Dal corso a Vibo Valentia alla lotta alla ’ndrangheta, 40 anni in Polizia: la storia dell’agente (Licia) Serpico
Il primo corso per poliziotte in Calabria, poi Napoli, la cattura di Nuvoletta e l’operazione Aspide: una carriera tra camorra e infiltrazioni mafiose. «Nessun territorio è immune. I pregiudizi sulle donne? Li ho smontati con l’ironia»
Il suo percorso nella Polizia di Stato è cominciato anche dalla Calabria. È infatti a Vibo Valentia che Licia Serpico ha frequentato il primo corso di addestramento dedicato alle poliziotte, prima di intraprendere una carriera durata quarant’anni, trenta dei quali trascorsi alla Direzione investigativa antimafia di Padova. Un percorso tra Napoli e il Nordest, tra indagini su camorra, ’Ndrangheta e mafia e operazioni che hanno mostrato come la criminalità organizzata sia capace di superare qualsiasi confine territoriale.
Entrata in Polizia nel 1986, Serpico ha attraversato una fase di profondo cambiamento per l’amministrazione e per la presenza delle donne nelle forze dell’ordine. «Quando trovavo muri mi affidavo all’ironia e al buon senso», racconta al Corriere della Sera, ricordando gli inevitabili pregiudizi incontrati all’inizio della carriera. Un cambiamento culturale che, con il tempo, ha trasformato anche i rapporti con i colleghi uomini.
La sua vocazione operativa si manifesta subito. Nel 1987 arriva a Napoli, prima alle Volanti della Questura e poi alla Squadra Mobile. Le assegnazioni non le ha mai scelte personalmente: «Chi mi dirigeva aveva evidentemente visto una predisposizione alle attività operative». Tra le esperienze più delicate c’è la cattura di Angelo Nuvoletta, boss del clan camorristico omonimo, che Serpico indica anche come il criminale più pericoloso arrestato nel corso della sua carriera.
Nel 1998 il trasferimento a Padova segna un altro passaggio decisivo. Serpico racconta di essere arrivata convinta che il Nord fosse in qualche modo immune alle infiltrazioni mafiose. L’operazione Aspide le avrebbe mostrato il contrario: un gruppo criminale era riuscito a esportare «un vero metodo mafioso», dimostrando che nessun territorio poteva considerarsi al riparo.
Non sono state soltanto le grandi operazioni a lasciare un segno. Tra i ricordi più profondi c’è quello della figlia di un testimone di giustizia che inizialmente rifiutava il programma di protezione. Dopo aver temuto di non essere riuscita a tutelare l’intera famiglia, Serpico racconta di aver ricevuto dalla ragazza un abbraccio liberatorio e di aver trascorso la notte accanto a lei.
Dopo quarant’anni, il bilancio contiene anche un rimpianto: aver dedicato poco tempo alla vita privata. Ora, in pensione, Serpico dice di voler dedicare più spazio al figlio e al volontariato. Ma della sua lunga esperienza resta soprattutto una convinzione maturata sul campo: la criminalità organizzata non conosce territori immuni e il contrasto alle mafie richiede capacità investigativa, collaborazione e determinazione.