Caso Dell’Utri, l'incontro con Berlusconi «da latitante» e i progetti edilizi: cosa ha già detto Graviano a Reggio Calabria
Dopo la richiesta di archiviazione per l'ex senatore, l'ergastolano di Brancaccio si dice pronto a parlare con i magistrati delle presunte relazioni economiche con l'ex premier. Ma avverte: «Non sarò un pentito»
Il boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano è pronto a tornare a parlare. Detenuto da trent'anni in regime di 41 bis e condannato a diversi ergastoli, il capo del mandamento di Brancaccio ha inviato una lettera al Giudice per le Indagini Preliminari di Caltanissetta. La mossa arriva all'indomani della richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura nell'ambito dell'inchiesta sulle stragi del '92 per la posizione dell'ex senatore Marcello Dell'Utri.
Attraverso il suo legale, Antonio Sanvito, il boss vicino al clan dei Corleonesi ha comunicato la disponibilità a sostenere un interrogatorio per chiarire i suoi presunti legami con Silvio Berlusconi e lo stesso Dell'Utri. Secondo l'avvocato, "le conoscenze in possesso di Graviano costituiscono un patrimonio informativo di indubbio rilievo pubblico", pur con una precisazione netta: "Giuseppe Graviano non sarà mai un collaboratore di giustizia".
Non si tratterebbe della prima volta in cui l'ergastolano sceglie di rendere dichiarazioni sulla figura dell'ex presidente del Consiglio. Già nel 2020, nel corso del processo "'Ndrangheta stragista" a Reggio Calabria – che lo ha visto condannato nell’appello bis per l'attentato ai carabinieri Fava e Garofalo –, Graviano rese deposizioni spontanee. In quell'occasione sostenne di aver incontrato Berlusconi tre volte a Milano durante la latitanza, accennando persino a dettagli sull'agenda rossa di Paolo Borsellino e sull'omicidio dell'agente Antonino Agostino. Tuttavia, senza mai vestire i panni del pentito, si limitò a offrire soltanto la "sua verità", dichiarandosi estraneo ai massacri del '92.
Gli presunti affari edilizi con il Nord
Rileggendo gli atti del 2020 firmati dal procuratore Giuseppe Lombardo, emerge come Graviano abbia sempre escluso un patto di natura politica con il fondatore di Forza Italia, descrivendo invece presunti accordi di carattere strettamente finanziario avviati dal nonno materno, Filippo Quartararo: "A mio nonno avevano chiesto venti miliardi, ed entrava… venti miliardi, e tutto quello che si faceva il 20% era di mio nonno, di chi è che portava questi soldi".
Graviano spiegò di essere stato introdotto a Berlusconi dal nonno all'hotel Quark di Milano e di aver poi ereditato la gestione di questi investimenti insieme al cugino Salvatore, deceduto nel 2002. Alla domanda del magistrato se l'imprenditore di Arcore sapesse di confrontarsi con un latitante, il boss rispose: "Eh non lo so, penso di sì. Lo sapeva come mi chiamavo, mio nonno all'inizio mica sapeva che io dovevo andare latitante, ha presentato Graviano Salvatore, Graviano Giuseppe…".
L'ultimo incontro avvenne, secondo la sua versione, nel dicembre del 1993, poche settimane prima dell'arresto dei fratelli Graviano avvenuto a Milano il 27 gennaio 1994.
La visione sulla discesa in campo politica
Sulle motivazioni che portarono alla nascita di Forza Italia, il boss riferì che non vi fu alcun sostegno elettorale diretto organizzato dalla sua famiglia, poiché giudicato superfluo:
Al pm che chiedeva “a Lei risulta che il rapporto tra suo cugino Salvatore e Berlusconi era un rapporto che si era esteso anche a discorsi che riguardavano la politica ed il nascente partito Forza Italia, o no?”, Graviano rispose: “Lui… allora, il signor Berlusconi ha detto questa storia a mio cugino già nel '92, ma mio cugino ha risposto, che io l'ho ripetuto più volte, che no, non c'era motivo di appoggiarlo o fare campagna elettorale, era sufficiente porta benessere giù, che la popolazione lo vota tranquillamente”.
I progetti di riqualificazione per il Sud a cui faceva riferimento il detenuto non videro però mai la luce. Infine, sollecitato sui giudizi emersi dalle intercettazioni in carcere con l'ex camorrista Umberto Adinolfi, il boss definì così l'ex premier: "Lo stupido è Berlusconi, scusi, mi scusi, si parla di stupido che si parla praticamente di Berlusconi. Cioè che cosa poteva… visto che io ho rapporti economici, visto che io ho rapporti di quello, e lui andando in politica, visto le confidenze che avevamo, che si incontrava anche con me, certo che potevamo avere delle soddisfazioni, però nel senso sempre non di criminalità, di cose belle".
Spetterà ora ai magistrati valutare la reale fondatezza e la credibilità delle nuove dichiarazioni che il boss di Brancaccio si dichiara pronto a rendere.