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11/09/2026 ore 19.41
Cronaca

Asta da 3 milioni con 60mila euro in contanti per la cauzione: il colpaccio della ’ndrangheta per i 200 ettari nel Reggino

Secondo il gip, il capobastone Costa avrebbe investito denaro illecito in una gara milionaria: l’accordo cercato con gli Oliveri, i rilanci ogni 15 minuti e il piano per schermare gli acquirenti. I dettagli nelle indagini della Dda di Catanzaro

di Alessia Truzzolillo

Una busta bianca ricolma di contanti consegnata negli uffici di un'agenzia immobiliare, un deposito cauzionale frazionato con destrezza su più conti correnti per schivare i controlli e una sfibrante gara online giocata sul filo dei secondi, con rilanci al rialzo effettuati a intervalli matematici di quindici minuti solo per guadagnare tempo. È la cronaca dettagliata dell'operazione con cui la criminalità organizzata avrebbe tentato di mettere le mani su un latifondo di circa duecento ettari ad Anoia, nel Reggino, valutato circa tre milioni di euro, ricostruita nelle pagine dell'ordinanza cautelare firmata dal gip Andrea Odierno.

Il piano di Carmelo Costa

Secondo le accuse contestate dalla Dda di Catanzaro, Carmelo Costa, esponente di spicco della ‘ndrangheta rosarnese, in particolare del locale di Melicucco, aveva intenzione di investire denaro di provenienza illecita nell’acquisto all’asta di un terreno. L’intenzione era quella di ripulire il denaro e nasconderne l’origine da traffici criminali. Al piano di riciclaggio avrebbero partecipato il figlio Pasquale Pio Costa e Domenico Napoli. A schermare la provenienza dei soldi sarebbe stata la società di Danilo Abramo. Alla stessa asta era interessato anche Giovanni Oliveri, con il figlio Matteo Giuseppe Oliveri, Saverio Granato e Rocco Morogallo. In particolare, Abramo avrebbe ricevuto in contanti il denaro di provenienza illecita per poi reimmetterlo nel circuito ufficiale, attraverso i conti del sodalizio, mediante versamenti frazionati di contanti. Per altro verso, il sodalizio ha turbato il normale iter dell’incanto, mettendo in atto una trattativa per addivenire ad un accordo finanziario con l’altro offerente, Giovanni Oliveri, per ottenere l’astensione da potenziali rialzi e la conseguente aggiudicazione dei beni al prezzo base d’asta. Ma procediamo con ordine.

«Così poi faccio soldi puliti»: le intercettazioni tra il rampollo del clan di ’ndrangheta e i colletti bianchi

Il patto nello studio di Catanzaro e il presunto dominus nell'ombra

La sequenza degli eventi prende il via il primo giugno 2022, attorno alle 18:00, negli uffici di un’agenzia immobiliare di Catanzaro. Domenico Napoli e Pasquale Pio Costa arrivano accompagnati da Danilo Abramo e vengono raggiunti poco dopo da Roberto Mercurio. Le telecamere di videosorveglianza immortalano Napoli con in mano un involucro bianco contenente, secondo quanto accertato dagli inquirenti, 60mila euro in contanti.
È in quel incontro che si sarebbe perfezionato il piano per schermare i reali acquirenti.

L'asta telematica si sarebbe svolta a nome di Danilo Abramo come "persona fisica", al fine di celare l'identità del presunto beneficiario finale, Carmelo Costa che non partecipa di persona ai primi incontri. I suoi emissari ne giustificano l'assenza rivelando ai partner catanzaresi un dettaglio quasi intimo sulle sue condizioni emotive: "mio cugino non è venuto perché con l'ansia... sennò il cuore sballa".
Per coprire l'intera cauzione da 107mila euro, i 60mila euro contanti vengono depositati frazionandoli su conti personali e societari tra il primo e il 6 giugno, affiancati da due bonifici inviati rispettivamente da Domenico Napoli (20mila euro il 3 giugno) e Pasquale Pio Costa (27mila euro il 6 giugno) con la causale "acconto come da compromesso".
Per la regia dell'operazione e il supporto dell'avvocato Gennaro Pierino Mellea, al gruppo catanzarese (Mellea, Abramo, Mercurio) sarebbe stato promesso un compenso di 40mila euro in caso di vittoria.

Il secondo offerente e l'ipotesi del sabotaggio

Il piano sembra procedere senza ostacoli fino alla mattina dell'8 giugno 2022. Alle ore 10:00, all'apertura del portale delle vendite pubbliche, i presenti scoprono la presenza di un secondo concorrente: si tratta della società Maki, riconducibile agli imprenditori agricoli Giovanni Oliveri e al figlio Matteo Giuseppe Oliveri.

Dalle intercettazioni emerge un retroscena: nei giorni precedenti, Giovanni Oliveri avrebbe già approcciato riservatamente l'avvocato Mellea per sondare il terreno, chiedendogli senza troppi giri di parole a quale cifra avrebbe rinunciato alla gara ("Quanto vuoi ma te ne vai?").

L’incontro nel quartiere Corvo

Nel pomeriggio dell'8 giugno scatta la controffensiva: Saverio Granato facilita un summit nel quartiere Corvo di Catanzaro tra Mercurio, Abramo e Giovanni Oliveri. Durante le interlocuzioni, la fazione degli Oliveri avrebbe persino ipotizzato di far figurare un malfunzionamento informatico al fine di invalidare la partecipazione dei Costa. Abramo, tuttavia, frena i sodali spiegando che un simile sabotaggio non sarebbe stato gestibile in presenza dei Costa.

La "melina" dei 15 minuti e l'esito della gara

Il pomeriggio del 9 giugno 2022, poche ore prima della scadenza dell'asta, Carmelo Costa si presenta di persona negli uffici di Catanzaro assieme al figlio e a Napoli. L'avvocato Mellea e Abramo gli prospettano due sole alternative: trovare un accordo privato per dividere il terreno al 50% (un milione e mezzo a testa) oppure andare allo scontro frontale al rialzo.

Per congelare l'asta telematica e guadagnare il tempo necessario a condurre le trattative telefoniche, le due cordate mettono in atto una precisa "melina" digitale: effettuano rilanci minimi di 5.000 e 10.000 euro a intervalli matematici di esattamente quindici minuti.

Nonostante la sfibrante rincorsa e i tentativi di mediazione, l'intesa per la spartizione non si formalizza. Gli Oliveri decidono di andare fino in fondo ed effettuano l'offerta decisiva, aggiudicandosi i duecento ettari di terreno per la cifra finale di tre milioni di euro.

Le valutazioni del gip

Nell'ordinanza, il gip ha delineato con chiarezza le responsabilità penali. Per quanto riguarda il riciclaggio e l’autoriciclaggio sono stati individuati gravi indizi a carico di Carmelo Costa, Pasquale Pio Costa, Domenico Napoli, Danilo Abramo, Roberto Mercurio e Gennaro Pierino Mellea per aver immesso e riciclato i 107.000 euro della cauzione di provenienza illecita. Per quanto riguarda la turbativa d’asta, la gravità indiziaria è stata riconosciuta per tutti gli attori della trattativa: Carmelo Costa, Pasquale Pio Costa, Napoli, Abramo, Mercurio, Mellea, Granato, Giovanni Oliveri e Matteo Giuseppe Oliveri. Esclusa la posizione di Rocco Morogallo per difetto di riscontri sufficienti sulla sua effettiva partecipazione ai summit.
Infine il giudice ha applicato l'aggravante dell'agevolazione mafiosa per i Costa e per i promotori del gruppo catanzarese, considerata la cifra enorme dell'affare e il profilo di vertice di Carmelo Costa nel locale di Melicucco. Al contrario, l'aggravante è stata esclusa per la famiglia Oliveri, ritenendo che gli imprenditori abbiano agito spinti esclusivamente da autonomi e privati interessi economici.