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22/06/2026 ore 19.28
Cronaca

Hydra, l’ombra della ’ndrangheta tra Milano e la Calabria: bazooka e “penne che sparano” nei verbali inediti dei pentiti

Dai movimenti della cosca Alvaro in Lombardia fino al controllo del territorio a Samarate e Legnano: le confessioni di Francesco Bellusci e William Cerbo svelano come l'organizzazione ha colonizzato il Nord. I clan parlano la lingua della finanza e sono pronti a imbracciare il kalashnikov

di Pablo Petrasso

L’asse criminale che collega i centri del potere mafioso calabrese alle nebbie industriali dell’area a nord di Milano non è mai stato così nitido. I verbali degli interrogatori resi tra febbraio e marzo 2026 da collaboratori di giustizia come Francesco Bellusci e William Alfonso Cerbo delineano un quadro inquietante: una struttura solida, dove i riti arcaici della “Società Maggiore” convivono con il traffico di armi da guerra e sofisticate frodi fiscali.

L’ambasciatore degli Alvaro a Samarate

Al centro della scena emerge la figura un uomo indicato come personaggio di punta della cosca Alvaro di Sinopoli nel territorio varesotto. Secondo Bellusci non era un semplice affiliato, ma godeva di un’autonomia operativa deliberata direttamente dalla “casa madre” in Calabria.

Il quartier generale del gruppo era a Samarate: un tabacchino nella piazza centrale sarebbe stato il punto di riferimento logistico. La sua indipendenza era tale da creare attriti con la storica Locale di Legnano. I verbali descrivono un conflitto di competenze mafiose: il referente del clan di Sinopoli sosteneva che gli Alvaro e la Locale fossero "la stessa cosa", mentre gli avversari rivendicavano il diritto di essere informati su ogni nuova affiliazione avvenuta sul proprio territorio.

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Codici, “Doti” e la “Copiata”

Le indagini svelano la persistenza di gerarchie ferree. Bellusci descrive dettagliatamente il sistema delle “doti” (i gradi mafiosi): dal “Picciotto” al “Camorrista”, fino allo “Sgarrista” (o dote di “Sgarro”).

Un elemento cruciale per la vita dell’organizzazione è la “copiata”: un elenco di nomi di superiori che ogni affiliato deve possedere per formalizzare il proprio grado di fronte agli altri membri. Senza una “copiata” valida, o se quest’ultima viene concessa senza il benestare dei vertici locali, scattano sanzioni e rotture diplomatiche interne che possono portare a ritorsioni violente.

Bazooka, kalashnikov e “penne che sparano”: l'arsenale della 'ndrangheta al Nord

La potenza dell'organizzazione non risiedeva solo nei codici, ma nella disponibilità di armi micidiali. Bellusci riferisce della richiesta di reperire bazooka e bombe a mano da parte di esponenti di un altro gruppo criminale, con la finalità di dare un "segnale di forza" all'esterno.

Il traffico di armi passava anche per una “connessione svizzera”: contatti che avrebbero fatto entrare dal confine elvetico pistole, mitragliatori Kalashnikov, Uzi e persino "penne che sparano". Molte di queste armi venivano occultate in nascondigli sicuri, come terreni boschivi nei pressi di un canale, pronti per essere utilizzati in caso di guerra tra cosche.

La Calabria come fonte di legittimazione

Nonostante la proiezione verso il Nord e l’Europa (con investimenti immobiliari in Svizzera citati da Cerbo), il cordone ombelicale con la Calabria resta intatto. I verbali citano continuamente viaggi e contatti con la terra d’origine: Melicuccà, Vibo Valentia, Porto Salvo, Cirò, Locri e Platì sono i nodi di una rete sempre attiva.

Bellusci racconta di essersi recato personalmente a Melicuccà e a Porto Salvo per incontri con soggetti legati all’ambiente criminale, confermando che ogni decisione di rilievo presa in Lombardia doveva trovare una sponda o una legittimazione nei santuari del potere mafioso calabrese.

Affari e violenza: il Durc falso e i 300.000 euro

L’inchiesta tocca anche l’economia legale. Attraverso figure come un commercialista, il clan gestiva un sistema di fatturazione falsa e Durc irregolari per ottenere appalti e finanziamenti automobilistici.

La violenza, però, rimaneva il metodo risolutivo per eccellenza. Emblematico è l'episodio in cui il referente degli Alvaro al Nord avrebbe autorizzato il furto di 300mila euro in contanti dalla cassaforte di un imprenditore edile di Samarate, "colpevole" di essere entrato in conflitto con lui. L'imprenditore, nonostante il furto, non avrebbe denunciato, sapendo che il committente era l'uomo degli Alvaro sul territorio.

Dai verbali emerge una conferma: la ’ndrangheta di Hydra parla la lingua della finanza ed è pronta a imbracciare il kalashnikov per difendere il proprio onore e i propri confini.