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30/05/2026 ore 17.00
Cronaca

Amazon in fuga dalla ’ndrangheta, la cosca Piromalli e l’avvocato del boss: «Vi aiuto a entrare nell’hub»

Le intercettazioni del Ros svelano il presunto piano della cosca di Gioia Tauro per infiltrarsi nel nuovo polo della logistica progettato (e poi sfumato) nel retroporto. Tra subappalti e assunzioni da pilotare spunta il ruolo centrale di un professionista. Che al “capo” dice: «Andrei in guerra per voi»

di Pablo Petrasso

Non è solo una questione di arance e olio. Nel cuore della Piana, dove il porto di Gioia Tauro funge da porta d'Europa, la cosca Piromalli – lo abbiamo raccontato nei giorni scorsi – stava già stendendo i suoi tentacoli su uno dei progetti più ambiziosi del territorio: la realizzazione del nuovo polo logistico di Amazon. Ma per infiltrarsi in un gigante «tutelato ai massimi livelli», il boss Giuseppe Piromalli, detto "Facciazza", aveva bisogno di una guida: un uomo di legge capace di muoversi tra le maglie della burocrazia e le White List della Prefettura. Quell'uomo, secondo le indagini del Ros, è un avvocato che con “Facciazza” ha un rapporto stretto.

Secondo gli investigatori, la ’ndrangheta non voleva limitarsi a osservare l’arrivo del colosso americano. Voleva entrarci dentro. Controllarne i subappalti, orientarne le assunzioni, trasformare l’hub logistico in un nuovo strumento di consenso e potere sociale. E per riuscirci aveva bisogno di qualcuno capace di muoversi dove i clan da soli non possono arrivare: nelle pieghe della burocrazia, tra White List prefettizie, agenzie interinali e società formalmente pulite. Un professionista di fiducia che non è indagato ma compare in un’intercettazione chiave nella vicenda. 

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Il clan punta Amazon: la strategia per aggirare i controlli

L’incontro con l’avvocato avviene il 29 agosto 2022, in un immobile nella disponibilità di Antonio Zito, uomo di fiducia dei Piromalli. Le intercettazioni descrivono un dialogo fitto tra il boss e il professionista.

L’avvocato mette subito in chiaro un concetto: Amazon rappresenta un obiettivo delicatissimo. Troppa attenzione mediatica, troppi controlli, troppi interessi istituzionali. Per questo, spiega agli interlocutori, bisogna muoversi con prudenza assoluta.

L’avvocato illustra di essersi già attivato per individuare le aree necessarie al progetto — compresa l’area ex Cosentino — e soprattutto le imprese che avrebbero potuto superare i filtri antimafia della Prefettura.

Secondo gli atti, la scelta sarebbe ricaduta su un’impresa attiva nel movimento terra e nel calcestruzzo, effettivamente coinvolta nei lavori dell’hub attraverso subappalti.

Per gli investigatori non si tratta di una semplice consulenza legale, ma di una vera attività di “schermatura” imprenditoriale finalizzata a consentire alla cosca di infiltrarsi in un’opera altamente sorvegliata senza esporsi direttamente.

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Il vero obiettivo: controllare il lavoro

Ma il cemento, nelle conversazioni intercettate, sembra quasi un dettaglio. Il vero interesse della cosca sarebbe un altro: il controllo delle assunzioni.

Giuseppe Piromalli ne parla apertamente con i suoi familiari. L’hub logistico, spiega, servirà per la distribuzione in tutta Italia e avrà bisogno di «cinquanta furgoncini con cinquanta persone».

È qui che emerge uno dei passaggi più delicati dell’inchiesta. I Il legale spiega al boss che Amazon non assume direttamente, ma utilizza agenzie interinali. E si offre di fare da intermediario.

Secondo le intercettazioni, promette di individuare le agenzie coinvolte, reperire indirizzi e contatti e perfino preparare i candidati vicini alla cosca, spiegando loro «come scrivere e cosa scrivere» nei curriculum.

Un sistema che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito alla ’ndrangheta di piazzare uomini fidati senza comparire ufficialmente nelle procedure di selezione.

Non una semplice ricerca di posti di lavoro, ma un meccanismo di controllo sociale. Perché nella Piana il lavoro significa consenso, dipendenza, potere.

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«Andrei in guerra per voi»: la devozione dell’avvocato

Le intercettazioni raccontano anche altro. Non solo affari. Non solo mediazioni. Ma un rapporto personale profondissimo tra il professionista e Piromalli.

L’avvocato parla della propria famiglia e ricorda come la madre scrivesse regolarmente ai Piromalli per manifestare vicinanza. Il boss, a sua volta, rievoca il rapporto con il padre del professionista, spiegando che tra loro «le cose si facevano e non si dicevano».

Poi arriva la frase che colpisce gli investigatori: «A me se mi chiedessero di andare… in guerra per voi… io lo farei».

Non appare come il linguaggio di un consulente esterno. Piuttosto quello di un uomo che riconosce pienamente l’autorità del clan.

Il legale definisce Piromalli una persona «di equilibrio», «portata per le cose giuste», dotata di «onestà morale». Arriva persino a raccontare di aver evitato di salutare pubblicamente il boss in una pizzeria, per non arrecargli «danno» o imbarazzo davanti alla moglie.

Un codice di comportamento che gli investigatori leggono come adesione totale alle logiche di protezione e riservatezza tipiche dell’organizzazione mafiosa.

«Il padrone del paese»

Nelle conversazioni emerge anche un altro elemento centrale: il controllo del territorio.

Piromalli parla con il legale della necessità di agire per «utilità nostra e anche vostra», discutendo della creazione di cooperative e dell’inserimento di «giovanotti» nelle grandi aziende del territorio.

A un certo punto il boss investe simbolicamente l’avvocato di un’autorità assoluta: «Puoi dire che sei il padrone del paese».

Secondo gli investigatori, è il segno di un rapporto fiduciario totale. Tanto da prevedere persino canali clandestini di comunicazione.

Quando l’avvocato ha bisogno di contattare Piromalli, non deve telefonare. Deve andare in un bar preciso, «quello di Nik», e pronunciare una frase in codice: «È assai che non vedo a Nino Zito». Da lì sarebbe partita la macchina organizzativa per fissare un incontro riservato con il boss.

Solidarietà nelle vicende personali

Piromalli mostra una sorta di "protezione" anche verso i problemi personali del professionista. Quando l'avvocato confessa di aver subito gravi perdite economiche e di aver dovuto vendere le sue attività a causa di vicende bancarie, Piromalli esprime sincero dispiacere e ribadisce la sua stima, definendolo un signore che non ha bisogno di chiacchiere ma di fatti. In cambio, l’avvocato si informa con premura sulla situazione del figlio di Piromalli (Antonio, detenuto al 41-bis), definendolo «eccezionale».