. Questo a me fa schifo.

Il Sud manifesta un potenziale inespresso quindi.
Il Sud se fosse sfruttato secondo le sue potenzialità sarebbe alla pari di Milano, anche meglio. Dal punto di vista paesaggistico è più bello.

Alcuni giornali, anche su questo argomento, hanno attaccato la Meloni dicendo che si occupa del Sud solo poco prima delle elezioni. È vero?

Falsissimo, anche perché lei è di Roma. Parliamoci chiaro: Roma è sud. I romani sono del Sud, anche il modus vivendi..

Cioè? Qual è il modus vivendi di un meridionale, o terrone se preferisce.
È più allegro, meno rigido, più umano. È un bene, sia chiaro.

Veniamo alla sua professione. Il giornalista! Che periodo sta vivendo l’informazione italiana?
Se ci mettiamo a confronto di altri paesi, siamo vincitori, non dappertutto. Ognuno può scrivere quello che vuole, purché abbia fonti attendibili e non scriva sciocchezze. Se tornassi indietro, di tanti e tanti anni, vorrei rifare le stesse cose. Insomma, rinascere giornalista.

Consiglierebbe questa professione ad un giovane ad oggi?
Lei quanti anni ha, così facciamo un esempio pratico.

23.

Ecco, è perfetto. Si deve cominciare imitando. L’imitazione diventa seconda abitudine e poi la prima. Ecco che cambi modo di affrontare un pezzo.

Rimaniamo in tema di giornalismo. Ho un gioco per lei.
Amo giocare, sono curioso.

Le farò vedere delle foto di alcune persone e Lei mi dirà cosa ne pensa di quella persona.

Mi piace. Iniziamo.

Beh, Marco. Lo stimo moltissimo, anche se siamo su posizioni diverse. Sa scrivere.

Una volta l’ha definito il miglior giornalista italiano.

 Lo rivendico. È il migliore. Sotto un punto di vista tecnico nessuno scrive come lui.

Voi due avete un grande amore in comune, il vostro maestro.
Indro Montanelli (sorride). Travaglio non era d’accordo sul contenuto degli articoli, ovviamente, ma era innamorato del modo in cui Indro scriveva. Lo ero anch’io.

Cos’è che lei amava di Montanelli?
Fin da bambino. Io non sono andato all’asilo, mi annoiavo, però ho iniziato a leggere e a scrivere prestissimo. A casa avevo sempre molti giornali ed io per imparare a leggere mi esercitavo lì. Leggevo il Corriere, ma tanti altri, ma quando leggevo Montanelli, rimanevo ammaliato dalle sue parole. Poi più tardi con l’età, il suo modo di scrivere mi suscitava un’altra reazione.

Cioè?
Mi eccitava.

Ora, leggo un po’ tra le righe, ha nominato il Corriere della Sera, ma io che la seguo spesso so che lo nomina tante volte. Sarà mica che le manca via Solferino?
Tantissimo. Ho lavorato tanti anni ed ho fatto l’inviato, il massimo per noi giornalisti. Ho girato il mondo grazie al Corriere. Asia, Africa, Corea, Cina.

Ma mi chiedo, ora lei è direttore di un altro giornale. Potrebbe provare a trasformare questo giornale in stile “Corriere”.
Impossibile. Mancano i mezzi. Economici, la televisione. Lavorare per il Corriere significa arrivare dappertutto. Lì mi sono divertito come mai nella vita. Poi ho conosciuto Montanelli e lì..

Lei incarna perfettamente il detto “l’allievo supera il maestro” perché lei succedette a Montanelli alla direzione de «Il Giornale»
 Indro diceva sempre “Vittorio te sei birichino, prima o poi mi ruberai il posto”. Ma lo diceva così, per ridere. Ma poi è successo.

Questa è una cosa che dice sempre, ma non spiega mai il perché, vuole farlo?
Con piacere. Montanelli era bravissimo, un maestro, ma non aveva senso commerciale. Le vendite calavano. Non si dimentichi che il giornale è un’azienda. Un’azienda che va saputa mantenere. Io, essendo bergamasco, guardo molto al guadagno. Con me il Giornale ha raddoppiato le vendite quotidiane e di questo Berlusconi era molto contento.

So che l’ha resa contento Berlusconi.
Mi ha reso contento, ma soprattutto mi ha reso ricco (sorride). Mi ha fatto guadagnare l’anima di che te muort’ (detto in un napoletano perfetto). Si può dire tutto di Silvio, ma non che non fosse generoso. Con la liquidazione i soldi me li ha fatti prendere con la carriola, mi ha regalato il 50% dell’azienda.

Una curiosità tutta personale, poi le faccio vedere un’altra foto. Com’era Berlusconi come editore?
Non lo faceva, faceva il direttore. Quello lo faceva bene. Col giornale, dal punto di vista commerciale non se l’è cavata bene. Forse solo in quello non è stato bravo, perché del resto dei suoi affari credo non si possa parlare se non bene. Non viveva il giornale, non riusciva a cogliere le esigenze dei dipendenti.

Come promesso, ecco l’altra foto.

La guarda, sta in silenzio, sospira, si accende una sigaretta.

Ornella, l’amavo. Eravamo amici e mi manca (ha l’occhio lucido e sospira). Mi è dispiaciuto tanto. Andavamo sempre a cena insieme, nel mio ristorante preferito. Una volta (sorride sempre con l’occhio lucido) la stavo aspettando per cena, era in ritardo, allora dissi al proprietario di mettere una sua canzone in sottofondo per accoglierla. Partì “l’appuntamento” e lei entrò. Le chiesi dopo se le avesse fatto piacere e la sua risposta fu “è da trent’anni che mi rompete i coglioni con questa canzone che detesto” ed io scoppiai a ridere. Era pazza.

So anche di un vizietto…

Fumava un sacco di canne, gliel’ho detto, era pazza. Una volta (non smette di spuntare il sorriso sul suo volto) invitarono me e lei ad una manifestazione di cavalli, d’un tratto lei mi disse che aveva un’urgenza. La più classica, pipì. Io le dissi di pensare a trattenerla. Poi la portai in un prato, dietro un piantone. Ecco, lì si liberò e quando tornammo dissi fiero “le ho insegnato anche a pisciare” quante risate con lei…

Stiamo per finire.

Di già?! Mi sto così rilassando…

L’uso delle parole per lei è fondamentale, nel libro “fascisti della parola” dice che non si può più dire nulla.

Il politically correct deturpa la lingua più bella del mondo; l’italiano. Non si può dire «negro» perché qualcuno lo ritiene offensivo. Ma perché mai dovrebbe esserlo? Non si può dire «frocio» perché ora si deve usare il termine «gay» o omosessuale, che segnalo essere un termine medico. Io non ci vedo nulla di male in queste parole. Forse la malizia sta in chi ascolta e non chi parla.

O in chi legge…e non in chi scrive.
Ecco, vedo che ci siamo capiti.

D’un tratto, quasi alla fine dell’intervista, Feltri mi guarda con un’aria incuriosita. So che da lì a breve le parti si sarebbero invertite. Lui avrebbe fatto una domanda a me. Ed infatti:

Scusi, ma ho una curiosità (sorridendo e con aria amicale). Lei che scuola ha fatto? Il Classico per caso?

No, ho fatto altro, ma forse ho capito dove vuole arrivare e la risposta è no. Non ho studiato latino.

Bravo, per la seconda volta. Il latino non serve a un cazzo, ma mi diverte da matti. Pensi, me l’ha insegnato un prete, a me che non sono neanche cattolico. Sa, da bambino facevo anche delle filastrocche in latino, ma questa gliela racconto una volta finita quest’intervista. Un segreto divertente.

I suoi libri vendono tanto, ha una forte ascendenza. In Chi non legge è perduto, fa un elogio della letteratura italiana. Ma cosa le ha dato?
Per fortuna vendono ancora, dai. La letteratura italiana – e la ringrazio per la domanda – mi ha dato un modo di ragionare, oltre che un minimo di capacità descrittiva. Adesso comprano tutti libri americani invece di leggere grandi classici.

Ultima domanda, non proprio leggera, ma l’occasione è ghiotta.

Feltri sorride ed in tanto accende un’altra sigaretta mentre mi rammenta di non scusarmi per le troppe domande, “è il nostro lavoro” e mi invita a fargliene “quante caspita mi pare” ma solo perché “gli sono anche simpatico”.

Lei è stato il primo cronista a credere nell’innocenza di Tortora e provava a dimostrarlo con tutti i suoi mezzi.
Ho aperto gli occhi, non sono un genio. Quando ho letto l’istruttoria di Tortora mi è venuto il vomito. C’erano delle cose ridicole e false, lì ho capito che era innocente.

La domanda voleva essere: con il caso molto recente di Garlasco, siamo davanti ad un caso Tortora bis?
Si. siamo davanti ad un caso di sciatteria giudiziaria. I magistrati sono come i giornalisti, a volte lavorano a cazzo. È proprio il caso di dirlo.

Feltri, ma lei ora è felice?

Mi sono molto divertito e sono sempre stato aiutato da San Culo. Senza di lui non si va da nessuna parte. La fortuna è fondamentale. Quindi si, alla mia vecchiaia posso dire di essere felice.

Grazie direttore, è stato un piacere.

Tutto mio, spero di rivederla, davvero.