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22/08/2026 ore 16.06
Cronaca

«Anche i mafiosi sono miei figli»: don Rosario Morrone e la pastorale del dialogo oltre la trincea dell'omertà

Le intercettazioni ambientali dell’inchiesta sulla scomparsa di Gabriele De Tursi svelano la filosofia dell'ex parroco di Strongoli: tra aspri rimproveri dal pulpito, favori personali ai boss della cosca Giglio e un'incrollabile convinzione: «I peccatori vadano sempre avvicinati»

di Alessia Truzzolillo

La riapertura dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sulla scomparsa di Gabriele De Tursi, avvenuta il 5 giugno 2013, è culminata nel 2021 in una massiccia attività di intercettazione che ha aperto uno squarcio non solo sulle dinamiche criminali di Strongoli, ma anche sul ruolo di mediazione sociale esercitato nel tempo dalle figure religiose locali. In prima fila spicca la figura di don Rosario Morrone, parroco della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Strongoli dal 2013 al 2015. Durante una cena avvenuta il 25 novembre 2021 a Crotone insieme ad altri due commensali, l'ex parroco si è lasciato andare a un lungo e dettagliato racconto, registrato in ambientale dagli inquirenti, rievocando i suoi rapporti diretti con i vertici della cosca Giglio e la sua visione del ministero sacerdotale in terra di 'ndrangheta.

Si precisa, per dovere di cronaca, che nessuno dei partecipanti alle conversazioni citate in questa ricostruzione risulta iscritto nel registro degli indagati; l'unico destinatario dell'azione penale per omicidio aggravato dal metodo mafioso in questo filone di inchiesta era Giuseppe Giglio.

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Una pastorale senza contrapposizioni: «I mafiosi sono miei figli»

Nelle registrazioni ambientali, don Rosario Morrone rivendica con forza un approccio pastorale basato sul rifiuto dello scontro frontale e sulla necessità di mantenere sempre un canale di dialogo aperto anche con i soggetti più spietati del panorama criminale. Di fronte alle perplessità dei suoi interlocutori sulla compatibilità tra il ruolo di prete e la vicinanza umana a esponenti mafiosi, don Rosario teorizza: «Il parroco deve essere quello che avvicina tutti, anche i peccatori, anche i mafiosi... Non c'è niente da fare! Il parroco è il parroco di tutti!».

Una convinzione nei confronti della quale don Rosario non ha mai abdicato anche davanti a figure imponenti del panorama della lotta alle mafie come don Luigi Ciotti. Don Rosario ricorda di aver detto direttamente al fondatore di Libera: «I mafiosi sono miei figli». Il sacerdote spiega che la sua missione non è mai stata quella di sostituirsi alle forze dell'ordine: «Io parlavo contro la mafia pubblicamente però i mafiosi li trattavo da umani... no? Da, da, da persone umane... li avvicinavo [...] io non ero il carabiniere, io ero il parroco».

Una distinzione di ruoli che, a suo dire, gli consentiva di colpire duramente i comportamenti criminali durante le omelie domenicali senza perdere la fiducia personale dei clan: «Poi sull'altare li facevo neri... neri... li facevo... e loro dicevano... "va bene... ce lo meritiamo"». I mafiosi, secondo don Rosario, accettavano il rimprovero in privato perché riconoscevano la sua buona fede e la sua coerenza: «… in privato li rimproveravo... gli dicevo che dovevano cambiare che non potevano fare questa vita ... però mi volevano bene!».

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I favori a Vincenzo Giglio: «Manco un fratello lo avrebbe fatto»

Come per ogni parrocchiano, don Rosario è intervenuto ogni volta che appartenenti alle cosche locali erano in difficoltà. Durante la cena intercettata, il sacerdote racconta di essersi attivato per assistere Vincenzo Giglio, esponente della cosca locale.

Il primo episodio riguarda l'operazione medica al piede a cui fu sottoposto il figlio del boss a Bologna. La moglie del boss impossibilitata a trovare un mezzo idoneo per riportare a casa il figlio convalescente, si rivolse direttamente al parroco: «mi chiamò e mi disse "io ho un problema ... adesso mio figlio è operato ai piedi... non so come tornare". [...] Sono partito da Strongoli ... sono andato a prendere il figlio e l'ho portato a Strongoli... o questa cosa per lui... ogni volta che mi vede ... "tu hai fatto una cosa che nemmeno i miei fratelli hanno fatto"».

Poco tempo dopo, don Rosario acconsentì a un'ulteriore richiesta della donna, il cui marito era stato nel frattempo trasferito nel penitenziario di Trapani. Davanti al desiderio del piccolo di vedere il padre detenuto, don Rosario organizzò una trasferta lampo alla guida della propria vettura: «Partimmo a mezzanotte da Strongoli, arrivammo alle otto a Trapani... lei andò a fare il colloquio... all'una finirono, io dormii in macchina dalle otto all'una, ripartimmo all'una e arrivammo a mezzanotte a Strongoli!».

E ancora, in un altro colloquio confidenziale, il boss confessò al sacerdote l'impatto che la sua figura avrebbe potuto avere sulla sua giovinezza: «Se tu fossi stato parroco quando io ero giovane... io non sarei diventato mafioso».

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L'intervento nei piccoli soprusi: lo scudo alla Misericordia e i soldi della vecchietta

La forza di intermediazione del parroco si manifestava anche nella risoluzione di episodi di microcriminalità e soprusi quotidiani che rischiavano di soffocare la comunità strongolese. Don Rosario racconta l'episodio in cui l'associazione di volontariato Misericordia venne avvicinata da alcuni affiliati che proponevano «una cosa losca». Di fronte al terrore dei ragazzi dell'associazione, il sacerdote fece da scudo: «Voi ditegli che devono venire a parlare con me... sono andati e gli hanno detto "abbiamo parlato con il prete... dovete andare a parlare con lui"… "va bene dai... lasciamo stare"».

Ancor più significativo è il retroscena sulla rapina subita da un'anziana donna del paese. Avendo appreso che l'autore del furto era un giovane affiliato alla cosca locale, don Rosario decise di colpire indirettamente il colpevole, pronunciando una frase sprezzante davanti a persone che sapeva essere in contatto diretto con il capomafia: «Questa è la mafia che ruba ai vecchietti... bella mafia che teniamo».

La reazione del boss fu immediata, finalizzata a ripulire l'onore della consorteria infangata dalle parole del parroco: il capomafia andò a trovare l'affiliato responsabile del furto, lo picchiò («l'ha menato»), gli sottrasse i soldi e li fece recapitare immediatamente in parrocchia tramite un ragazzo. Al giovane messaggero che gli consegnava le banconote e riferiva il messaggio di andare a trovare il capobastone, don Rosario rispose duramente: «Digli che lui deve venire a trovare a me... no io a lui... arrivederci».

Alla fine del dialogo il bilancio sulla vita delle famiglie di mafia ha il sapore di uno spietato compatimento.
Ripensando agli anni a Strongoli il sacerdote riflette: «Erano tutti strani però... era una vita ... questa dei mafiosi era strana…».
I suoi commensali annuiscono: «Un mondo sommerso... non sono persone tranquille ...».
«No – ammette don Rosario – non sono tranquilli per niente ... sempre agitati ... sempre guardinghi».