Graviano, l’ultima carta del boss. Ma senza prove le parole non bastano più
Il boss continua a giocare la sua partita a colpi di accuse, allusioni e verità annunciate. Dalle presunte relazioni con Berlusconi alla misteriosa “carta” che potrebbe documentarle, il boss rilancia di nuovo. Ma nessuna delle sue dichiarazioni ha trovato riscontri. Una strategia da pokerista che giunge ora all'ultima mano: l'arrivo in DNA di Giuseppe Lombardo
Giuseppe Graviano andrebbe avvisato: il mondo, fuori dai penitenziari nei quali si trova recluso ininterrottamente dal 1994, è profondamente cambiato. Quei “pizzini” recapitati con mezze frasi, e che un tempo avrebbero provocato scossoni, oggi non rappresentano altro che un flebile sussulto.
La conferma è giunta, puntuale, a seguito della sua testimonianza davanti al Tribunale di Firenze, dove “Madre Natura” era chiamato a deporre nel processo che vede imputato Salvatore Baiardo. Questi, già condannato negli anni ’90 proprio per aver favorito i Graviano, è accusato di favoreggiamento e di calunnia aggravata nei riguardi del giornalista Massimo Giletti, per la fantomatica fotografia che sarebbe stata mostrata al noto presentatore e nella quale sarebbero ritratti Silvio Berlusconi, Giuseppe Graviano e l’allora generale dei Carabinieri Francesco Delfino. I tre sarebbero stati seduti ad un bar in un periodo storico rientrante nei primi anni ’90. Fotografia che Giletti afferma gli fu mostrata da lontano da Baiardo. Questi nega e il boss, venerdì scorso, ha affermato che quell’incontro non ci può mai essere stato, bollando la foto come falsità.
La testimonianza di Graviano, tuttavia, oltre a tendere indirettamente una mano a Baiardo, non ha aggiunto nulla di rilevante rispetto a ciò che il boss di Cosa Nostra aveva già affermato sei anni prima, davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria, quando lanciò accuse molto pesanti nei riguardi di Silvio Berlusconi, spiegando che suo nonno avrebbe, insieme ad altri personaggi, creato una società con l’ex presidente del Consiglio, ipotizzando anche una suddivisione degli utili derivanti da tale investimento.
Non è certamente questa la sede nella quale disquisire circa il contenuto delle parole di Graviano su Berlusconi, ma un dato è allo stato inconfutabile e con quello occorre confrontarsi: non vi è una singola circostanza che abbia trovato un riscontro concreto al narrato del boss stragista.
Graviano parla, rilancia, ammicca, fa intendere. A volte s'inalbera pure. Ma quando arriva il momento di portare concreti riscontri, si limita a invitare la magistratura ad andare a ricercare fatti che diano credito alle sue tesi. Oppure, come accaduto a Reggio Calabria, alla domanda sui mandanti esterni delle stragi, si trincera dietro formule come “Per il momento non mi ricordo”.
Ragiona come un bravo pokerista, Giuseppe Graviano. Gli oltre trent’anni trascorsi in regime di carcere duro non gli hanno fatto perdere la necessaria lucidità per comprendere come ci si debba fare ascoltare.
Lo ha dimostrato nel febbraio 2020, sottoponendosi all’esame nella qualità d’imputato nel processo “’Ndrangheta stragista”. In quella sede, spostò subito l’attenzione su quel che – a suo dire – aveva progettato il nonno quanto ad investimenti con Berlusconi.
Ma non perse l’occasione per accendere i riflettori sull’omicidio di suo padre, Michele Graviano, episodio sul quale i magistrati dell’epoca non avrebbero indagato a sufficienza; nonché sul suo arresto, avvenuto per un «progetto voluto da più persone». Anche in quella sede chiese a gran voce di conoscere la “verità”: «Prima portatemi i responsabili della morte di mio padre, poi parlerò», disse con grande enfasi. Aggiungendo come fosse inutile cercare ancora l’agenda rossa di Borsellino o gli autori dell’omicidio Agostino. Anzi, rilanciò invitando ad aprire i cassetti della Procura di Palermo.
All’epoca, così come avvenuto pochi giorni fa, Graviano ha destato l’attenzione della famiglia Berlusconi che, mentre nel 2020 annunciò di volerlo querelare, dopo la testimonianza di venerdì a Firenze ha reagito in modo veemente, con una lettera nella quale si parla di “monumento all’ipocrisia giudiziaria”, ma anche di “accanimento” e “processo surrettizio” nei riguardi di Silvio Berlusconi. Una presa di posizione legittima, dal punto di vista dei familiari, soprattutto alla luce della totale mancanza di riscontri da parte di Graviano.
C’è un unico elemento di novità apportato dal boss stragista. Riguarda un’asserita “carta” che documenterebbe l’accordo iniziale del nonno con l’ex Cavaliere: «Se ne occupava mio cugino Salvatore, non so dove sia. Da quando sono stato arrestato non ne so niente».
In verità, il commento più interessante alla vicenda è giunto dall’avvocato Antonio Sanvito, difensore di Graviano. Intervistato dal Fatto Quotidiano, ha affermato che il boss ha detto a più riprese ai magistrati di Firenze come questa fantomatica carta la possa recuperare solo lo stesso Graviano: «Lui ritiene di sapere dov’è, ma la può recuperare solo da uomo libero».
Così, dopo le due precedenti mosse da pokerista consumato (confermare la versione di Baiardo e provocare una nuova reazione stizzita dei Berlusconi), Graviano ha tentato la giocata finale: la carta c’è, ma la condizione necessaria è che possa cercarla da uomo libero.
V’è da chiedersi, allora, se l’obiettivo finale di Graviano sia far leva su questo fantomatico documento (esiste o è un bluff?) per sperare di accedere a benefici penitenziari.
Se così fosse, il boss stragista dimentica un particolare: nonostante possa fornire tutto il contributo che desidera, l’eventuale accesso a benefici penitenziari per un condannato per reati di mafia è sottoposto a condizioni assai stringenti, tra le quali, in determinati casi, anche la collaborazione con la giustizia.
Tuttavia, una dritta al boss Graviano si può dare per amore della verità. Se davvero ritiene di voler fornire concreti riscontri alle dichiarazioni rilasciate a più riprese negli ultimi sei anni, a breve avrà un’opportunità unica.
Quando, nel febbraio 2020, parlò per la prima volta a Reggio Calabria, disse di averlo fatto perché si fidava solo del procuratore Giuseppe Lombardo, nonostante questi lo accusasse dell’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo. Un’attestazione di stima non indifferente.
Se così è, allora, sappia che, dopo la ratifica del plenum, proprio Lombardo diventerà procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia.
Graviano, dunque, potrà avere un interlocutore di cui si fida, parlare con lui nelle forme riservate e utili a fornire riscontri veri (“carta” compresa), dando un seguito ai suoi propositi mostrati dinanzi alla Corte d’Assise.
In caso contrario, le sue parole rischieranno di essere definitivamente bollate come inattendibili. E a Graviano non resterà che prendere atto di quanto difficile possa essere trovare un magistrato disposto a dargli credito per il solo fatto che stia continuando ad accusare il defunto Silvio Berlusconi.