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09/05/2026 ore 17.51
Cronaca

Hantavirus, il parere del virologo: «Mortalità al 40% e popolazione italiana senza immunità: sorveglianza fondamentale»

«Un numero limitato di casi importati può innescare catene di trasmissione difficili da contenere»: l'allarme di Francesco Broccolo (Università del Salento) sul ceppo Andes

di Redazione

La decisione del ministero della Salute di attivare una sorveglianza sanitaria rafforzata sui contatti dei casi di hantavirus viene considerata «molto opportuna» dal virologo Francesco Broccolo, docente dell’Università del Salento, che lancia l’allarme sui rischi legati al ceppo Andes, l’unico tra gli hantavirus conosciuti capace di trasmettersi da uomo a uomo.

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Intervistato dall’Ansa, Broccolo spiega che l’obiettivo principale della misura è «evitare che questo ceppo si trasmetta ulteriormente fra gli esseri umani, accumulando nuove mutazioni che potrebbero renderlo più contagioso».

Il virologo chiarisce nel dettaglio in cosa consista la procedura di controllo predisposta dalle autorità sanitarie. «La sorveglianza attiva consiste nella quarantena delle persone che sono state a contatto con casi di hantavirus, nel tracciamento dei contatti e nel monitoraggio fino al completamento del periodo di sorveglianza di 42 giorni», afferma l’esperto, precisando che il periodo è stato «adottato in via conservativa».

Il monitoraggio prolungato dipende dalle caratteristiche biologiche del virus. «Il periodo di incubazione dell’hantavirus Andes è stimato tra 9 e 33 giorni», ricorda Broccolo, spiegando che al termine possono comparire «segni clinici constatabili dai medici oppure sintomi riferiti dai pazienti».

Sul fronte diagnostico, il virologo sottolinea che «non sono disponibili kit commerciali» per individuare il virus e che il riferimento nazionale resta l’Istituto Spallanzani. «L’Istituto Spallanzani è il riferimento per eseguire il test diagnostico. Questo richiede un coordinamento, ma non è un problema perché si tratta semplicemente di inviare il campione al laboratorio di riferimento», osserva.

Secondo Broccolo, la sorveglianza attiva è indispensabile soprattutto per le peculiarità del ceppo Andes. «Pur avendo un tasso di replicazione stimato intorno a 2,2 in contesti di cluster familiari – ossia ogni persona con l’infezione può contagiarne circa altre due – ha la caratteristica di avere un tasso di mortalità alto, intorno al 40%», evidenzia.

Ancora più preoccupante, secondo l’esperto, è la modalità di trasmissione del virus. «Si trasmette da uomo a uomo attraverso una doppia via: sia attraverso le secrezioni nasali, sia attraverso la saliva», spiega Broccolo, collegando questa capacità «a specifiche proprietà biologiche del ceppo Andes, il cui meccanismo molecolare preciso è ancora oggetto di studio».

Il virologo ricorda inoltre che, tra «oltre 60 specie di hantavirus», il ceppo Andes è «l’unico ad avere queste caratteristiche», tanto da definirlo «un evidente errore evoluzionistico del virus». Secondo Broccolo, infatti, «replicandosi nell’uomo e avendo un alto tasso di mortalità, finirebbe per distruggere il suo ospite».

L’esperto precisa però che questa capacità del virus «era nota da tempo» e che «l’incidenza di questo ceppo Andes è molto bassa», chiarendo che «non è un salto di specie avvenuto oggi».

Particolarmente delicata appare la situazione italiana. «La nostra popolazione è completamente naive dal punto di vista immunologico: nessuna esposizione pregressa, nessuna immunità acquisita», sottolinea Broccolo. In questo contesto, anche «un numero limitato di casi importati può innescare catene di trasmissione difficili da contenere».

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Per il virologo, intervenire tempestivamente è decisivo per limitare l’evoluzione del virus. «Bloccare la replicazione virale nei primissimi cicli significa impedire al virus di accumulare mutazioni adattive e di aumentare la propria efficienza di trasmissione», osserva, spiegando che il rischio maggiore è quello di un progressivo adattamento del virus all’uomo.

Da qui l’importanza della sorveglianza sanitaria attiva, che secondo Broccolo serve proprio a «impedire al virus di replicarsi in altri individui con nuove mutazioni, evolvendosi in modo da aumentare la capacità di trasmettersi e adattandosi al nuovo ospite».