I clan dietro gli appalti tra Messina e Calabria: 12 misure cautelari. Le opere realizzate «pericolose per la sicurezza pubblica» – NOMI
Risorse pubbliche drenate attraverso subappalti illeciti e false fatture. In sei sono finiti ai domiciliari mentre per sei imprenditori è stato disposto il divieto temporaneo di contrarre con la pubblica amministrazione
Una vera e propria “organizzazione aziendale ombra” che gestiva appalti pubblici milionari tra Sicilia e Calabria. È stata scoperta dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina che ha coordinato il lavoro dei carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale. I militari hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip nei confronti di 12 persone. Il provvedimento, emesso a conclusione degli interrogatori preventivi di 16 dei 20 indagati, prevede gli arresti domiciliari nei confronti di 6 persone, ritenute promotori e gestori di fatto del gruppo criminale; nonché la misura cautelare del divieto temporaneo di contrarre con la pubblica amministrazione, a carico di altri 6 indagati, imprenditori considerati concorrenti esterni del medesimo gruppo.
La contestazione riguarda, allo stato, il delitto di associazione per delinquere finalizzata alla gestione della fase esecutiva di una serie di importanti appalti pubblici, aggiudicati da vari enti, quali il Consorzio autostrade siciliane (Cas), in prevalenza, nonché l'Ufficio regionale del Genio civile Sezione di Trapani, il Comune di Brolo, la Città metropolitana di Reggio Calabria, attraverso una vera e propria organizzazione aziendale "ombra", alla quale le imprese, formalmente affidatarie di detti appalti, subappaltavano, illecitamente, la esecuzione di lavori o parte di essi, compresi il reclutamento di manodopera e di mezzi; rimettendone il totale controllo a un soggetto già gravato da precedente condanna definitiva per il reato di concorso esterno nell'associazione mafiosa dei "barcellonesi".
Anche attraverso complessi meccanismi di noleggio delle attrezzature e false fatturazioni, gli indagati riuscivano a drenare consistenti risorse pubbliche. Sono inoltre contestati i delitti di intestazione fittizia di imprese, sub appalto illecito e frode nelle pubbliche forniture strumentali alla operatività dell'associazione per delinquere; nonché di riciclaggio dei proventi illeciti ricavati.
I nomi
Arresti domiciliari:
- Francesco Scirocco, classe 1965
- Gaetano Busà, classe 1976
- Basile Calandra Sebastianella, classe 1966
- Domenico Logozzo, di Reggio Calabria, classe 1966
- Michele Caruso Scaffidi, classe 1968
- Carmelo Munafò, classe 1979
Divieto temporaneo di contrattare con la pubblica amministrazione:
- Angelo Barbetta, di Cosenza, classe 1982
- Emanuele Bonfiglio, classe 1976
- Giovanni Iacquinta, di San Giovanni in Fiore, classe 1992
- Saverio Iaquinta, di San Giovanni in Fiore, classe 1964
- Massimo Piscitello, classe 1976
- Carmine Sepe, classe 1980
L’avvio delle indagini
Le attività investigative sono partite dalla denuncia presentata, nel novembre 2021, a una Stazione carabinieri della provincia di Messina, dal legale rappresentante di un consorzio di imprese, il quale aveva segnalato che, all'interno di un cantiere pubblico per lavori di risanamento costiero e difesa dell'erosione, aveva riscontrato l'anomala e preoccupante presenza di un imprenditore messinese, 61enne (principale indagato), a lui noto per la caratura criminale di tipo mafioso.
L'imprenditore 61enne nonostante una pregressa condanna definitiva per concorso esterno in ìassociazione di tipo mafiosoì, riferito alla famiglia mafiosa dei barcellonesi, era stato notato nei luoghi di lavoro in abiti da cantiere, intento a conferire con l'amministratore di fatto di un'impresa individuale. Tale segnalazione, «rivelatrice - spiega il procuratore Antonio D'Amato - del concreto rischio di un'infiltrazione della criminalità organizzata tirrenica nel settore degli appalti pubblici», ha determinato l'avvio di una complessa attività investigativa, alimentata da intercettazione telefoniche e ambientali, integrata, nel tempo, da una serie di minuziosi accertamenti economico-finanziari e controlli fiscali.
Le opere sotto la lente degli investigatori
Le attività investigative hanno così consentito di documentare l'esistenza di una stabile organizzazione ombra che, sotto l'occulta direzione del medesimo imprenditore 61enne e grazie alla compiacenza di imprenditori esterni, avrebbe assunto il controllo esecutivo di varie commesse pubbliche, tra cui i lavori per la sistemazione idraulica del canale di scolo delle acque meteoriche del Torrente "Pozzo", ubicato a Brolo (Messina); la manutenzione degli impianti elettrici e di illuminazione, nonché delle cabine elettriche presenti lungo le autostrade A18 Messina-Catania (nei tratti da Siracusa a Gela, nonche' da Messina a Catania) e A20 Messina-Palermo (da Palermo a Villafranca); la manutenzione di alcuni cavalcavia presenti lungo l'autostrada A18 Messina-Catania; la pulitura e il miglioramento idraulico di un tratto del fiume Belice, ubicato a Partanna (Trapani), in Contrada Passo Impero; le opere finalizzate all'abbattimento dei consumi energetici del Centro direzionale di Reggio Calabria.
«Condotte fraudolente pericolose per la sicurezza pubblica»
Infatti, il gruppo criminale aggirava sistematicamente l'obbligo di autorizzazione delle stazioni appaltanti, avvalendosi di noli di comodo e subappalti illeciti riferiti alle citate opere. Inoltre, nei cantieri autostradali gestiti di fatto dal sodalizio criminoso, sono state accertate «varie condotte fraudolente pericolose per la sicurezza pubblica», tra cui l'installazione nelle gallerie di impianti di illuminazione non conformi rispetto a quanto previsto nel capitolato d'appalto e l'impiego, sui cavalcavia, di impermeabilizzanti scadenti e non accettati dalla Direzione dei lavori; nonché l'impiego sistematico di manodopera irregolare.
Le fatture fittizie e l’autoriciclaggio
L'organizzazione criminale - allo scopo di nascondere la provenienza illecita del denaro drenato dalle commesse pubbliche - si avvaleva anche di un circuito di autoriciclaggio, basato su una serie di fatture fittizie, emesse dal gestore di una stazione di servizio per operazioni di forniture di carburante inesistenti. Le ditte compiacenti disponevano bonifici tracciati a favore del distributore, simulando l'approvvigionamento di carburante per i mezzi d'opera; dopo di che, una volta ricevuto l'accredito, il gestore del distributore restituiva in contanti la somma, decurtata di una provvigione, mentre i vertici del sodalizio, che avevano ricevuto il denaro, lo reimpiegavano anche per pagare in nero le maestranze e i collaboratori. Il flusso finanziario fittizio accertato ammonta a circa 377 mila euro.