Dossieraggio illegale, l’ex procuratore di Reggio Calabria De Raho di nuovo nel mirino: «I pm lo tutelavano»
Una relazione della Commissione parlamentare antimafia ricostruisce anni di controlli mancati e sistemi opachi gettando ombre sul deputato del M5S che si difende: «La maggioranza vuole controllare i magistrati». Le minoranze denunciano forzature, teoremi e interferenze
La relazione approvata dalla Commissione parlamentare antimafia sugli accessi abusivi alle banche dati istituzionali della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna) rappresenta uno dei passaggi più controversi e politicamente divisivi degli ultimi anni nei rapporti tra Parlamento e magistratura. Il documento, presentato dalla presidente Chiara Colosimo e approvato in seduta plenaria, chiude l’indagine parlamentare sul sistema di dossieraggi illegali che avrebbe operato all’interno della stessa Dna, con accessi indebiti a informazioni sensibili su politici, imprenditori e personalità pubbliche.
Secondo la relazione, le Procure di Perugia prima e di Roma poi non avrebbero adeguatamente valutato la posizione dell’allora procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, oggi deputato del Movimento 5 Stelle e vicepresidente della Commissione oltre che ex procuratore della Repubblica di Reggio Calabria. Il documento parla apertamente di un’“opacità istituzionale” e di una vera e propria “patologia dei meccanismi di accesso e controllo ai sistemi informativi”, delineando quello che viene definito «uno scenario particolarmente inquietante».
«Le Procure tutelavano Cafiero de Raho»
Il passaggio più delicato riguarda proprio il modo in cui le procure procedenti avrebbero affrontato la posizione del vertice della Dna nel periodo compreso tra il 2017 e il 2022, anni in cui si collocano gli accessi abusivi contestati. «Un ulteriore profilo di criticità riguarda il modo in cui le Procure procedenti hanno affrontato la posizione di Cafiero De Raho», si legge nella relazione. L’indagine giudiziaria, secondo la Commissione, «non ha valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale, trattando ciò che avrebbe richiesto massimo rigore come se invece si trattasse di un profilo marginale». Un approccio che avrebbe prodotto un «deficit istruttorio» tale da «lasciare in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio» e da impedire di cogliere «la portata sistemica della gestione tossica» che avrebbe caratterizzato la Dna in quegli anni.
L’inchiesta parlamentare prende le mosse dalla vicenda degli accessi abusivi alle banche dati della Procura nazionale antimafia, che vede tra gli indagati l’ex finanziere Pasquale Striano e l’ex sostituto procuratore della Dna Antonio Laudati. I lavori della Commissione sono iniziati nel 2023, mentre l’indagine giudiziaria era stata aperta dalla Procura di Roma già nell’autunno del 2022, a seguito della denuncia del ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva segnalato la pubblicazione di dati dettagliati sulla propria posizione fiscale e patrimoniale.
La Commissione afferma di aver basato le proprie conclusioni sull’esame di un’enorme mole documentale – circa 66mila pagine trasmesse dalla Procura di Roma – e sulle audizioni svolte a Palazzo San Macuto. Agli atti dell’indagine giudiziaria risultano inoltre 648 gigabyte di materiale scaricato e 349mila download effettuati dal solo computer dell’ex finanziere Striano. La Procura di Roma ha chiuso le indagini, ereditate da Perugia, e si attende ora la decisione sull’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.
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Sul piano politico, però, la relazione ha provocato una durissima reazione delle opposizioni. Pd, M5S, Avs e altri gruppi hanno depositato una relazione di minoranza congiunta, mentre il Movimento 5 Stelle ne ha presentata una propria, più tecnica. Al centro delle critiche vi è l’accusa di una «indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura» e la violazione di principi fondamentali come «la separazione dei poteri» e «l’indipendenza del potere giudiziario». La relazione di maggioranza, sostengono le opposizioni, «sembra quasi scritta da una sorta di “Gip ombra”» e impone di chiedersi «quale sia il motivo di queste indebite pressioni da parte della presidente Colosimo e della sua maggioranza».
Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte parla di «killeraggio nei confronti di De Raho e Scarpinato», pur ricordando di essere stato egli stesso vittima di accessi abusivi: «Io sono stato oggetto di accessi abusivi, perché pressoché tutto il mio nucleo familiare lo è stato. Ricostruire questa verità a senso unico, come se ci fosse soltanto un dossieraggio contro la destra non corrisponde alla realtà». Di segno opposto la replica di Giovanni Donzelli, che liquida le accuse come frutto di «follie politiche» fatte di «entità, teoremi, poteri occulti, olio di ricino».
Per la maggioranza, al contrario, la relazione rappresenta un atto di trasparenza necessario. Il vicepresidente della Commissione Mauro D'Attis rivendica «la forza di procedere con determinazione verso la ricerca della verità: quella oggettiva, non inquinata da condizionamenti di parte».
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In un’intervista successiva all’approvazione della relazione, Federico Cafiero De Raho respinge con fermezza tutte le accuse, definendo il lavoro della Commissione «un attacco strumentale contro un avversario politico». «È successo qualcosa di molto grave, inimmaginabile. La maggioranza ha strumentalizzato un’inchiesta per colpirmi. E hanno preparato una relazione come se volessero sovrapporsi al pubblico ministero».
Secondo l’ex procuratore nazionale antimafia, il messaggio sotteso al documento sarebbe intimidatorio: «State attenti. Non toccate nessuno della maggioranza di governo. Non toccateli perché altrimenti ne pagherete le conseguenze». De Raho nega di essere stato a conoscenza degli accessi abusivi compiuti da Striano: «Io non potevo sapere nulla degli accessi abusivi di Striano perché ero il vertice dell’ufficio e i controlli li avevo delegati ad altri». E sottolinea come l’accesso relativo al ministro Crosetto sia successivo alla fine del suo mandato: «L’accesso abusivo che riguardava il ministro Crosetto, poi, è del luglio 2022 e io avevo lasciato l’incarico da febbraio».
Quanto alla presunta segnalazione interna dell’ex procuratore aggiunto Giovanni Russo, De Raho replica: «Si tratta di una nota del 4 marzo 2020 che non ha né protocollo né firma, a me mai consegnata». Esclude poi qualsiasi rapporto con Striano: «Mai, nessun rapporto. Non lo conosco proprio». E ridimensiona la portata sistemica delle violazioni: «Striano era un caso isolato e abnorme».
Infine, l’ex procuratore lega la vicenda a un disegno più ampio: «La verità è che la maggioranza di governo vuole controllare i magistrati ed è questo, in fondo, l’obiettivo della riforma della giustizia». Una lettura che ribalta l’impianto della relazione e che conferma come lo scontro sulla gestione della Dna e sul ruolo delle istituzioni resti tutt’altro che chiuso.