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23/10/2026 ore 19.30
Cronaca

Aste truccate: la Dda ricorre al Riesame, chiede 16 arresti e contesta l’esclusione dell’aggravante mafiosa - NOMI

Il pm Calcagno impugna la decisione del gip e denuncia: gare che «trasudano mafiosità». Nel ricorso giudicate insufficienti le misure cautelari disposte ad agosto

di Alessia Truzzolillo

La Dda di Catanzaro ha presentato un ricorso ai giudici del Riesame per chiedere un netto inasprimento delle misure cautelari nell’ambito della vasta inchiesta sulle aste giudiziarie manipolate e le frodi nel settore agricolo. Il sostituto procuratore della Dda Veronica Calcagno, con il visto del procuratore Salvatore Maria Curcio, contesta la decisione assunta dal gip lo scorso agosto, ritenendola inadeguata rispetto alla gravità dei fatti e alla pericolosità degli indagati.

La Procura chiede una stretta rigorosa per i presunti capi e organizzatori del gruppo criminale, sollecitando la custodia cautelare in carcere per Francesco Lerose, Leonardo Gaetano Lerose, Giovanni Lippelli e Antonio Salerno. Per i collaboratori, i tecnici e i prestanome ritenuti a servizio dell'organizzazione, la richiesta è invece quella degli arresti domiciliari, misura sollecitata per figure come l'agronomo Giorgio Amelio, il commercialista Adriano Dara, oltre a Anna Sinopoli, Magda Mellea, Federica Bava, Alberto Magro, Marcello Magro, Rossella Giulino, Pasquale Pio Costa, Domenico Napoli, Giovanni Oliveri e Matteo Giuseppe Oliveri.

Per Nicola Tavano e Maddalena Sacco la pubblica accusa chiede l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, mentre per l'avvocato Fabio Lasalvia e per l'imprenditore Vincenzo Furina vengono sollecitate misure interdittive che vietino loro di svolgere incarichi nelle vendite giudiziarie o nel settore immobiliare.

A fondamento del ricorso vi è anzitutto la contestazione sul mancato riconoscimento della matrice mafiosa. Secondo l'accusa, la valutazione del gip — che aveva escluso l'aggravante ritenendo che gli indagati agissero unicamente per arricchimento personale — è contraddittoria e illogica. La Procura evidenzia infatti come la ricerca del guadagno privato non escluda affatto la volontà di favorire i clan della 'ndrangheta. Attraverso intercettazioni e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, gli inquirenti mostrano come il gruppo si sia posto in modo continuativo a disposizione di potenti famiglie criminali del territorio, tra cui i La Rosa di Tropea, i Grande Aracri di Cutro, i Costa di Siderno, i Salerno e i Virelli, riciclando i loro capitali illeciti nelle aste pubbliche e nelle attività immobiliari. In questo schema, i pentiti delineano Gennaro Pierino Mellea come un vero e proprio "anello di congiunzione" e referente della cosca sul territorio catanzarese.

Un passaggio particolarmente significativo delle considerazioni del magistrato riguarda proprio il ruolo di Mellea nelle concitate fasi di gestione delle vendite giudiziarie, come emerge chiaramente nell'analisi condotta dalla Procura sulle operazioni legate alla posizione dei fratelli Oliveri. Intercettato mentre concordava le manovre e le somme necessarie per chiudere l'operazione, Mellea usava toni e parole senza filtri verso i propri interlocutori: «va bene, quindi mo arriveranno alle sei i delinquenti. Che gli diciamo? Guarda 300.000 contanti li metti sul tavolo che chiudiamo». Nel ricostruire queste dinamiche, il magistrato sottolinea con fermezza che ci si trova di fronte a una procedura d'asta che, citando testualmente l'atto d'appello, «trasuda mafiosità». Nonostante un quadro caratterizzato da accordi collusivi, rialzi pretestuosi e manovre orchestrate per far saltare le aggiudicazioni, la Procura stigmatizza come il gip non abbia «speso una parola» per giustificare l'attenuazione o l'assenza delle esigenze cautelari nei confronti degli Oliveri.

Un altro punto centrale riguarda la responsabilità dei professionisti e dei prestanome all'interno dell'associazione a delinquere. La Procura sostiene che per far parte di un gruppo organizzato non occorra conoscere ogni singolo reato programmato dai vertici, ma sia sufficiente la consapevolezza di mettere le proprie competenze a disposizione della struttura. In quest'ottica, figure chiave come il commercialista e l'agronomo hanno fornito un apporto specialistico insostituibile per predisporre domande fittizie utili a incassare indebitamente contributi europei destinati all'agricoltura, mentre i prestanome hanno accettato di intestarsi aziende e muovere flussi finanziari illeciti.

Gli inquirenti sottolineano che la convivenza o i stretti legami familiari tra i principali indagati, uniti al fatto che le società immobiliari usate per le frodi non sono state sottoposte a sequestro, consentirebbero loro di continuare a gestire gli affari illeciti. L'attività criminale, sviluppatasi in modo sistematico per diversi anni, dimostra secondo la Procura una spiccata capacità a delinquere che rende il carcere l'unica misura idonea a interrompere i contatti con i circuiti mafiosi.
Un appello duro quello del pm Calcagno che ritine l’ordinanza del gip dello scorso agosto «affetta da vizi di violazione di legge», nonché carente contraddittoria e illogica.