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01/03/2026 ore 15.02
Cronaca

Il deserto dei Tartari di Guido Crosetto, il ministro bloccato a Dubai e un’Italia che si scopre piccolissima

Abbiamo passato mesi a sentirci il perno del nuovo ordine mondiale, i dialoganti privilegiati con la Casa Bianca in versione MAGA, per poi ritrovarci a gestire una crisi bellica con il titolare del portafoglio militare che deve chiedere il permesso per tornare a casa

di Gianfranco Donadio*
Il ministro Crosetto (foto di Stefano Carofei-Ipa)

Il deserto non perdona le distrazioni, nemmeno se ti chiami Guido Crosetto e siedi sulla poltrona più rovente di Palazzo Baracchini. Mentre i radar del Medio Oriente impazzivano sotto il peso dei droni iraniani e il cielo di Dubai si trasformava in una cupola di ferro e fuoco, il nostro Ministro della Difesa si ritrovava prigioniero di un paradosso geografico. Bloccato. Terraferma di lusso, ma pur sempre terraferma. Un gigante della politica italiana, architetto dei nuovi equilibri della destra di governo, fermo in aeroporto come un turista qualsiasi a cui abbiano smarrito la valigia. È l'immagine plastica, quasi brutale, di un’Italia che vorrebbe contare nei tavoli della geopolitica che conta, ma che finisce per farsi chiudere fuori dalla porta dai suoi stessi alleati.

Non c’è spazio per la comprensione istituzionale quando la realtà bussa con la forza di un’esplosione. Il punto non è il viaggio personale, il recupero della famiglia, l’affetto privato che sovrasta il dovere pubblico. No. Il punto è quel silenzio assordante che è arrivato da Washington. Donald Trump, l’amico della nostra Presidente, il punto di riferimento di quella destra che sogna sovranità e pacche sulle spalle nello Studio Ovale, ha premuto il grilletto senza alzare il telefono. Ha scatenato l’inferno sapendo che il ministro di un Paese del G7, un alleato storico, un partner strategico nel Mediterraneo, stava sorvolando o calpestando proprio quella polveriera. L'hanno lasciato lì, nel luccichio artificiale degli Emirati, a guardare i voli cancellati sui tabelloni elettronici mentre il mondo intorno cambiava faccia.

Guerra annunciata, il ministro Crosetto bloccato a Dubai: l’Italia spettatrice mentre il mondo trema

È una figuraccia che scotta. Brucia sulla pelle di una credibilità internazionale costruita a colpi di selfie e dichiarazioni di fedeltà atlantista. Se la tua intelligence non sa, se i tuoi alleati non dicono, allora sei un ospite, non un protagonista. Il tentativo di Fratelli d’Italia di gettare acqua sul fuoco, di giustificare l’ingiustificabile parlando di imprevisti tecnici, suona come il ronzio fastidioso di un ventilatore rotto in una stanza troppo calda. Non ci sono scuse tecniche che tengano quando la Difesa di una nazione si trova decapitata della sua guida fisica nel momento del bisogno. Crosetto in videoconferenza è un’icona della fragilità. Un ologramma che cerca di impartire ordini mentre fuori dalla sua finestra si consuma il caos che nessuno gli aveva predetto.

C’è qualcosa di profondamente malinconico in questa Italietta che si riscopre improvvisamente piccola. Abbiamo passato mesi a sentirci il perno del nuovo ordine mondiale, i dialoganti privilegiati con la Casa Bianca in versione MAGA, per poi ritrovarci a gestire una crisi bellica con il titolare del portafoglio militare che deve chiedere il permesso per tornare a casa. La politica estera non si fa con le simpatie personali, si fa con il peso specifico. E il peso dell'Italia, in questa notte di fuoco, è sembrato quello di una piuma trascinata dal vento del deserto. È il fallimento della diplomazia del "volemose bene" tra leader che si credono amici finché non scatta l'ora delle bombe.

Le dimissioni, in un Paese normale, sarebbero il tema del giorno. Sarebbero il passaggio obbligato di chi riconosce di aver fallito la missione primaria: esserci. Invece, assistiamo al solito spettacolo del fango che si trasforma in oro nelle narrazioni di partito. Si parla di sfortuna. Si parla di coincidenze astrali maligne. Si dimentica che la Difesa è una funzione continua, non un incarico a gettone che si può sospendere per un fine settimana a Dubai. La sicurezza nazionale non aspetta che il check-in riapra. Non aspetta che gli Emirati decidano che l’aria è di nuovo respirabile per i jet civili.

Mentre Meloni si barrica a Palazzo Chigi cercando di tessere una tela che gli americani hanno già strappato, resta il dubbio amaro su cosa siamo diventati. Siamo l’alleato che viene informato a cose fatte o siamo semplicemente l'osservatore che paga il biglietto e poi scopre che lo spettacolo è stato spostato in un’altra arena? La distanza tra Roma e Dubai non si misura in chilometri, ma in termini di rilevanza. E oggi quella distanza appare incolmabile. Resta il riflesso del vetro dell'aeroporto, un Ministro che guarda l'orizzonte e una nazione che aspetta di capire chi comanda davvero, quando il telefono smette di squillare. Alla fine, il deserto ha restituito una verità nuda: si può essere giganti finché non si spengono le luci del palcoscenico e resti solo tu, con un volo cancellato e il silenzio degli amici che contano.

*Documentarista Unical