Sezioni
Edizioni locali
26/03/2026 ore 14.40
Cronaca

Bimbo morto dopo il trapianto, la testimonianza sull’intervento del chirurgo calabrese: «Iniziò prima dell’arrivo del nuovo cuore»

Il coordinatore infermieristico Francesco Farinaceo ricostruisce il 23 dicembre e le azioni del primario Guido Oppido. Tra ritardi e ghiaccio sul cuore, il dramma dell’espianto a Napoli mentre la famiglia Caliendo chiede giustizia e chiarimenti

di P. P. P.

Di quelle tragiche ore Francesco Farinaceo, coordinatore infermieristico al Monaldi, conserva immagini indelebili. Ricorda il momento in cui la madre gli consegnò tra le braccia il piccolo Domenico Caliendo e, da quel giorno, convive con il dolore di «non essere riuscito a restituirlo vivo» alla donna.

La giornata del 23 dicembre è impressa nella sua memoria: la corsa al piano terra dell’ospedale per ricevere la box termica con il cuore donato a Bolzano, la disperazione per la coltre di ghiaccio che avvolgeva l’organo, e soprattutto il timing dell’intervento chirurgico. «Sono sicuro che quando è iniziato l’intervento sul piccolo Domenico (il clampaggio della aorta) la dottoressa Farina e il dottor Pagano (che arrivavano da Bolzano) non erano ancora in ospedale, al Monaldi», racconta Farinaceo.

Una testimonianza che diventa centrale nelle indagini, allegata alla richiesta di interdizione per falso a carico del chirurgo calabrese Guido Oppido, primario del reparto, e della sua vice Emma Bergonzoni, che sarà discussa a fine mese dinanzi al gip.

La corsa contro il tempo e il cuore gelato

È il Mattino a ricostruire la testimonianza chiave. Quella mattina, spiega Farinaceo, «iniziai prima delle sette del mattino per preparare la sala operatoria, la preparazione dell’intervento iniziò alle 11». Ma il fattore tempo si rivelò cruciale: l’espianto del cuore nativo avvenne in anticipo, senza attendere l’arrivo dell’equipe da Bolzano.

«Non ricordo se Francesca Blasi o Marialuisa Malafronte (non indagate) ricevevano una telefonata dalla dottoressa Gabriella Farina (a capo della equipe in arrivo da Bolzano), in cui quest’ultima comunicava di essere nei pressi dell’ospedale Monaldi, immediatamente dopo è stato fatto il clampaggio della aorta. Oppido disse “aorta clampata”, guardai l’orario ed erano le 14.18, ne sono sicuro; aggiungo che la dottoressa Farina e il dottor Pagano non erano ancora in ospedale».

Il racconto di Farinaceo conferma quanto riferito da altre due infermiere. Ma il dramma si intensifica quando il contenitore con il cuore arriva in sala: «Scesi di corsa con l’oss Gianluca Caudiero, Farina e Pagano erano vicini all’ascensore al piano zero (erano appena arrivati), quindi sono certo che quando è stata clampata la aorta non erano in ospedale. Portai il contenitore in sala operatoria ed erano le 14.30».

Il cuore bloccato dal ghiaccio

L’apertura del coperchio del contenitore rivela subito il problema: «Mi accorsi che c’era qualcosa di strano, era un blocco di ghiaccio. Il cestello con il cuore all’interno era incastrato, abbiamo impiegato circa 15-20 minuti».

Quando si tenta di scongelarlo, la gravità della situazione diventa evidente: «Dopo aver cercato di scongelarlo Oppido decise di impiantarlo e tuttavia il cuore era parzialmente congelato, tanto che lui stesso diceva “che dobbiamo fare? Questo cuore non farà neanche un battito”».

L’anestesista avrebbe anche suggerito al chirurgo di procedere con la cardioplegia, tecnica che avrebbe permesso di fermare il cuore in sicurezza. Secondo Farinaceo, la risposta secca di Oppido fu: «Francesca, quando mai hai visto fare la cardioplegia sul cuore che si espianta?».

La copia forense e la registrazione della riunione

Intanto, è prevista la copia forense del cellulare della perfusionista Giuseppina Ferrillo, autrice di un video dell’espianto, mentre Farinaceo racconta anche della registrazione di una riunione della equipe: «Rossella Cardenio (non indagata), su mio suggerimento, registrò la riunione. Possiedo la registrazione sul mio cellulare».

In quell’incontro, due infermiere respingono la versione di Oppido sul timing e parlano delle pressioni ricevute dal chirurgo. La testimonianza di Farinaceo diventa così un elemento chiave nella richiesta di giustizia avanzata dai genitori del piccolo Domenico, Antonio e Patrizia Caliendo, difesi dall’avvocato Francesco Petruzzi, che chiedono chiarimenti su quanto accaduto sull’asse Bolzano-Napoli.