Batterio mangiacarne tra Calabria e Sicilia, cosa c’è davvero dietro l’allarme sul Vibrio vulnificus nello Stretto di Messina
La presenza del patogeno è stata documentata da uno studio dell’Università di Messina, ma risale al 2005. Nessuna nuova rilevazione segnala oggi un’emergenza: ecco cosa sappiamo e quali precauzioni adottare
La notizia della presunta presenza del Vibrio vulnificus nelle acque dello Stretto di Messina ha iniziato a circolare nelle ultime ore sui social network e su diverse testate, alimentata anche dalle notizie provenienti dagli Stati Uniti, dove il batterio è responsabile di un aumento delle infezioni lungo alcune aree costiere.
Ma sullo Stretto la situazione è diversa da come potrebbe apparire a una prima lettura. Non c’è infatti una nuova rilevazione che certifichi oggi la presenza del patogeno nelle acque tra Sicilia e Calabria. Il riferimento è a una ricerca scientifica pubblicata nel 2005 dall’Università di Messina, basata su campionamenti effettuati tra il 2002 e il 2003.
Un dato dunque reale, ma vecchio di oltre vent’anni, che in questi giorni è tornato d’attualità probabilmente proprio per effetto dell’allarme internazionale sul Vibrio vulnificus e dell’aumento delle temperature marine.
Lo studio dell’Università di Messina risale al 2005
La ricerca, pubblicata sulla rivista Research in Microbiology, aveva analizzato campioni di acqua marina e plancton dello Stretto, rilevando la presenza del Vibrio vulnificus in concentrazioni molto basse.
Il batterio era stato individuato soprattutto attraverso tecniche di biologia molecolare, come la PCR, mentre non era stato rilevato con le tradizionali tecniche di coltura. Un elemento che, secondo il quadro riportato nello studio, era compatibile con una presenza sporadica del microrganismo.
Da qui nasce il primo punto da chiarire: quel lavoro scientifico non costituisce un monitoraggio delle acque dello Stretto effettuato nel 2026. Utilizzarlo oggi come prova di una nuova diffusione del batterio sarebbe quindi fuorviante.
L'Italia oggi non è considerata un'area a rischio
A fornire un quadro più aggiornato è il monitoraggio europeo. Nel bollettino settimanale dell'ECDC relativo alla settimana dal primo al 7 agosto 2026, le previsioni del sistema europeo Vibrio Viewer indicavano condizioni favorevoli alla proliferazione dei Vibrio in alcune aree costiere del continente, ma nessuna delle zone segnalate interessava l'Italia.
Il sistema tiene conto di parametri ambientali come temperatura e salinità superficiale del mare e individua le aree nelle quali le condizioni possono favorire la presenza e la proliferazione dei batteri del genere Vibrio.
Anche l'Istituto Superiore di Sanità ridimensiona il rischio per le acque italiane: «Il rischio di contrarre l'infezione da Vibrio vulnificus nelle acque italiane è estremamente basso, nonostante in passato siano state trovate tracce del batterio anche nel nostro paese.»
Questo non significa che il fenomeno debba essere ignorato. Il riscaldamento delle acque marine rappresenta infatti un fattore che può favorire l'espansione geografica del Vibrio, soprattutto nelle zone dove temperatura e salinità risultano compatibili con la sua proliferazione.
Perché il «batterio mangiacarne» preoccupa
Il Vibrio vulnificus è un batterio presente naturalmente in alcune acque costiere, soprattutto in quelle calde e salmastre. L'infezione, chiamata vibriosi, può essere contratta principalmente attraverso due modalità.
La prima è il contatto tra una ferita aperta e acqua marina o salmastra contaminata. Particolare attenzione viene quindi raccomandata in presenza di tagli recenti, ferite, piercing o tatuaggi appena eseguiti.
La seconda è rappresentata dal consumo di molluschi e frutti di mare crudi o poco cotti, in particolare ostriche.
Nelle forme più lievi l'infezione può provocare disturbi gastrointestinali come diarrea, nausea, vomito, crampi addominali e febbre. Quando il batterio penetra attraverso una ferita può invece provocare infezioni dei tessuti molli che, nei casi più gravi, possono evolvere rapidamente fino alla fascite necrotizzante.
Negli Stati Uniti il problema è particolarmente seguito. Secondo i dati richiamati dal CDC, ogni anno vengono segnalate circa 150-200 infezioni da Vibrio vulnificus e circa una persona su cinque tra quelle colpite non sopravvive. La situazione è stata collegata anche all'aumento delle temperature delle acque costiere e all'espansione dell'area geografica favorevole al batterio.
Il cambiamento climatico mantiene alta l'attenzione
È proprio questo il punto che rende il caso dello Stretto degno di attenzione, pur senza trasformarlo in un'emergenza che i dati disponibili non dimostrano.
Il riscaldamento progressivo del Mediterraneo e degli altri mari europei può modificare le condizioni ambientali favorevoli alla proliferazione dei Vibrio. L'ECDC segnala infatti una maggiore attenzione soprattutto per alcune aree del Mar Baltico, del Mar Nero e del Mare del Nord.
Il Vibrio Viewer europeo consente di seguire quotidianamente l'evoluzione delle condizioni ambientali, combinando dati sulla temperatura e sulla salinità superficiale del mare.
Per quanto riguarda l'Italia, il quadro attuale non indica una situazione di allerta. L'ISS ricorda inoltre che il Vibrio vulnificus cresce in condizioni ottimali con temperature superiori ai 18 gradi e salinità comprese tra 15 e 25 parti per mille, mentre la salinità media dei mari italiani è indicata intorno a 36 parti per mille.
Le precauzioni da adottare al mare
Il fatto che il rischio attuale per le acque italiane sia considerato molto basso non significa che non siano utili alcune semplici precauzioni.
È consigliabile non entrare in acqua con ferite aperte o tagli recenti, proteggere eventuali lesioni con medicazioni impermeabili e lavare accuratamente con acqua e sapone la pelle dopo un'esposizione all'acqua marina quando esistano ferite.
Per quanto riguarda l'alimentazione, la raccomandazione è altrettanto semplice: consumare i frutti di mare ben cotti, evitando quelli crudi o poco cotti.
Particolare prudenza viene indicata per le persone maggiormente esposte alle forme gravi dell'infezione. In presenza di arrossamento, gonfiore o dolore che peggiorano rapidamente intorno a una ferita entrata in contatto con acqua marina, è opportuno rivolgersi tempestivamente a un medico.
Lo Stretto di Messina, dunque, non è oggi indicato come una zona di emergenza per il Vibrio vulnificus. La presenza del batterio è stata documentata in passato, ma il dato risale a oltre vent'anni fa e non può essere utilizzato per dimostrare una diffusione attuale. Il vero tema, semmai, è quello da seguire nel tempo: quanto il progressivo aumento delle temperature del mare potrà modificare anche nel Mediterraneo le condizioni favorevoli a questi microrganismi.