Delitto Aversa, i silenzi del poliziotto: «Non si fidava. Voleva andare alla Dia a denunciare quello che aveva scoperto»
Ai microfoni di LaC On Air parla il figlio del sovrintendente ucciso nel 1992 insieme alla moglie. «Era turbato, aveva una pistola sotto al sedile dell’auto». Il ruolo della «zona grigia» e i legami tra cosche, politica e affari. «Si è goduto poco la famiglia. Mia madre il perno della famiglia»
«Negli ultimi periodi mio padre non aveva una, chiamiamola così, una grande fiducia sul posto di lavoro. Si confidava poco. Teneva tutto per sé, questo forse è stato un errore. Teneva tutto per sé perché non voleva che le notizie riguardanti le sue indagini andassero fuori e venissero intercettate da persone che comunque potevano averne nocumento».
Così Walter Aversa ricorda suo padre Salvatore Aversa nei giorni precedenti all’agguato che la sera del 4 gennaio 1992, a Lamezia Terme, non lasciò scampo a lui e a sua moglie Lucia Precenzano: sospettoso, preoccupato ma anche silenzioso.
Salvatore Aversa, sovrintendete di polizia a Lamezia, stava lavorando su casi spinosi: l’eccidio di due innocenti netturbini, Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, avvenuto appena sette mesi prima, il 24 maggio 1991, e lo scioglimento del consiglio comunale del 30 settembre successivo.
Collegamenti e relazioni
Due casi strettamente legati tra di loro: i due netturbini vennero trucidati a colpi di kalashnikov per instillare il terrore nella società civile ma non solo. Doveva essere un messaggio nei confronti di coloro che le cosche avevano deciso di lasciare in vita perché sapesse prendere le decisioni giuste da quel momento in poi. E le decisioni giuste riguardavano, molto probabilmente, gli affari sulla recente privatizzazione della raccolta dei rifiuti. Appalti, affari, politica. La sequenza doveva essere questa. O, almeno, questa era una delle piste seguite da Aversa, autore di report, durante le amministrative del 1991, riversate nella relazione che aveva portato a sciogliere per mafia il consiglio comunale di Lamezia Terme.
La pistola sotto al sedile
Ad un certo punto Salvatore Aversa aveva capito di essersi esposto troppo, di essere diventato un bersaglio.
«Era un po' turbato – dice Walter Aversa ai microfoni di LaC On Air –, era preoccupato, non viveva serenamente neanche in quei rari momenti di serenità familiare. Si vedeva che c'era qualcosa di grosso che lo preoccupava. Io mi ricordo particolarmente un episodio. Una mattina mi accompagnò sul posto di lavoro e mi ricordo che notai che aveva, oltre alla pistola d'ordinanza, un'altra pistola in macchina. Dalla sua espressione capivo che viveva sul filo del rasoio, che viveva un momento particolarmente difficile».
«Voleva andare alla Dia a denunciare»
Al proprio dirigente dell’epoca, Antonio Surace, Salvatore Aversa aveva confidato che «voleva andare a Roma, alla Dia, a denunciare alcuni fatti. La Dia era di fresca costituzione e non sapeva come fare, come regolarsi, perché probabilmente queste sue indagini, questi suoi pensieri riguardavano qualcuno del mondo delle istituzioni e non sapeva regolarsi. Andò da Surace, si confidò e poi non so, non l'abbiamo saputo neanche noi se effettivamente era andato a Roma per confidarsi o meno. Questo rimane un segreto».
I messaggi della ‘ndrangheta
Ma perché uccidere un uomo delle istituzioni e richiamare sul territorio di Lamezia Terme l’attenzione di tutte le cariche più alte dello Stato? Perché portare alla militarizzazione della città?
«All'epoca era così – spiega Walter Aversa –. Lo leggo anche nella strage dei netturbini. Cosa significava uccidere con un'arma da guerra usata dalla ‘ndrangheta su un territorio di ‘ndrangheta? Cosa significava uccidere due netturbini? C'era di mezzo quella famosa zona grigia, quella che vuole fare affari senza usare le armi, quella che è fatta di professionisti, di uomini delle istituzioni, che andava a braccetto, e lo sapevamo, con le cosche criminali, per cui alcune ispirazioni possono essere venute proprio da quella zona grigia per paura di essere scoperti, per evitare che qualcuno si poteva rioccupare di determinate indagini. Un monito: “non ci toccate, non indagate perché noi vi uccidiamo, perché noi vi fermiamo”. I messaggi che si devono leggere nella strage dei netturbini, nella strage dei miei, sostanzialmente secondo me erano questi. Da un lato la paura di essere indagati, perseguiti, e dall'altro quella di dare il monito, l'avvertimento alla società, alla parte sana della società, i nostri affari li facciamo noi sul nostro territorio e nessuno si deve mettere in mezzo».
Com’è cambiata la ‘ndrangheta?
E oggi come è cambiata la ‘ndrangheta rispetto a quegli anni?
«Secondo me la situazione si muove soltanto sul canale finanziario, non c'è più la cosca che taglieggia. Ci sono degli episodi, probabilmente ci sono, continuano a esserci anche molto sotto traccia, ma la vecchia ‘ndrangheta, che faceva i sequestri, che faceva il traffico di armi e di droghe, che faceva le estorsioni, che bruciava, incendiava, faceva esplodere le attività, non c'è più. È meno redditizio, è più pericoloso, ci sono strumenti legislativi migliori per perseguire questi comportamenti. Chiaramente gli interessi a guadagnare illecitamente o in maniera truffaldina, gli appetiti economici, le cosche li hanno sempre avuti e continuano ad averli. Si avvalgono di un sistema fatto di finanza, fatto di professionisti che danno le indicazioni giuste per arrivare a determinati obiettivi, non più col kalashikov, ma magari con la leva finanziaria».
La famiglia
Ma quando la porta si chiudeva dietro alle spalle del poliziotto Aversa, com’era la vita in famiglia?
«Il perno della famiglia era mia madre, regina della famiglia. Dedita al focolare domestico, dedita ai figli, dedita alla nipote, dedita al benessere di tutti quanti noi, con sforzi sovrumani. Mio padre chiaramente stava molto fuori casa per il lavoro che svolgeva e per il modo con cui svolgeva quel lavoro. Mio padre la dedizione al lavoro l'ha un po' trascinato via dalla famiglia. L'ha vissuta poco. Mia madre invece ha dato quel centodieci percento proprio per sopperire a questa mancanza, per cui per noi alla fine in famiglia si stava bene, siamo stati benissimo e non finirò mai di ringraziarli».