Da Garlasco a Ustica, l’autunno dei casi irrisolti: cosa sappiamo e cosa resta ancora senza risposta
Dall’omicidio di Chiara Poggi a Denis Bergamini, da David Rossi a Regeni: nuovi reperti, nuove perizie e nuove indagini riaprono ferite giudiziarie che sembravano chiuse. Ma una pista non è una sentenza e un sospetto non è una condanna
Ci sono delitti che il tempo non riesce a seppellire.
Passano gli anni, cambiano i magistrati, vengono celebrati processi, arrivano assoluzioni e condanne. Ma alcune domande restano aperte. E quando una nuova perizia, un Dna, un documento dimenticato o una testimonianza riemergono, quelle domande tornano al centro della scena.
L’autunno 2026 ha riportato contemporaneamente sotto i riflettori alcuni dei più controversi casi italiani. Garlasco, Bergamini, David Rossi, Regeni, Pietracatella, Via Poma, Emanuela Orlandi e Ustica raccontano storie molto diverse. Hanno però un elemento comune: la distanza, talvolta enorme, tra ciò che è stato ipotizzato, ciò che è stato accertato dagli investigatori e ciò che è stato definitivamente stabilito da un giudice.
È proprio su questa distanza che occorre fare chiarezza.
Garlasco: la nuova inchiesta non cancella la condanna di Stasi
Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi viene uccisa nella sua abitazione di Garlasco.
Alberto Stasi, allora fidanzato della ragazza, viene definitivamente condannato a 16 anni di reclusione. La sua vicenda processuale attraversa assoluzioni, annullamenti e una nuova condanna fino alla decisione definitiva della Cassazione.
Ma il caso torna nuovamente al centro dell’attenzione per l’inchiesta su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara.
Il 28 settembre 2026 la Procura di Pavia ha notificato a Sempio un nuovo avviso di conclusione delle indagini, dopo ulteriori accertamenti. Al centro ci sono anche la cosiddetta impronta della scarpa e nuovi esami sul Dna.
Secondo la Procura, l’impronta rilevata sulla scena sarebbe compatibile con le caratteristiche del piede di Sempio. Gli investigatori hanno inoltre rivalutato alcuni accertamenti effettuati nel 2007 sulla bicicletta di Stasi.
Qui però è necessario fermarsi davanti a una distinzione fondamentale.
La chiusura delle indagini non significa condanna. E non significa neppure che la condanna definitiva di Stasi sia stata cancellata.
La Procura di Pavia, secondo quanto emerso dagli ultimi atti, non intende chiedere la revisione della sentenza di Stasi. L’eventuale procedimento nei confronti di Sempio seguirebbe quindi un percorso autonomo.
Il punto decisivo sarà capire se gli elementi raccolti oggi saranno sufficienti per superare il vaglio di un giudice.
Garlasco, dunque, non ha ancora una nuova verità giudiziaria. Ha una nuova, pesante fase investigativa.
Bergamini: dopo 37 anni compare un altro nome
Il 18 novembre 1989 Denis Bergamini, calciatore del Cosenza, muore sulla statale 106 a Roseto Capo Spulico.
Per molti anni la sua morte viene considerata un suicidio. Poi la ricostruzione investigativa cambia radicalmente.
Le successive perizie portano la Procura a sostenere che Bergamini sia stato ucciso e che il corpo sia stato successivamente collocato sulla strada per simulare un investimento.
Isabella Internò, ex fidanzata del calciatore, è stata condannata in primo grado a 16 anni per omicidio volontario premeditato. La sentenza d’appello è attesa per il 17 novembre 2026.
Ma il 28 settembre è arrivata una nuova svolta.
La Procura di Castrovillari ha notificato a Roberto Internò, 65 anni, cugino di Isabella, un avviso di conclusione delle indagini preliminari per concorso in omicidio volontario aggravato.
Secondo l’ipotesi accusatoria, Roberto Internò avrebbe agito insieme a Isabella e al padre di lei, Franco Internò, nel frattempo deceduto.
È un passaggio di grande rilievo perché, per la prima volta, l’ipotesi investigativa individua una responsabilità plurima nella morte del calciatore.
Ma anche qui la cautela è obbligatoria.
Roberto Internò è indagato, non condannato. Isabella Internò è condannata in primo grado, ma la sua posizione non è ancora definitiva.
La verità processuale dovrà ancora misurarsi con le nuove accuse.
David Rossi: la relazione che cambia il quadro, non ancora la verità giudiziaria
Il 6 marzo 2013 David Rossi, responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, muore dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni.
Per anni l’ipotesi del suicidio ha rappresentato la ricostruzione giudiziaria di riferimento.
Ora quella ricostruzione è nuovamente sottoposta a un esame radicale.
La Commissione parlamentare d’inchiesta ha acquisito una nuova consulenza medico-legale e psicologico-forense. I consulenti hanno definito l’ipotesi suicidaria “tecnicamente e scientificamente insostenibile”.
Nella relazione vengono indicate lesioni sul corpo di Rossi che, secondo i consulenti, non sarebbero compatibili con la sola precipitazione.
Le simulazioni realizzate con il contributo dei Ris hanno inoltre preso in esame uno scenario nel quale Rossi sarebbe stato aggredito da almeno due persone, forse tre.
Secondo la ricostruzione proposta dai consulenti, Rossi sarebbe stato ancora cosciente quando venne portato oltre la finestra e avrebbe cercato di aggrapparsi al bordo prima di precipitare.
C’è poi un’altra immagine tornata al centro dell’inchiesta: una sagoma ripresa dalle telecamere nel vicolo circa venti minuti dopo la caduta.
Una persona compare per pochi secondi, con un telefono all’orecchio.
La sua identità non è stata accertata.
Ed è proprio qui che occorre evitare il salto logico più pericoloso.
La Commissione parlamentare non è un tribunale. La consulenza non è una sentenza. L’ipotesi di un’aggressione deve ancora trasformarsi, eventualmente, in una ricostruzione giudiziariamente provata.
La domanda, quindi, non può ancora essere “chi ha ucciso David Rossi?”.
La domanda corretta, oggi, è un’altra: gli elementi raccolti dalla Commissione sono sufficienti per riaprire sul piano giudiziario una vicenda che per anni è stata ricondotta al suicidio?
È una differenza sostanziale.
Regeni: una sentenza storica, ma senza gli imputati
Il 28 settembre 2026 il Tribunale di Roma ha condannato in primo grado a dieci anni tre funzionari dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro aggravato di Giulio Regeni.
Un quarto imputato è stato assolto.
Nessuno degli imputati era presente in aula.
La vicenda giudiziaria si è svolta in assenza degli accusati anche per la mancata cooperazione delle autorità egiziane e per l’impossibilità di ottenere la loro presenza in Italia.
La sentenza costituisce un passaggio giudiziario di grande rilievo, ma non rappresenta la conclusione definitiva della vicenda.
Le condanne possono essere impugnate. E, soprattutto, i tre condannati non sono stati consegnati alla giustizia italiana.
Resta inoltre la questione centrale: ricostruire integralmente la catena delle responsabilità che portò al sequestro, alla tortura e alla morte di Regeni.
La giustizia italiana ha dunque pronunciato una prima risposta. Ma non ha ancora ottenuto la disponibilità degli imputati né esaurito tutte le domande sul caso.
Pietracatella: la ricina e una famiglia distrutta
È uno dei casi più inquietanti emersi negli ultimi mesi.
A Pietracatella, in provincia di Campobasso, Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15, muoiono alla fine di dicembre 2025.
All’inizio si pensa a un’intossicazione alimentare.
Poi arriva la svolta: gli accertamenti autoptici confermano la presenza di ricina.
La Procura di Larino procede per duplice omicidio.
Il 29 settembre 2026 la polizia perquisisce l’abitazione e lo studio professionale di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara.
Di Vita viene ascoltato dagli investigatori e consegna materiale informatico.
Ma un dato deve essere ribadito con assoluta chiarezza:
Gianni Di Vita non risulta indagato.
La perquisizione è un atto investigativo. Non è una contestazione di responsabilità.
Gli investigatori devono ancora stabilire dove e come la ricina sia stata introdotta nell’organismo delle vittime e, soprattutto, chi possa averla utilizzata.
È uno dei casi in cui il rischio di trasformare una circostanza investigativa in una colpevolezza mediatica è particolarmente alto.
Via Poma: il Dna torna sulla scena
Il 7 agosto 1990 Simonetta Cesaroni viene uccisa negli uffici di via Poma a Roma.
Raniero Busco, inizialmente condannato in primo grado, viene assolto in appello. La Cassazione conferma definitivamente l’assoluzione nel 2014.
Ma il caso non è definitivamente scomparso dalle aule investigative.
Nel 2026 sono stati nuovamente analizzati reperti biologici. Una traccia genetica è stata isolata e confrontata con otto persone, cinque donne e tre uomini, senza corrispondenza.
Altri accertamenti sono stati programmati.
L’inchiesta contro ignoti resta aperta.
Anche qui la novità è importante proprio perché non è ancora una soluzione: esiste una traccia, esistono nuovi confronti, ma l’assassino di Simonetta Cesaroni non ha ancora un nome giudiziariamente accertato.
Emanuela Orlandi: 43 anni dopo, nuovi reperti e nuove audizioni
La scomparsa di Emanuela Orlandi, il 22 giugno 1983, continua a produrre nuove piste.
Nel settembre 2026 i Ris hanno effettuato accertamenti su un flauto che potrebbe essere collegato alla ragazza. Gli esami genetici sono stati disposti nell’ambito delle nuove attività investigative.
Parallelamente continua il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.
La Commissione ha svolto nuove audizioni anche nelle ultime settimane.
Nel frattempo, nel 2026, la stessa Commissione ha votato una prima relazione nella quale ha escluso la pista della cosiddetta “tratta delle bianche” come spiegazione delle scomparse.
Il dato più importante, però, resta un altro: dopo oltre quattro decenni, non esiste ancora una verità giudiziaria definitiva sulla sorte di Emanuela Orlandi.
E le molte piste emerse negli anni non possono essere automaticamente trasformate in fatti.
Ustica: la storia cambia ancora il 2 ottobre 2026
È la novità più recente.
Il 27 giugno 1980 il Dc-9 Itavia precipita nel Tirreno. Muoiono 81 persone.
Per decenni la tragedia è stata accompagnata da indagini, processi, ipotesi e controversie internazionali.
Ma il 2 ottobre 2026 è arrivato un nuovo passaggio giudiziario.
Il Gip di Roma ha accolto la richiesta della Procura e ha restituito gli atti ai pm, revocando la richiesta di archiviazione.
L’inchiesta, dunque, continua.
La decisione è collegata anche alla disponibilità comunicata dalla Francia a trasferire agli archivi italiani documentazione relativa alla tragedia. L’ambasciata francese ha tuttavia precisato di non essere a conoscenza di richieste italiane di assistenza giudiziaria ancora pendenti e ha ricordato che due documenti erano già stati trasmessi nel 1986 e nel 1990.
La vicenda torna così nella fase investigativa.
Non significa che sia stata individuata una responsabilità.
Non significa che sia stata confermata una specifica dinamica.
Significa che, al 3 ottobre 2026, l’indagine penale non è stata archiviata e nuovi approfondimenti saranno possibili.
Dopo 46 anni, è un fatto giudiziario concreto.
Tortora: quando la giustizia sbaglia
Enzo Tortora appartiene a una categoria diversa.
Il suo non è un giallo rimasto senza soluzione. È la storia di un’accusa che si rivelò infondata.
Arrestato nel 1983, fu condannato in primo grado a dieci anni per associazione camorristica e traffico di droga. Venne assolto in appello nel 1986 e definitivamente dalla Cassazione nel 1987.
Il caso Tortora rimane uno dei più drammatici esempi italiani di distanza tra l’accusa iniziale e la verità giudiziaria definitiva.
È anche un monito sul potere delle dichiarazioni accusatorie, sul processo mediatico e sul rischio che una persona venga trasformata in colpevole prima che la giustizia abbia pronunciato la parola definitiva.
Il filo rosso: ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo
Garlasco, Bergamini, David Rossi, Regeni, Pietracatella, Via Poma, Orlandi e Ustica non sono lo stesso caso.
Sono vicende diverse per epoca, dinamica, prove e stato dei procedimenti.
Ma hanno qualcosa in comune: il rapporto difficile tra tempo, memoria, indagine e verità.
A Garlasco esiste una condanna definitiva e contemporaneamente una nuova indagine.
A Bergamini una condanna di primo grado e un nuovo indagato.
Nel caso Rossi una nuova consulenza della Commissione parlamentare propone uno scenario radicalmente diverso da quello del suicidio, ma non esiste ancora una nuova verità giudiziaria.
Per Regeni è arrivata una prima sentenza, ma gli imputati non sono in Italia.
A Pietracatella sappiamo che la ricina ha causato la morte di madre e figlia, ma non sappiamo chi l’abbia utilizzata.
A Via Poma una nuova traccia genetica riapre una possibilità investigativa, senza aver ancora indicato un colpevole.
Per Orlandi continuano indagini e accertamenti dopo 43 anni.
E a Ustica, proprio in queste ore, la richiesta di archiviazione è stata ritirata e gli atti sono tornati alla Procura.
È questa la fotografia dell’Italia dei grandi casi irrisolti.
Non una collezione di “misteri”, ma una serie di procedimenti nei quali convivono verità giudiziarie, nuove ipotesi, reperti da verificare e domande ancora senza risposta.
La regola fondamentale, per chi fa informazione, è allora una sola: non confondere mai una pista con una prova, una perizia con una sentenza, un’indagine con una condanna.
Perché nei grandi casi giudiziari il tempo può riaprire le domande.
Ma soltanto le prove, valutate nelle sedi competenti, possono trasformare una domanda in una verità processuale.