Uffici giudiziari di Crotone, ora è il caos: Csm sconfessato due volte dal Consiglio di Stato
Accolti i ricorsi dei magistrati Massimo Forciniti e Antonio Bruno Tridico candidati rispettivamente per la presidenza e la procura cittadina
L’azzeramento dei vertici giudiziari del Tribunale di Crotone mette nei guai il Consiglio superiore della magistratura. La Settima sezione del Consiglio di Stato ha infatti sconfessato la Quinta Commissione e il Plenum di Palazzo Bachelet sulle nomine di Maria Luisa Mingrone a presidente del Palazzo di giustizia e di Domenico Guarascio a capo della Procura cittadina. Una doppia battuta d’arresto che, tuttavia, ha due chiavi di lettura differenti. Se nel caso di Massimo Forciniti la questione è tutta in diritto, con un esito pressoché scontato in favore dell’ex consigliere togato del Csm in epoca Palamara, nel secondo la partita si riapre su tutti i fronti.
In entrambi i casi, il Tar del Lazio aveva respinto le impugnazioni. Il Consiglio di Stato ha invece riformato le sentenze di primo grado, annullando gli atti del Csm e rimettendo la partita a Palazzo Bachelet.
Crotone, il caso della presidenza
Forciniti aveva impugnato la delibera del Plenum del Csm del 19 febbraio 2025, con cui era stato conferito a Mingrone l’incarico direttivo, contestando l’interpretazione dell’articolo 45 del decreto legislativo 160 del 2006, relativo alla temporaneità degli incarichi direttivi. Mingrone, infatti, aveva già svolto le funzioni di presidente del Tribunale di Crotone dal 30 settembre 2008 al 17 settembre 2015, per poi passare a Cosenza con il medesimo inquadramento direttivo, e aveva ottenuto la conferma nell’incarico con delibera consiliare del 20 novembre 2013.
Per il Tar del Lazio, la preclusione a ricoprire nuovamente lo stesso ufficio direttivo sarebbe scattata solo dopo il completamento dell’intero ottennio. Il Consiglio di Stato, invece, ha seguito una lettura diversa: il dato decisivo non è la durata effettiva del secondo mandato, ma l’avvenuta conferma.
Per i giudici di Palazzo Spada, la norma consente la conferma «per una sola volta» e proprio quella conferma consuma la legittimazione a ricoprire nuovamente lo stesso incarico nella medesima sede.
Il rischio di eludere la temporaneità
Il Consiglio di Stato ha chiarito che, una volta ottenuta la conferma, il magistrato non può ripresentare domanda per lo stesso ufficio direttivo, anche se non ha materialmente completato tutti gli otto anni. Una diversa interpretazione, secondo il massimo organo di giustizia amministrativa, rischierebbe di aprire la strada a condotte elusive del principio di temporaneità attraverso dimissioni, trasferimenti o collocamenti fuori ruolo prima della scadenza dell’ottennio.
Giochi riaperti per la Procura
Antonio Bruno Tridico, magistrato di sesta valutazione di professionalità, aveva appellato la sentenza del Tar contro la nomina di Domenico Guarascio, magistrato di terza valutazione, deliberata dal Plenum del Csm l’11 dicembre 2024 dopo la procedura di interpello pubblicata nel giugno 2023.
In questo caso, il nodo riguarda il giudizio comparativo tra i due magistrati. La Quinta Commissione di Palazzo Bachelet, con l’avallo del Plenum, aveva ritenuto prevalente il profilo di Guarascio, valorizzando soprattutto l’esperienza maturata per oltre nove anni nella Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, considerata particolarmente rilevante per un ufficio requirente collocato in un territorio segnato dalla presenza della ’ndrangheta, come testimoniano le decine d’inchieste coordinate dall’ufficio di Procura situato nel capoluogo di regione.
Ma, per il Consiglio di Stato, la Dda non può valere due volte. I giudici amministrativi hanno rilevato che il servizio svolto in Procura antimafia è stato utilizzato due volte: prima per attribuire a Guarascio una prevalenza nell’indicatore relativo alle esperienze maturate nel lavoro giudiziario, poi come criterio decisivo per risolvere il giudizio comparativo finale in suo favore.
Per i giudici, l’attività in Dda ha certamente rilievo, soprattutto in territori caratterizzati da forte presenza mafiosa, ma non può diventare un indicatore attitudinale autonomo e determinante al punto da svuotare la valutazione complessiva degli altri profili professionali.
Nel giudizio comparativo, secondo il Consiglio di Stato, non sarebbero state adeguatamente poste a raffronto le esperienze maturate da Tridico nei diversi settori dell’attività requirente.
Inoltre, il pm Tridico aveva rivendicato un percorso più ampio, con ventiquattro anni di esperienza, applicazioni presso la Procura generale, attività in diversi gruppi di lavoro e trattazione di procedimenti in materia di misure di prevenzione, sorveglianza, esecuzione penale e affari civili.
Per il Consiglio di Stato, il Csm avrebbe dovuto compiere una comparazione effettiva tra le diverse esperienze dei candidati, senza polarizzare il giudizio quasi esclusivamente sull’attività svolta da Guarascio nella Dda. La delibera, secondo la sentenza, non ha spiegato in modo adeguato perché quell’esperienza dovesse prevalere sulle competenze più variegate indicate dal ricorrente.
Ora la parola torna al Consiglio superiore della magistratura, chiamato a rideterminarsi alla luce dei principi fissati dal Consiglio di Stato.