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01/06/2026 ore 12.47
Cronaca

Caridi dopo l’assoluzione in Gotha: «A Rebibbia per 18 mesi coi topi tra i piedi ma in carcere c’è più umanità che al Senato»

L’ex parlamentare reggino ripercorre gli anni dell’arresto, la detenzione e il lungo percorso giudiziario concluso con il proscioglimento: «Ho avuto pensieri suicidi, ma sono riuscito a rialzarmi. Abbandonato dalla politica, oggi trionfano ipocrisia e pressapochismo»

di Redazione Politica

L’assoluzione arrivata in Appello pochi giorni fa, la seconda dopo quella già ottenuta in primo grado, ha riportato Antonio Caridi con la memoria agli anni più difficili della sua vita politica e personale. L’ex senatore di Forza Italia, indicato dall’accusa come figura di riferimento di un sistema che avrebbe coinvolto esponenti della criminalità e della massoneria nel Reggino, guarda a quella stagione con amarezza e la rievoca in un’intervista al Corriere della Sera.

«La richiesta di autorizzazione a procedere nei miei confronti fu votata in meno di otto giorni», racconta. «Solo l’ordinanza di arresto erano seimila pagine. Poi vi erano le informative. Nessuno poteva leggere un atto di accusa monumentale in un tempo così breve».

Eppure il voto arrivò rapidamente. «Cinque Stelle, Pd e Lega decisero il mio arresto. Li ricordo mentre giocavano distratti con gli smartphone. Quella sera uscii dall’aula e andai a Rebibbia a consegnarmi. Mia moglie, con cui ero sposato da sei mesi, era già avvisata».

Processo Gotha, in Appello confermata l’assoluzione per l’ex senatore Caridi

Tutto ebbe origine nell’ambito dell’operazione Gotha, coordinata dalla Procura di Reggio Calabria. Un’inchiesta dal forte impatto mediatico che portò all’accusa di associazione mafiosa nei confronti dell’allora parlamentare.

La pressione dell’opinione pubblica e dei media fu immediata. «Attraversai una sorta di crisi identitaria: “Davvero sono io quello di cui parlano? Ho commesso queste cose orribili?”», ricorda oggi.

L’ingresso nel carcere di massima sicurezza di Rebibbia segnò uno dei momenti più duri. «Diciotto mesi con i topi che mi venivano tra i piedi quando ero in bagno», racconta, ricordando una cella di pochi metri quadrati, il bagno alla turca e condizioni di vita particolarmente difficili.

Durante la detenzione, afferma di aver ricevuto pochissima vicinanza dal mondo istituzionale. «Nessuna visita istituzionale: ad eccezione del collega Pietro Iurlaro, lo scriva».

Nel frattempo è proseguita la battaglia giudiziaria, sostenuta insieme ai suoi legali, gli avvocati Valerio Spigarelli e Carlo Morace. Un percorso conclusosi con il proscioglimento perché il fatto non sussiste, decisione confermata anche nel giudizio d’Appello.

A quasi dieci anni dall’inizio della vicenda, Caridi ha intrapreso una nuova strada professionale come audiometrista. Non nasconde però le conseguenze che quella esperienza ha lasciato nella sua vita.

«Ho avuto pensieri suicidi ma ne sono venuto a capo», confessa. Una sofferenza che lo ha portato a maturare un giudizio severo sul mondo che aveva frequentato per anni. «C’è più umanità a Rebibbia che nell’aula del Senato. La politica era il mio pane, la mia passione, il mio lavoro. Poi ho visto trionfare ipocrisia e pressapochismo».

Parole che accompagnano il capitolo finale di una vicenda giudiziaria durata anni e che, per l’ex senatore, ha cambiato per sempre il corso della sua esistenza.