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26/09/2026 ore 18.35
Cronaca

Delitto di Garlasco, l’avvocato Cataldo Calabretta: «Gli errori delle prime indagini vanno riconosciuti»

L’avvocato e docente di diritto dell’informazione esperto di cronaca giudiziaria è stato ospite di Storie Italiane, la trasmissione di Rai1 condotta da Eleonora Daniele

di Redazione

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco torna a interrogare non soltanto la giustizia, ma anche il modo in cui vengono condotte le indagini. Alberto Stasi è stato definitivamente condannato a 16 anni di reclusione dopo un percorso processuale particolarmente tortuoso: due assoluzioni nei primi gradi e una successiva sequenza di pronunce che ha portato alla condanna definitiva. Oggi, con una nuova indagine e nuovi elementi investigativi, si torna a discutere della ricostruzione di quelle prime indagini.

«A mio avviso – ha osservato l’avvocato Cataldo Calabretta, docente di diritto dell’informazione esperto di cronaca giudiziaria e tra i volti televisivi più autorevoli – l’errore giudiziario, inteso almeno come possibile errore nella ricostruzione investigativa e processuale, si è già consumato. Se dopo quasi vent’anni siamo costretti a rimettere mano a un’inchiesta che ha attraversato un percorso giudiziario così lungo e complesso, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci su ciò che non ha funzionato».

Cataldo Calabretta lo ha sostenuto nel corso di Storie Italiane, la trasmissione cult di Rai1 condotta da Eleonora Daniele, in un confronto nel quale era presente anche Gennaro Cassese, all’epoca capitano e comandante della Compagnia dei Carabinieri di Vigevano, oggi in pensione. Cassese ha sempre difeso l’operato degli investigatori, respingendo l’idea che l’inchiesta del 2007 fosse stata condotta concentrandosi esclusivamente su Stasi. In una recente dichiarazione ha ricordato che furono ascoltate oltre 300 persone e che gli accertamenti furono svolti anche fuori dalla provincia di Pavia. Ha riconosciuto la possibilità che siano stati commessi errori, ma ha rivendicato il buon senso e l’onestà intellettuale con cui, a suo dire, furono condotte le indagini.

È proprio questo il nodo più delicato. Nel 2007 gli investigatori lavoravano con gli strumenti scientifici e le conoscenze disponibili all’epoca. E certamente il fatto che Stasi sia stato assolto due volte prima della condanna definitiva dimostra quanto complesso sia stato il percorso probatorio. Già nelle prime settimane, peraltro, la Procura dichiarava pubblicamente che le indagini proseguivano a tutto campo e che il movente non era ancora chiaro.

«Oggi – ha specificato Calabretta – nessuno pretende di criminalizzare chi indagò allora. Ma sarebbe importante che, alla luce di ciò che sta emergendo, si avesse il coraggio di riconoscere eventuali errori, anche grossolani, commessi nella fase iniziale. Ammettere un errore non significa rinnegare le istituzioni: significa dimostrare che l’accertamento della verità viene prima dell’orgoglio di una ricostruzione investigativa».

Il punto, dunque, non è stabilire mediaticamente se Stasi sia colpevole o innocente né anticipare l’esito della nuova vicenda processuale. Il punto è capire se gli elementi oggi emersi siano tali da mettere in discussione una ricostruzione giudiziaria ormai definitiva. La cronologia processuale dimostra quanto sia stato accidentato il percorso: Stasi fu assolto nel 2009 e nuovamente nel 2011; la Cassazione annullò con rinvio l’assoluzione e il successivo processo d’appello portò alla condanna, poi divenuta definitiva.

«La giustizia – ha detto Calabretta – deve avere la forza di interrogarsi anche sulle proprie sconfitte. Se una nuova indagine dopo quasi vent’anni porta alla luce elementi che allora non furono adeguatamente valorizzati, non basta dire che oggi disponiamo di tecnologie migliori. Bisogna domandarsi se quegli elementi avrebbero potuto essere cercati, valutati o interpretati diversamente già allora. È questa, prima ancora della ricerca di un nuovo colpevole, la vera lezione che Garlasco consegna al nostro sistema giudiziario».