Il Cedir di Reggio Calabria nel mirino del sistema Scirocco: ombre sull’appalto da 1,9 milioni al Palazzo di Giustizia
Le carte della Dda di Messina raccontano il presunto sistema attorno ai lavori del Centro direzionale: secondo il pentito Grasso, Domenico Logozzo sarebbe stato il regista operativo e i pagamenti avrebbero avuto anche una destinazione mafiosa
C’è un paradosso geografico e criminale che emerge dalle carte dell'inchiesta della Dda di Messina sul sistema Scirocco (che ha portato all’arresto di 6 persone): la capacità di penetrazione del gruppo guidato da Francesco Scirocco fin nel cuore pulsante delle istituzioni reggine. L'obiettivo non era un cantiere qualunque, ma il Cedir (Centro direzionale) di Reggio Calabria, il complesso che ospita i principali uffici giudiziari della città.
Mentre all'interno dei padiglioni si decidevano le sorti dei più pericolosi boss della 'ndrangheta, all'esterno — secondo l'accusa — una "impresa ombra" gestita da un imprenditore già condannato per concorso esterno con i barcellonesi operava indisturbata su un appalto milionario.
L'affare dell'efficientamento energetico
L'appalto in questione, finanziato con i fondi europei del Pon Metro 2014-2020 e bandito dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria, riguardava l'abbattimento dei consumi energetici della struttura. Un lavoro dal valore di circa 1,9 milioni di euro.
Formalmente, l'opera era stata aggiudicata a una ditta di Napoli. Tuttavia, per i pm che hanno condotto le indagini un quadro sarebbe radicalmente diverso: la società aggiudicataria avrebbe agito come un mero paravento, cedendo di fatto l'esecuzione dei lavori al gruppo Scirocco-Logozzo attraverso un meccanismo di subappalto non autorizzato.
Il ruolo di Domenico Logozzo
Se Scirocco è, sempre secondo l’accusa, il vertice decisionale, l'ingegnere Domenico Logozzo è descritto come il vero "motore" calabrese del sistema. Nato a Reggio Calabria e residente a Messina, Logozzo è indicato dai collaboratori di giustizia come un "crocevia di fatti di corruzione di alto livello" (accusa, ovviamente, tutta da provare).
Nell'appalto al Cedir, Logozzo non era una figura marginale. Secondo quanto emerso dagli interrogatori, egli disponeva di una procura speciale come direttore di cantiere. Questa posizione gli avrebbe permesso di gestire direttamente le maestranze dell’azienda napoletana e dei subaffidatari, schermando la presenza di Scirocco, il quale — nonostante i suoi trascorsi giudiziari — continuava a muoversi come il dominus effettivo dei lavori.
I clan dietro gli appalti tra Messina e Calabria: 12 misure cautelari. Le opere realizzate «pericolose per la sicurezza pubblica» – NOMIIl "sistema" dei pagamenti e l'ombra della 'ndrangheta
L'inchiesta non si ferma alla mera violazione delle norme sui subappalti. Le dichiarazioni del collaboratore Biagio Grasso aprono uno squarcio inquietante sui rapporti tra Logozzo e gli uffici pubblici reggini.
Grasso riferisce che Logozzo sarebbe stato in grado di sbloccare pagamenti pendenti (Sal) presso l'ente provinciale di Reggio Calabria attraverso il pagamento di tangenti a funzionari pubblici. Ma c'è di più: lo sblocco di queste risorse non serviva solo a rimpinguare le casse del gruppo, ma anche a "regolare il pagamento del pizzo alle cosche calabresi di riferimento", con esplicito riferimento alla cosca Barbaro. Va detto comunque che il gip ha escluso l’aggravante mafiosa per gli indagati.
La difesa dei protagonisti
Davanti ai giudici per gli interrogatori preventivi, le posizioni degli indagati divergono. Carmine Sepe (titolare della ditta aggiudicataria dei lavori) ha cercato di accreditare una versione di buona fede, sostenendo di essere stato rassicurato sulla genuinità del lavoro e di aver appreso della caratura criminale di Scirocco solo nel 2024, in occasione delle perquisizioni.
Dal canto suo, Logozzo ha ammesso i rapporti di consulenza con le ditte coinvolte, negando però legami con associazioni criminali e giustificando il proprio operato come quello di un professionista esperto del settore.
Una democrazia sotto scacco
L'inchiesta sul Cedir scoperchia un sistema in cui la pubblica amministrazione diventa teatro di infiltrazioni mascherate. Attraverso noli a freddo, fatturazioni per operazioni inesistenti (spesso legate all'acquisto di carburante presso distributori compiacenti) e distorsioni del rapporto pubblico-privato, il gruppo Scirocco avrebbe drenato risorse pubbliche – è sempre un’ipotesi dell’accusa – per agevolare la famiglia mafiosa dei barcellonesi.
Il fatto che tutto questo sia avvenuto all'interno del Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria non è solo un dettaglio di cronaca. Certi aspetti non sono soltanto simbolici: neanche gli appalti deputati ai luoghi della giustizia sono immuni all’illegalità.