«Ho bisogno di soldi», il killer dalla Calabria e la lite nel covo: così Pietro Simoncini è entrato nell'agguato a Boiocchi
I verbali dei collaboratori di giustizia raccontano lo scontro a Carugate tra Gianfranco Ferdico e il sorianese arrivato a Milano per l’omicidio dell’ex capo ultrà interista. La sacca con 50mila euro in contanti e la pistola inutile comprata in Calabria: «Una carciofa»
Nelle carte della Dda di Milano, il nome di Pietro Andrea Simoncini compare come presunto anello di congiunzione tra le trame della criminalità organizzata calabrese e la fase esecutiva dell'omicidio di Vittorio Boiocchi. Nato a Vibo Valentia nel 1983 e residente a Soriano Calabro, Simoncini non è un volto qualunque: è il padre della moglie del collaboratore di giustizia (ed ex capo ultrà interista) Marco Ferdico ed è cugino diretto di Domenico Tassone, detto "u colò", che gli inquirenti descrivono come figura di spicco del "locale di Ariola" (clan Idà/Emanuele).
I verbali degli interrogatori resi da Marco e Gianfranco Ferdico davanti ai sostituti procuratori Paolo Storari, Stefano Ammendola e Giovanni Musarò restituiscono la cronaca di una storia segnata da spacconerie, armi inefficaci e una lite che determinò l'allontanamento di Simoncini dal covo milanese in cui si progettava l’omicidio che avrebbe cambiato la storia recente della Curva Nord.
L'accreditamento con il delitto di Sorianello e il bluff dello Stub
Per ottenere l'incarico di eliminare Boiocchi e incassare la taglia promessa dal gruppo di San Siro, Simoncini si sarebbe presentato a Milano cercando di accreditarsi come un uomo d'azione abituato ai contesti di sangue. Durante un incontro conoscitivo, Marco Ferdico – è il suo racconto – gli chiese direttamente se fosse in grado di portare a termine un assassinio: «Ma tu sei capace a fare una roba del genere?», gli avrebbe domandato. «Sì, sì. Tranquillo che l'ho già fatto», avrebbe risposto il suocero.
Per dimostrare la propria "affidabilità", come LaC News24 ha raccontato nei giorni scorsi, Simoncini confidò a Ferdico (sempre secondo le parole del collaboratore di giustizia) di aver partecipato a un omicidio avvenuto in Calabria attorno al 2013/2014, raccontando di aver sparato con un fucile a un uomo affacciato alla finestra. I riscontri della Polizia Giudiziaria hanno identificato l'episodio nell'omicidio di Salvatore Lazzaro, consumato il 12 aprile 2013 a Sorianello nell'ambito della sanguinosa faida delle Preserre tra i clan rivali delle consorterie del Vibonese. Parole, quelle riportate nei verbali, che potrebbero riaprire il caso.
Solo in un secondo momento, tuttavia, il gruppo milanese scoprì che Simoncini aveva ingigantito il proprio ruolo per ottenere l'ingaggio: «Puttana Eva... Simoncini mi aveva confessato di aver partecipato a un omicidio a Soriano dove avevano tirato una fucilata a uno alla finestra... Poi vengo a sapere dopo l'omicidio che la fucilata non l'ha tirata lui, ma che lui ha fatto tipo da specchiettista penso, cioè dice che erano nei boschi, nel prato... Dice di averlo subìto [lo Stub] il giorno dopo e che quindi non ha sparato lui ancora e che non sapeva farlo prima, non lo sa fare adesso».
La borsa sul tavolo da cucina e la cacciata dal covo di Carugate
Nonostante i dubbi sulle sue reali capacità, Simoncini venne ospitato a Carugate nell'abitazione di Gianfranco Ferdico, padre di Marco e anche lui oggi pentito. L'equilibrio precario nel covo crollò il giorno in cui Daniel D'Alessandro ("Bellebuono") portò in casa una sacca sportiva contenente i 50.000 euro in contanti messi a disposizione da Andrea Beretta per pagare i killer.
Nel suo interrogatorio del 15 settembre 2026, Gianfranco Ferdico ha raccontato il momento in cui capì che non si trattava più di parole, affrontando Simoncini a muso duro: «La cosa mi è cambiata quando ho visto arrivare i soldi, che ho cacciato Simoncini di casa. Quando ho visto arrivare i soldi in casa, che sono arrivato dalla camera da letto e ho visto la bag nel tavolo con su i soldi... Gli ho detto: 'Che soldi sono?', 'Sono i soldi che ha dato Andrea', e io gli ho detto: 'Allora questi qua veramente... veramente sta andando avanti questa cosa', cominciavo a capire che forse qualcosa in più si muoveva...».
Vedendo la sacca sul tavolo, Gianfranco mise Simoncini di fronte alla realtà e lo costrinse a uscire all'esterno dell'abitazione per un chiarimento definitivo: «Io prendo Simoncini, gli dico: 'Andiamo a fare due passi io e te un attimo?'... Siamo andati a fare due passi, gli dico: 'Ma tu ti rendi conto di quello che stai iniziando a fare per 50.000? Ti sta nascendo una bambina o te ne sta nascendo un'altra, ma chi te lo fa fare?'». Simoncini, secondo Ferdico, avrebbe risposto: «Ma io ho bisogno di soldi, tu non ti preoccupare, io ho bisogno di soldi...». Ferdico, a quel punto, lo avrebbe allontanato: «Senti, allora a questa stregua fai una bella cosa, trovati un'altra casa... Io qui non ti posso tenere in casa mia, mi dispiace ma tu di qui te ne devi andare via».
Cacciato da Carugate, Simoncini venne trasferito da Marco Ferdico in un appartamento a Omate, preso in affitto per garantire un alloggio riservato alla manovalanza criminale. Della cifra totale di 50.000 euro, 15.000 euro vennero destinati a Simoncini, 15.000 a D'Alessandro, mentre i restanti 20.000 euro vennero trattenuti da Marco Ferdico.
La pistola calabrese "carciofa" e la trappola del torrente
Il coinvolgimento di Simoncini procede parallelamente ai tentativi di procurarsi il supporto logistico per l'agguato. Per recuperare un'arma da fuoco non tracciabile, Marco Ferdico e Daniel D'Alessandro si trasferiscono in Calabria per quattro o cinque giorni, rientrando a Milano con una pistola dotata di silenziatore.
Gianfranco Ferdico, con un passato da tecnico meccanico nell'industria avionica, analizza l'arma e boccia duramente il materiale giunto dal Sud: «Dove andate? Vi esplode in mano questa cacata qua, vi esplode in mano. Buttate via, abbandonate l'idea, non è cosa da fare... All'arrivo hanno preso l'arma, lui, Beretta e D'Alessandro, e sono andati a provarla... Quando sono tornati cosa dicono? Che era da buttare, che era una carciofa, la pistola non sparava bene, si inceppava».
Anche i sopralluoghi operativi rivelano l'approssimazione della pianificazione. Simoncini, Ferdico e D'Alessandro utilizzano un fuoristrada Toyota RAV4 rubato fornito da ricettatori esteri legati a un pregiudicato ucraino. Durante un'ispezione sulla via di fuga lungo una strada isolata tra i campi, Gianfranco Ferdico critica apertamente il piano ideato dal gruppo: «Marco mi spiega: 'Voi arrivate qua con la moto, di là c'era una specie di boschetto, un fiumiciattolo, un rigagnolo. Attraversate di là che c'è un furgone, vi carica la moto sul furgone e ve ne andate'. E io gli dico: 'Scusa, e questa ti sembra una buona via d'uscita? Tu sei un pazzo. Basta che ci sia una coppietta imboscata, basta che ci sia uno a passeggio con un cane che gli fa fare la pipì, basta che ci sono tre amici fermi in macchina che fanno una chiacchierata, ti sgamano, cioè smettila – gli ho detto – abbandonala questa idea'».