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08/08/2026 ore 10.59
Cronaca

Calabria, il turismo cresce ma il boom delle percentuali non basta: la vera sfida è creare ricchezza. Come? Col modello Santa Fe

Arrivi e presenze aumentano, ma la regione resta frenata da stagionalità, bassa spesa e occupazione fragile. I numeri positivi non sono sufficienti: la sfida è trasformare cultura e territorio in sviluppo stabile

di Domenico Marino

Ogni estate in Calabria ritorna puntuale una narrazione: il turismo cresce, aumentano gli arrivi, crescono le presenze, gli stranieri scoprono la regione e dunque, finalmente, il turismo potrebbe diventare la grande leva dello sviluppo calabrese. È una narrazione rassicurante, sostenuta spesso da percentuali a due cifre e da comunicati che annunciano nuovi record. Ma l'economia insegna una regola elementare che nel dibattito pubblico viene troppo spesso dimenticata: i tassi di variazione non possono essere letti senza guardare i livelli di partenza.

Nel 2025 la Calabria ha effettivamente registrato risultati positivi. Nei primi otto mesi dell'anno gli arrivi hanno raggiunto circa 1,52 milioni e le presenze 7,12 milioni, rispettivamente in aumento del 9,7 e del 5,2 per cento sull'anno precedente. La crescita della componente internazionale è stata particolarmente significativa. Nel complesso del 2025 gli arrivi hanno poi superato i due milioni, un massimo storico secondo la Regione.

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Sono dati positivi e sarebbe sbagliato negarli. Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformarli nella dimostrazione che la Calabria abbia ormai trovato nel turismo il proprio motore di sviluppo. La Banca d'Italia, nel rapporto sull'economia calabrese pubblicato nel giugno 2026, offre una rappresentazione molto più equilibrata. Il turismo pesa effettivamente sull'economia regionale: nel 2024 la spesa turistica era pari all'11,5 per cento dei consumi interni, contro il 10,2 per cento della media italiana. La bilancia turistica regionale era ampiamente positiva e il suo saldo equivaleva al 7,4 per cento del PIL. Sono numeri importanti. Ma la stessa analisi sottolinea contemporaneamente i problemi strutturali: intensità turistica inferiore alla media nazionale, crescita delle presenze nell'ultimo decennio più lenta di quella italiana, fortissima stagionalità, minore presenza degli stranieri e basso utilizzo delle strutture ricettive fuori dai mesi di luglio e agosto. Ecco allora il punto.

Il turismo è importante per la Calabria, ma non è — e difficilmente potrà essere — la panacea dell'economia calabrese. Bisogna soprattutto stare attenti al piccolo trucco statistico che accompagna molta comunicazione pubblica: raccontare le variazioni percentuali dimenticando i valori assoluti. Se un fenomeno passa da 100 a 150 cresce del 50 per cento; se un altro passa da 1.000 a 1.100 cresce soltanto del 10 per cento. Ma il secondo resta più di sette volte più grande del primo. È esattamente il problema che emerge quando si enfatizza, per esempio, il +50,1 per cento delle presenze straniere registrato nei primi quattro mesi del 2025. Il risultato è certamente ottimo, ma nello stesso periodo soltanto il 16,9 per cento degli arrivi era costituito da stranieri. Una crescita rapidissima da una base relativamente piccola non equivale automaticamente al raggiungimento dei livelli delle regioni turistiche più competitive. Ancora più discutibili sono certe analisi che attribuiscono automaticamente a un aumento degli arrivi un corrispondente aumento della ricchezza regionale.

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Arrivi, presenze, spesa, valore aggiunto, occupazione stabile, redditi e produttività sono cose diverse. Una valutazione economicamente seria dovrebbe sapere quanto spende il turista, quanto di quella spesa rimane sul territorio, quali imprese viene ad alimentare, quale occupazione produce, con quali salari, quanta attività economica genera fuori dalla stagione estiva e quanti collegamenti crea con agricoltura, artigianato, cultura e servizi avanzati.

Su questo terreno la fotografia diventa meno trionfalistica. La stessa Banca d'Italia rileva che l'ospitalità calabrese assorbe una quota significativa di occupazione, ma caratterizzata da una forte componente stagionale, da un ampio ricorso a rapporti flessibili e da retribuzioni inferiori alla media degli altri settori. Il rischio è dunque costruire un'economia fondata su due mesi di occupazione relativamente povera e dieci mesi di sottoutilizzo del capitale turistico. Per questo è profondamente riduttiva l'idea, ricorrente nel dibattito calabrese, secondo cui il problema fondamentale del turismo regionale sarebbe semplicemente l'accessibilità: più voli, più treni, più aeroporti, strade migliori. Naturalmente i trasporti servono. Nessuno sceglierebbe volontariamente una destinazione impossibile da raggiungere. Ma confondere una condizione necessaria con una condizione sufficiente è un grave errore di politica economica.

Un aeroporto trasporta una persona in Calabria. Non gli dà una ragione per rimanervi sette giorni anziché tre. Un'autostrada riduce il tempo necessario per raggiungere un borgo. Non trasforma quel borgo in una destinazione turistica. Un volo internazionale porta il turista a Lamezia Terme o Reggio Calabria. Non crea automaticamente musei aperti, percorsi archeologici, festival, artigianato di qualità, ristorazione identitaria, servizi culturali, guide professionali, eventi, itinerari e spazi urbani attrattivi. Il problema decisivo è ciò che il turista trova dopo essere arrivato. Da questo punto di vista è illuminante guardare a Santa Fe, nel New Mexico. Non è una metropoli e non possiede un grande hub internazionale. Eppure, ha costruito nel tempo un'identità turistica globale attraverso ciò che il territorio già possedeva: cultura dei Pueblo, tradizione ispano-americana, architettura in adobe, arti figurative, artigianato, gioielleria, gastronomia, musei, mercati e festival.

Santa Fe è stata nel 2005 la prima città degli Stati Uniti riconosciuta dall'UNESCO come Creative City nel campo Crafts and Folk Art. La cosa interessante non è il marchio UNESCO in sé, ma il modello economico che gli sta dietro. L'amministrazione considera esplicitamente arte e cultura componenti della propria strategia di sviluppo economico. Finanzia organizzazioni culturali, eventi, artisti, spazi creativi e iniziative capaci di attrarre visitatori, utilizzando persino una parte delle entrate della Lodgers' Tax — la tassa sui pernottamenti — per reinvestire nel sistema culturale che contribuisce a generare quei pernottamenti È un circuito economico intelligente: il turismo finanzia la cultura e la cultura aumenta il valore del turismo.

È questa la lezione che potrebbe interessare la Calabria. Non copiare Santa Fe, naturalmente, ma comprenderne il principio. Lo sviluppo turistico avviene quando si riescono a mobilitare risorse latenti del territorio e a trasformarle in esperienze economicamente fruibili senza distruggerne l'autenticità. E di risorse latenti la Calabria ne possiede una quantità straordinaria. La Magna Grecia non può ridursi ai Bronzi di Riace. Locri, Kaulon, Sibari, Scolacium e gli altri siti archeologici potrebbero costituire un sistema. La storia bizantina potrebbe diventare un itinerario culturale internazionale. Lo stesso vale per il patrimonio normanno, per i borghi grecanici e arbëreshë, per Gioacchino da Fiore, Mattia Preti, Umberto Boccioni, Tommaso Campanella, Corrado Alvaro, Leonida Repaci, per la tradizione musicale, religiosa, artigianale e gastronomica.

La Calabria possiede persino qualcosa che molte destinazioni turistiche cercano disperatamente di costruire attraverso il marketing: un'identità. Ma avere un patrimonio non significa avere un prodotto turistico. Qui emerge il limite delle politiche regionali degli ultimi decenni, comprese quelle attuali. La promozione è migliorata, la presenza nelle fiere è aumentata, il marchio Calabria è più visibile e l'incremento dei mercati internazionali dimostra che alcuni risultati sono stati ottenuti. Sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Ma continua a prevalere una politica del turismo troppo concentrata sulla comunicazione, sui grandi eventi, sui flussi e sull'accessibilità e troppo poco sulla costruzione economica del prodotto territoriale. E anche quando vengono presentati studi sull'impatto economico di una manifestazione o di una campagna promozionale occorrerebbe molta prudenza.

Un'indagine metodologicamente robusta dovrebbe distinguere correlazione e causalità, costruire un controfattuale, controllare la stagionalità, evitare doppi conteggi della spesa, distinguere effetti diretti, indiretti e indotti e soprattutto confrontare i risultati con quanto sarebbe accaduto comunque. Percentuali ottenute confrontando periodi scelti opportunamente, questionari non rappresentativi o semplici moltiplicatori applicati alla spesa dichiarata possono essere utili strumenti promozionali, ma non diventano per questo valutazioni scientifiche di impatto.

La domanda da porre alla politica regionale non dovrebbe quindi essere soltanto quanti turisti siano arrivati quest'anno. Dovrebbe essere: quanta nuova ricchezza hanno lasciato? Quanti lavoratori occupano per dodici mesi? Quanto è aumentata la produttività delle imprese? Quanto spendono mediamente? Quanti territori interni hanno visitato? Quanti musei, siti archeologici, botteghe artigiane e produzioni locali sono entrati nella loro esperienza di viaggio? Il turismo può essere una componente importante dello sviluppo calabrese. Ma una regione di quasi due milioni di abitanti non può pensare di risolvere attraverso alberghi, ristoranti e stabilimenti balneari problemi che riguardano produttività, capitale umano, industria, innovazione, servizi avanzati e occupazione qualificata. Il turismo funziona quando non sostituisce l'economia, ma la mette in movimento. La vera sfida della Calabria non è dunque portare semplicemente più persone sulle sue spiagge. È trasformare storia, cultura, paesaggio, agricoltura, artigianato e conoscenza in capitale territoriale produttivo. Santa Fe mostra che si può fare. Per riuscirci, però, bisogna smettere di innamorarsi delle percentuali e cominciare finalmente a occuparsi dei livelli.