Il grande affare delle ecoballe in Calabria: il patto segreto (da 5 milioni) tra la ’ndrangheta e la mafia pugliese
Dai capannoni abbandonati a Taurianova al finto smaltimento a Viterbo: le intercettazioni svelano il piano per trasformare la Piana di Gioia Tauro in una discarica abusiva con la copertura del clan Costa. Il vertice in masseria e la caccia al capannone
Il punto di incontro tra le ambizioni economico-criminali della mafia pugliese e gli interessi della 'ndrangheta emerge il 5 ottobre 2022 nella masseria di contrada San Fili a Melicucco. A fare visita a Carmelo Costa sarebbero, secondo i magistrati della Dda di Reggio Calabria, due esponenti del gruppo Agosta-Calvelli di Pulsano (Taranto).
I due pugliesi sono scesi in Calabria con un obiettivo preciso: individuare un enorme impianto industriale dismesso nella Piana di Gioia Tauro per avviare uno stoccaggio "provvisorio" di tonnellate di ecoballe (principalmente plastica e cartone imballato). Avevano già adocchiato l'ex fabbrica d'imbottigliamento "Fons Nova Felix" a Taurianova — 5.000 metri quadrati coperti e 18.000 di piazzale —, ma la richiesta di 30.000 euro al mese d'affitto avanzata dai proprietari era ritenuta eccessiva. Per questo si rivolgono a Carmelo Costa, chiedendo la sua intercessione mafiosa per far "abbassare il prezzo".
La truffa del "finto smaltimento" e l'impianto di Viterbo
Nel corso del dialogo intercettato, i due emissari pugliesi illustrano a Carmelo Costa il meccanismo che avrebbe consentito di incassare cifre capogiro.
I camion caricano le ecoballe di rifiuti da ditte private (ad esempio a Catania) con destinazione formale verso un impianto autorizzato a Viterbo.
L'impianto compiacente di Viterbo rilascia la falsa attestazione dell'avvenuto smaltimento, precostituendo prove fittizie come la registrazione di brevi video del camion in transito. In realtà, i camion scaricano le ecoballe nei capannoni affittati nella Piana di Gioia Tauro.
’Ndrangheta, la diplomazia mafiosa nella Piana di Gioia Tauro: i summit con Bellocco e Piromalli e il patto con PlatìIl margine di guadagno stimato è impressionante. Come Costa apprende da uno dei potenziali soci, a fronte di un guadagno lecito di circa 20 euro a tonnellata, la simulazione dello smaltimento permette di intascare l'intero compenso erogato dai clienti (circa 200-230 euro a tonnellata): «Loro hanno anche un impianto che gli fanno i documenti a Viterbo... Loro caricano a Catania per andare a Viterbo devono passare da là no... il camion va lo stesso vuoto e torna, risulta tutto apposto... là c'è la distruzione... Però invece di andare a pagare all'impianto duecentotrenta euro, questi duecentotrenta euro vanno in tasca a noi a tonnellata...».
Una volta stipato il capannone con centinaia di autotreni, la società di comodo creata per la gestione sarebbe stata fatta fallire, lasciando gli oneri milionari della bonifica ambientale a carico della Regione Calabria e degli enti locali: «Facendo il fatto del capannone una volta che hai messo duecento trecento camion dentro di ballette... quattrocento camion con il contratto e tutto il proprietario dice mi hanno abbandonato hanno fallito e se ne sono andati la regione in due mesi ti deve ripulire per legge...».
Il contatto arrivato dalla Puglia calcolava che l'affare avrebbe fruttato fino a 5 milioni di euro.
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Il 12 ottobre 2022, Carmelo Costa e il suo luogotenente Salvatore Mangiaruga si recano in Puglia per restituire la visita e definire i dettagli. Per evitare le intercettazioni, il gruppo pugliese mette a disposizione un telefono dotato di un'applicazione per criptare le chiamate.
Ma Carmelo Costa, con la sua prudenza maniacale, si rifiuta categoricamente di parlare al dispositivo: «No la mia voce si conosce... Ah... ma è un programma particolare... va bene digli Stefano... allora faccio parlare a lui invece che parli tu parla lui...».
Durante la giornata in Puglia, emerge un altro dettaglio inquietante: alla riunione partecipa anche un impiegato del Comune di Pulsano che si occupa del settore rifiuti. L’uomo viene sbeffeggiato dai presenti perché, pur prendendo 3.500 euro al mese dal Comune, lamenta di non aver ancora visto un euro dai guadagni del traffico illecito di rifiuti: «È responsabile dell'immondizia di Pulsano... non fa un c… alla faccia nostra, prende tremila e cinquecento euro... però dice io non ho visto niente è da venti giorni neanche una cena per mangiare...».
«Me ne fotto dei bonifici, vogliamo i liquidi»
Durante il viaggio di ritorno dalla Puglia alla Calabria, le microspie piazzate nell'auto registrano la soddisfazione di Carmelo Costa e Salvatore Mangiaruga per l'affare avviato. Di fronte alla proposta dei pugliesi di riciclare i proventi tramite conto correnti in Albania, la risposta dei vertici della cosca Costa è perentoria. La 'ndrangheta pretende denaro contante e tracciabilità zero: «Sì sì noi liquidi li vogliamo... Me ne fotto dei bonifici... Me ne fotto dei bonifici... Vai a toglierli tu e me li porti...».
Il giorno successivo, Carmelo Costa si mette subito in moto sul territorio per cercare ulteriori capannoni a Gioia Tauro. Tuttavia, valutando un immobile lungo la strada per Rizziconi, il boss esprime perplessità logistiche che mostrano la sua competenza criminale: per non destare sospetti, i camion carichi di rifiuti devono muoversi esclusivamente in aree industriali dove il via vai di mezzi pesanti è la norma, e non in zone residenziali.