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17/09/2026 ore 07.01
Cronaca

«Denise Cosco e tutti noi testimoni di giustizia siamo carne da macello»: il grido di dolore di Rocco Mangiardi

Dopo la tragedia, l’imprenditore lametino denuncia solitudine e abbandono e chiede nuove figure istituzionali per accompagnare chi decide di rompere il silenzio: «Se il sistema non cambia saranno sempre meno quelli che denunceranno»

di Redazione Cronaca

La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, ha riacceso la rabbia e l’amarezza di Rocco Mangiardi, testimone di giustizia di Lamezia Terme. In una riflessione affidata a un comunicato, Mangiardi parla delle difficoltà vissute da chi decide di denunciare e chiede alle istituzioni una presenza concreta anche dopo la scelta di collaborare con la giustizia.

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«La fine tragica di Denise Cosco ha scatenato in me e in altri Testimoni di Giustizia tanta rabbia e tantissima amarezza. Siamo stanchi di come vanno le cose e di come siamo trattati. Se lo Stato, se il sistema di protezione non cambierà rotta, siamo già in pochi e saranno sempre meno quelli che denunceranno. Lo Stato deve decidere una volta per tutte da che parte stare. Le Istituzioni devono proteggerci, tenendo a bada chi vorrebbe farci del male, e non nascondere noi, come se fossimo i delinquenti. Di anno in anno le condizioni di chi denuncia sono peggiorate e, a parte i clamori e le passerelle dei politici nei momenti dei processi, di noi non rimane niente. Nient’altro che la solitudine e l’abbandono. Carne da macello. Questo siamo! Esempi utili a nessuno!».

Mangiardi racconta anche il rapporto con gli studenti e con i cittadini, ai quali i testimoni continuano a portare la propria esperienza per spiegare che denunciare è una scelta che può cambiare le cose. «Sempre con più fatica incontriamo gli studenti e la cittadinanza, nelle scuole e nelle piazze, cercando di dire loro che le cose dopo la denuncia migliorano, che lo Stato c’è, quando i cittadini ci sono! Tutte dignitose bugie che ci sforziamo di raccontare, pur sapendo che non è affatto così. Ma ai cittadini, agli studenti dobbiamo dare speranza e dire che ne vale la pena! Ma nel cuor nostro lo sappiamo, lo sanno i nostri figli. Gli stessi politici che si sono fatti belli con le nostre denunce sono letteralmente scomparsi. Sembra che con la scorta, o la località protetta, abbiano fatto tutto il necessario per noi. Mai una pacca sulla spalla, per chiederti come va, solo silenzio».

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Il testimone di giustizia descrive quindi la fatica di una vita che, dopo la denuncia, cambia radicalmente e critica quello che considera un progressivo distacco delle istituzioni: «Non fosse per la forza che abbiamo di resistere, molti di noi si sarebbero arresi, ma non ai mafiosi, ma allo Stato. Dirigenti delle forze dell’ordine che, ad eccezione di qualcuno, stanno nei loro uffici e neppure ci conoscono, a meno che non si facciano vivi di persona, come è successo più volte, per fare bella figura con i loro superiori, per farti firmare una revoca scorta, o peggio chiamarti in ufficio per dirti seccamente che, se la sera decidi di andare a mangiare un gelato con qualche amico rimasto, nella località in cui vivi devi comunicarglielo qualche giorno prima».

Da qui la richiesta di Mangiardi di introdurre nuove figure istituzionali che possano accompagnare i testimoni di giustizia nel tempo, senza limitare la loro protezione alla fase immediatamente successiva alla denuncia. «Bisogna che le istituzioni siano presenti sempre, così non si può andare avanti – denuncia Mangiardi –. Ci vorrebbero nuove figure che ci stiano vicino dopo la denuncia, figure istituzionali che abbiano la passione umana di seguirci in questo nostro percorso, che ci dicano: “Come va? Hai bisogno di qualcosa? Noi siamo con te”. Perché la vita di un Testimone, con il passare del tempo, non è più la stessa dopo il giorno della denuncia. Serve, quindi, regione per regione, laddove testimoni ce ne sono, una figura che faccia da tramite con chi di dovere al Governo. Non dobbiamo e non vogliamo elemosinare un diritto a questo o a quel politico di turno, come purtroppo qualcuno fa. L’attenzione verso chi denuncia è un dovere non partitico ma di Governo. E quale figura migliore sarebbe, se non quella del Prefetto, che rappresenta direttamente nei territori di competenza Governo? Chi meglio di lui? Troppa amarezza ci lascia la perdita di Denise e con queste riflessioni chiediamo più attenzione. Nessuno di noi deve rimanere isolato, nessuno deve morire o soffrire mai più per avere fatto la Bellissima Scelta della Denuncia».