Corpo restituito dal mare a Tropea, l’indizio dal giubotto di salvataggio: era partito dal Nord Africa
Recuperata la metà del tronco di un uomo. A lanciare l’allarme un gruppo di studenti. Intanto la Procura di Vibo ha aperto un’inchiesta per cercare di ricostruire la storia della vittima
«È una persona! Ci sono le gambe ma non c’è la testa». Poi la voce diventa più mesta: «È una persona ma è morta».
Sono stati dei ragazzi, degli studenti, i primi protagonisti del ritrovamento del corpo di un uomo sulla spiaggia di Tropea. Inizialmente si pensava fossero due persone ma la scoperta drammatica è che si trattava delle due metà di un unico cadavere. Gli uomini della Guardia Costiera, lanciandosi tra le onde, sono riuscite a recuperare solo la metà inferiore e il giubbotto di salvataggio.
Le tempeste degli ultimi giorni hanno rivoltato il fondo del mare e le onde hanno depositato sulla battigia i corpi dei naufraghi.
Quattro in Calabria: Paola, Amantea, Scalea e, infine, Tropea.
Come una mano pietosa la schiuma del Tirreno srotola i poveri resti sulla sabbia. I dubbi sono pochi: si tratta dei corpi di migranti inghiottiti dalle onde, in solitudine, mentre, disperati, fuggivano da guerra, fame, miseria.
Nel caso di Tropea si tratta di un uomo con ancora attaccato il giubbotto di salvataggio. L’acqua del mare ha reso irriconoscibile anche il colore della pelle. La Procura di Vibo, guidata da Camillo Falvo (oggi nominato nuovo procuratore di Potenza), ha aperto un’inchiesta per cercare di comprendere chi fosse il naufrago, da dove fosse partito e dove fosse diretto. Non è un’impresa facile. Un indizio nel giubbotto di salvataggio porta a credere che il poveretto si fosse imbarcato in Nord Africa e seguisse la rotta versa la Sardegna.
Inutile, viste le condizioni dei resti, eseguire un esame autoptico. L’unica speranza è prelevare un lembo di tessuto e ricostruire il Dna nella speranza che, dall’altra parte del Mediterraneo qualcuno lanci un allarme per avere notizie dei propri cari.
Gli 8 barconi dispersi e la mappa dei cadaveri sulle coste di Calabria e Sicilia: il mare racconta la tragedia invisibileLa prassi, ormai, è tristemente consolidata: le famiglie dei migranti, quando non hanno più notizie dei familiari si rivolgono ai consolati e lasciano un prelievo di sangue in attesa di riscontri.
Chi parte sa già che l’arrivo non sicuro. Chi resta, aspetta col cuore in gola, una telefonata. Se passa troppo tempo sanno cosa fare. La speranza è che il mare renda i corpi e che un Paese straniero abbia la pietà e la pazienza di procedere a un riconoscimento.
A Lamezia è accaduto col corpicino del piccolo Anàs, sei anni. Anche di lui venne trovato solo il tronco. La Procura, allora guidata da Salvatore Curcio, oggi procuratore di Catanzaro, lavorò in sinergia con il commissariato di polizia e riuscì a rintracciare la madre.
Dalla metà di febbraio sono stati ritrovati, tra Calabria e Sicilia, 13 corpi. Nel silenzio più imbarazzante delle Istituzioni.