Caldo, in Calabria si soffoca e migliaia lavoratori sono a rischio ogni giorno: Catanzaro tra le province più esposte
Le ondate di calore investono salute, sicurezza e produttività. Il report di Greenpeace e Cgil fotografa una regione sempre più vulnerabile, mentre cresce la richiesta di tutele permanenti per chi lavora sotto il sole o in ambienti senza adeguata climatizzazione
Il caldo non è più soltanto un disagio estivo. È diventato un rischio professionale. E in Calabria i numeri raccontano una realtà che cambia rapidamente: migliaia di lavoratori ogni giorno sono costretti a svolgere la propria attività in condizioni considerate ad alto rischio per la salute.
È quanto emerge dal rapporto "Lavoratori a rischio per le ondate di calore", realizzato da Greenpeace Italia insieme alla Cgil, che incrocia le elaborazioni del progetto scientifico Worklimate – sviluppato da Inail e Cnr – con i dati Istat sull'occupazione. Il risultato è una fotografia di un Paese che si sta adattando con fatica a un clima sempre più estremo e di una Calabria che figura tra le regioni maggiormente interessate dagli effetti delle alte temperature.
Catanzaro: oltre 5 mila lavoratori esposti ogni giorno
Tra le province calabresi analizzate, quella di Catanzaro presenta dati particolarmente significativi. Durante i mesi estivi sono in media 5.058 i lavoratori esposti ogni giorno a un rischio caldo classificato come "alto", pari al 7,6% dell'intera forza lavoro provinciale.
Il fenomeno è destinato ad aggravarsi nei periodi più torridi. Analizzando il quinquennio 2021-2025 emerge che il capoluogo calabrese registra mediamente 30 giornate estive ad alto rischio su 92 complessive tra giugno e agosto. Ma nel 2024, anno segnato da temperature record, i giorni critici sono saliti addirittura a 49, con oltre 8.250 lavoratori coinvolti quotidianamente.
Numeri che confermano come il caldo estremo non rappresenti più un'emergenza occasionale ma una condizione ormai ricorrente.
La Calabria amplia le tutele anche per chi lavora al chiuso
Un primo segnale di adattamento arriva proprio dalla Regione Calabria.
Per l'estate 2026 l'ordinanza regionale contro il caldo è stata estesa anche ai lavoratori impiegati in ambienti confinati privi di adeguata ventilazione o sistemi di raffrescamento, riconoscendo che il rischio non riguarda esclusivamente chi opera all'aperto nei cantieri, nei campi o sulle strade.
Una scelta che riflette quanto evidenziato dagli esperti: oggi anche magazzini, stabilimenti industriali e capannoni possono trasformarsi in ambienti ad elevato stress termico.
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L'analisi di Greenpeace evidenzia un peggioramento costante delle condizioni climatiche.
Negli ultimi cinque anni i giorni estivi classificati ad alto rischio sono aumentati del 60%, passando da una media di 22 giornate nel biennio 2021-2022 a 35 giornate nel biennio 2024-2025.
Tradotto in termini pratici significa che oggi oltre un terzo dell'intera estate si svolge in condizioni climatiche potenzialmente pericolose per chi lavora.
Ogni giorno, mediamente, 670mila lavoratori italiani sono esposti a rischio elevato. Nelle giornate più estreme il numero può arrivare fino a 1,5 milioni di persone.
Costruzioni, logistica e agricoltura i settori più colpiti
Le categorie professionali maggiormente esposte sono quelle che svolgono attività fisicamente intense o prevalentemente all'aperto.
Secondo il rapporto: 251mila lavoratori operano nel settore delle costruzioni; 243mila sono impiegati nel trasporto merci, nella logistica e nelle consegne, compresi i rider; 125mila lavorano nella manutenzione del verde e nei servizi agli edifici; 48 mila sono occupati in agricoltura.
Il rischio non riguarda soltanto il colpo di calore.
Temperature elevate comportano infatti perdita di concentrazione, maggiore affaticamento fisico, aumento dello stress e conseguente incremento della probabilità di incidenti sul lavoro.
Gli esperti: il caldo deve entrare nella gestione ordinaria della sicurezza
Per i ricercatori del Cnr-Ibe e dell'Inail, il rischio caldo deve ormai essere considerato un elemento strutturale dell'organizzazione del lavoro.
Non basta più intervenire con ordinanze temporanee durante le emergenze estive. Serve una disciplina nazionale che definisca in modo uniforme gli obblighi dei datori di lavoro, prevedendo rimodulazione degli orari nelle ore più calde; pause obbligatorie; disponibilità costante di acqua e aree ombreggiate; climatizzazione degli ambienti chiusi; strumenti di sostegno economico per le sospensioni dell'attività durante i picchi di calore.
La Cgil propone inoltre una cassa integrazione obbligatoria nelle ore più calde e maggiori tutele per categorie particolarmente esposte come i rider.
Greenpeace: «Chi inquina deve pagare»
Il report collega direttamente l'aumento delle ondate di calore alla crisi climatica provocata dalle emissioni di carbone, petrolio e gas.
Secondo Greenpeace, senza il contributo dell'industria fossile le recenti ondate di calore europee avrebbero registrato temperature inferiori anche di 2 gradi.
Durante la presentazione del rapporto, davanti al Colosseo, l'associazione ha fatto sciogliere al sole tre statue di ghiaccio raffiguranti un operaio edile, un rider e un lavoratore agricolo, accompagnandole con lo slogan: «Le aziende fossili si arricchiscono, noi ci squagliamo».
L'organizzazione ambientalista chiede che venga applicato concretamente il principio del "chi inquina paga", destinando parte degli extraprofitti delle compagnie energetiche al finanziamento di misure per la sicurezza sul lavoro, la sanità pubblica e la transizione energetica.
Una sfida che riguarda anche la Calabria
Per una regione come la Calabria, dove agricoltura, edilizia, logistica portuale e turismo rappresentano comparti strategici, il cambiamento climatico rischia di produrre effetti sempre più pesanti anche sul mercato del lavoro.
L'aumento dei giorni con temperature estreme impone infatti un ripensamento dell'organizzazione delle attività produttive, della prevenzione e delle politiche di tutela dei lavoratori.
Perché quello che fino a pochi anni fa era considerato un evento eccezionale oggi sta diventando la nuova normalità. E, come evidenzia il report di Greenpeace, ignorarlo significa esporre centinaia di migliaia di persone a un rischio che non può più essere affrontato soltanto con misure emergenziali.