Diabolik, il retroscena sull’omicidio e le frasi al fratello: «La ’ndrangheta non c’entra, gli avremmo sparato in faccia»
Dopo la morte di Fabrizio Piscitelli, al fratello Andrea arrivarono visite e rassicurazioni da albanesi e calabresi. Poi le intercettazioni hanno ricostruito un delitto che sarebbe stato pianificato da anni: «Tutti si sono messi a tavola per eliminarlo»
«Gli albanesi non c’entrano niente con la morte di tuo fratello, gli albanesi volevano bene a tuo fratello». E ancora: «Andrea, i calabresi non c’entrano niente con la morte di tuo fratello e se tuo fratello avesse fatto qualcosa ai calabresi, noi gli avremmo sparato davanti e non alle spalle come fanno gli infami».
Sono le frasi che Andrea Piscitelli, fratello di Fabrizio, si è sentito pronunciare a casa sua, a Marino, nei giorni successivi all’omicidio di Diabolik. Due visite inattese, da parte di persone che non aveva mai visto prima e che arrivavano per mettere le mani avanti, prendere le distanze, quasi a voler chiarire subito che quei mondi criminali non avevano avuto un ruolo nell'agguato costato la vita all’ex capo ultras della Lazio.
La prima visita sarebbe stata quella di un giovane albanese di corporatura imponente. La seconda, invece, di due uomini ben vestiti, sulla sessantina, che si presentarono direttamente ad Andrea Piscitelli. Il messaggio era netto: né gli albanesi né i calabresi, dissero, avevano avuto a che fare con la morte di Fabrizio.
Quelle parole assumono oggi un peso particolare alla luce degli elementi raccolti dagli investigatori sull’omicidio di Piscitelli e delle intercettazioni finite nell’inchiesta. Perché mentre all’esterno arrivavano rassicurazioni e prese di distanza, nel sottobosco criminale romano si discuteva da tempo della possibilità di eliminare Diabolik.
Omicidio Fabrizio Piscitelli, 7 arresti. Diabolik sarebbe stato freddato con l’assenso di Senese«Tutti si sono messi a tavola»
A raccontare come sarebbe maturata la decisione è Orial Kolaj, esponente del gruppo degli albanesi vicino a Fabrizio Piscitelli. In una conversazione intercettata il 13 maggio 2024, Kolaj indica quelli che gli investigatori considerano i presunti mandanti dell’omicidio: Michele Senese, Leandro Bennato e Alessandro Capriotti.
Il racconto restituisce l’immagine di una decisione condivisa all’interno del clan Senese. «Bennato, chi è stato.. Leandro, tutti... Gianni (De Salvo, ndr)... Tutti hanno dato l’ok, pure Michele (Senese, ndr) ha dato l’ok. Tutti si sono messi a tavola, tutti. Il Milionario (Capriotti, ndr)... Chi ha meno investito è stato il Milionario».
Secondo Kolaj, l'obiettivo non sarebbe stato soltanto quello di eliminare Piscitelli, ma anche quello di riaffermare una posizione di forza: «L’hanno fatto per spadroneggiare per tirare il petto tutti». E poi una frase riferita proprio a Senese: «Michele però non lo doveva abbandonare, l’ha cresciuto lui».
Nel racconto emerge anche quello che sarebbe stato il movente dell'agguato. Piscitelli avrebbe chiesto 100mila euro a un uomo conosciuto come Nanà, sostenendo di avere una sorta di controllo sulla zona. Una pretesa che, secondo la ricostruzione di Kolaj, avrebbe contribuito a trasformare Diabolik in un personaggio diventato troppo scomodo.
«Ha chiesto una piotta a Nanà, perché la zona è mia, ma che è terra tua? Ma chi sei il re di Roma? (...) Fabrizio era un pisciaturo, gli dai una pizza... pace all’anima sua. Il problema è che volevano proprio farselo, era scomodo».
«Strega doveva esse fatto sei anni fa»
L’idea che l’omicidio fosse stato deciso molto prima del 7 agosto 2019 compare anche, lo riporta il Messaggero, in una conversazione del 2 marzo 2021 tra Fabrizio Mineo, ex calciatore della Lazio, e Alessandro Corvesi, suo ex compagno di squadra.
Piscitelli viene indicato con il soprannome «Strega». Mineo sostiene che avrebbe dovuto essere ucciso già anni prima: «Strega doveva esse fatto sei anni fa».
Corvesi concorda e racconta perché, a suo dire, l’eliminazione sarebbe stata rinviata. A proteggere Piscitelli ci sarebbe stato soprattutto Arben Zogu, detto Nano, uno degli albanesi più vicini a Diabolik: «Strega si salvava perché avevano paura del Nano (l’albanese Arben Zogu, ndr), perché non tiene rivali, solo chi conosce bene lui sa a cosa può arrivare... riesce a far schierare 100 kamikaze di quelli veri».
Nella stessa conversazione compare anche il riferimento a Michele Senese. «Ci sta l’ok di M», dicono i due, parlando di quella che descrivono come un’operazione preparata con largo anticipo.
Il delitto, secondo la loro ricostruzione, sarebbe stato studiato nei minimi dettagli. Mineo lo definisce un «delitto perfetto»: «Guarda come hanno fatto Diablo, tiè. Perfetto, esecuzione perfetta... mafia».
Corvesi aggiunge particolari sul metodo utilizzato: «Ormai ho capito il metodo. Prima cosa era appuntamento fisso da mesi e mesi. Quindi studio prima del tragitto, prove su prove, su ogni telecamera. Perché non è ammazzarlo e non riuscire a far capire come vai via e in quale direzione. Posto studiato prima, anni prima».
Un'analisi che richiama proprio le caratteristiche dell'agguato del 7 agosto 2019, quando Piscitelli venne raggiunto da un colpo di pistola mentre era seduto su una panchina nel Parco degli Acquedotti, a Roma.
Il killer e quella telecamera
Nella conversazione, Mineo parla anche dell'unico elemento che avrebbe potuto ricondurre all'esecutore materiale: una telecamera che aveva immortalato una parte della gamba dell'uomo e un tatuaggio.
Quel dettaglio portò gli investigatori fino a Raul Calderon, accusato dell'omicidio. Ma in appello l’accusa di omicidio nei suoi confronti è poi caduta.
È proprio questo passaggio a rafforzare, nel racconto dei due interlocutori, l'idea di un'azione costruita per lasciare meno tracce possibili. «Perché poi sanno che cade al processo, cioè sanno chi è stato ma non hanno le prove», osserva Corvesi.
Il legame con il «Nano»
Il rapporto tra Piscitelli e Arben Zogu emerge anche dalle parole di Kolaj. Sempre nell'intercettazione del maggio 2024, l’uomo descrive una possibile reazione di Zogu dopo la morte dell’amico: «Devono aver paura che il Nano gli ha promesso che a uno a uno gli spaccherà tutti.... e so convinto che quello tutta la vita sua per ammazzarli tutti».
Zogu, secondo quanto riportato negli atti, si troverebbe attualmente a Dubai. Il riferimento contenuto nell'intercettazione apre dunque anche un altro scenario: quello di una possibile prosecuzione della faida e di una scia di violenza che potrebbe non essersi esaurita con l'uccisione di Piscitelli.
Il delitto di Diabolik, insomma, appare sempre più inserito in una guerra di equilibri criminali, rapporti economici e alleanze trasversali. Un mondo nel quale, nei giorni immediatamente successivi all'agguato, sembrava esserci anche la necessità di dichiararsi estranei.
Le rassicurazioni dei calabresi e degli albanesi
È questo il significato delle due visite ricevute da Andrea Piscitelli a Marino. Prima l'uomo albanese, poi i due presunti calabresi. Entrambi arrivarono con un messaggio simile: «Noi non c’entriamo».
Una circostanza che, riletta alla luce delle intercettazioni successive, restituisce l'immagine di un ambiente criminale che aveva avvertito immediatamente la portata dell'omicidio. Fabrizio Piscitelli non era soltanto un ex capo ultras della Lazio: era un personaggio con relazioni e interessi capaci di attraversare diversi gruppi della criminalità romana.
Anche i Senese, nei giorni successivi alla sua morte, avrebbero mostrato ai familiari una apparente estraneità. Il padre e il fratello di Michele Senese arrivarono persino a piangere davanti ad Angela e Andrea Piscitelli.
Ma dietro il dolore ostentato sarebbe emersa anche una preoccupazione molto più concreta: capire se Fabrizio avesse lasciato denaro alla moglie e, soprattutto, se si trattasse di soldi che i Senese non erano riusciti a recuperare.
È il contrasto tra queste due dimensioni – le rassicurazioni rivolte alla famiglia e le conversazioni intercettate negli anni successivi – a raccontare meglio di qualsiasi altra cosa il clima attorno alla morte di Diabolik. Da una parte le parole di chi si affrettava a dire «noi non c’entriamo». Dall’altra, secondo la ricostruzione degli investigatori, un progetto omicidiario che sarebbe stato discusso, preparato e condiviso molto prima di quella sera d’agosto del 2019.