Gratteri (ri)lancia l’allarme sulla giustizia: «A Napoli 1.300 richieste di arresto ferme, alcune da due anni»
A Napoli mancano almeno dieci gip e sono 1.150 le posizioni ancora da esaminare soltanto per i procedimenti della Dda. Il procuratore: «Si può lavorare anche nel pomeriggio». Il problema rischia di aggravarsi con la riforma Nordio
L'ultima operazione contro il narcotraffico della camorra nel quartiere Bagnoli riporta sotto i riflettori anche un'altra emergenza, quella che riguarda la macchina della giustizia napoletana. Sono almeno 1.300 le richieste di arresto che attendono di essere esaminate, mentre nell'organico del tribunale mancano almeno dieci giudici per le indagini preliminari.
A rilanciare l'allarme è stato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri. Un problema già sollevato nei mesi scorsi e che, secondo il procuratore, non può essere considerato una difficoltà contingente.
«Circa 1150 sono solo per procedimenti di competenza della Direzione distrettuale Antimafia. Ci sono richieste ferme anche da due anni. La carenza di organico non è un fatto di oggi se adesso mancano 10 gip, l’anno scorso ne mancavano 8. Cambia poco. C’è bisogno di nuovi giudici perché la produzione della Procura di Napoli è aumentata. E allora bisogna attrezzare l’ufficio gip, riempiendo le piante organiche da parte del Csm e da parte del ministero».
Il dato assume un peso particolare considerando che a febbraio entrerà in vigore la riforma Nordio sul Gip collegiale. Con le nuove regole, infatti, a decidere sulle misure cautelari sarà un collegio composto da tre giudici, con un conseguente aumento delle risorse necessarie per gestire il carico di lavoro.
Gratteri: «Si può lavorare anche di pomeriggio»
Il tema dell'organizzazione degli uffici giudiziari era già emerso durante la cerimonia di insediamento della nuova presidente del tribunale di Napoli, Gabriella Maria Casella. In quell'occasione Gratteri aveva sollevato anche la questione dell'organizzazione delle udienze e della possibilità di utilizzare le fasce pomeridiane.
Le sue parole avevano provocato reazioni e polemiche, soprattutto tra gli avvocati. Il procuratore era però tornato a difendere la propria posizione, richiamando il protocollo sottoscritto dagli organismi dell'avvocatura.
«Alcuni si sono arrabbiati, dicono che l’avvocato non può stare dalle 9 alle 16 in tribunale. Non è vero, perché se solo l’avvocato che ha parlato si fosse letto il protocollo che è stato sottoscritto, ricordo non solo dal Consiglio degli avvocati ma anche delle Camere Penali, avrebbe letto che sono previste le fasce orarie di inizio dei processi. È falso dire che si aspetta dalle 9, perché se si rispetta quel protocollo c’è un calendario».
Il confronto con altri tribunali italiani è stato utilizzato da Gratteri per sostenere la possibilità di ampliare l'attività anche nelle ore pomeridiane: «Perché allora nel Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si fa udienza di pomeriggio? È vero, i giudici devono fare anche le camere di Consiglio, lo so bene. Mica a Santa Maria Capua Vetere non fanno le camere di Consiglio? Quindi – ha concluso Gratteri – si possono fare anche a Napoli e si può lavorare tranquillamente di pomeriggio come si fa in quasi tutti i tribunali d’Italia».
Il blitz contro il clan Petrone-Puccinelli
L'allarme sull'ufficio Gip è emerso durante la presentazione dell'operazione dei carabinieri che ha colpito una rete di narcotraffico riconducibile al clan Petrone-Puccinelli.
Alla conferenza stampa hanno partecipato, oltre a Gratteri, il procuratore aggiunto Sergio Amato, il generale dei carabinieri Biagio Storniolo e i vertici dell'Arma di Bagnoli. L'inchiesta ha ricostruito l'attività delle piazze di spaccio del rione Traiano, che secondo gli investigatori arrivavano a generare un giro d'affari di circa 450mila euro al mese.
Nel corso dell'operazione sono stati sequestrati 55mila euro in contanti, un Rolex del valore di circa 11mila euro e una collana di diamanti.
Particolare anche il sistema utilizzato per gestire la droga. Il generale Storniolo lo ha definito uno spaccio «just in time»: «la droga era custodita altrove e veniva trasferita solo poco prima della cessione».
Gli stupefacenti venivano nascosti all'interno di bunker ricavati in alcune cantine che, secondo quanto emerso dalle indagini, erano state di fatto sottratte alla disponibilità dei proprietari degli alloggi di edilizia popolare. A proteggere i depositi c'era inoltre una rete di videosorveglianza.
Un sistema che ha reso particolarmente complesso l'intervento dei militari. «Penetrarlo non è stato facile», ha spiegato il tenente colonnello Giuseppe Musto, comandante del Gruppo Napoli.