Sezioni
Edizioni locali
08/03/2026 ore 13.21
Cronaca

«Il nucleare è il detonatore, ma la vera posta in gioco è la gerarchia strategica del Medio Oriente»: parla l’ammiraglio Treu

L’analisi delle ragioni alla base del guerra, le possibili soluzioni, il ruolo dell’Europa: «L’Iran non è abbastanza forte da vincere uno scontro convenzionale, ma può infliggere danni seri». La partita nello Stretto di Hormuz: «Chi lo chiude alza la pressione sul sistema energetico globale»

di L. F.

La guerra Israele-USA-Iran sta raggiungendo livelli molto preoccupanti. Il mondo comincia ad avere veramente paura per le conseguenze di questo violento e imprevedibile conflitto che potrebbe allargarsi a dismisura. Con conseguente molto gravi.

Ne parliamo in modo molto approfondito con l’Ammiraglio Paolo Treu in questa lunga conversazione in esclusiva per LaC News24.

Intanto vediamo chi è l’Ammiraglio Treu: iniziò la sua carriera nella Marina Militare come pilota, conseguendo presso la Marina Americana i brevetti di aereo plurimotore e di elicottero, nonché di jet inclusivo della prestigiosa qualificazione ai decolli con catapulta e agli appontaggi con gancio di arresto sulle portaerei.

Fra i suoi comandi si annoverano quello del Cacciamine Milazzo, del Gruppo Aerei Imbarcati, della Fregata Espero, della Portaerei Garibaldi, delle Forze Aeree, delle Forze d’Altura e del 30° Gruppo Navale, associato alla storica Campagna Navale “Il Sistema Paese in movimento”.

L’ammiraglio, dopo 44 anni di servizio, concluse la sua carriera il 15 luglio 2021 nell’incarico di Comandante in Capo della Squadra Navale, che lo poneva al vertice del braccio operativo della Marina Militare, con la responsabilità di circa 18.000 persone.

Fra le sue numerose onorificenze spiccano la Medaglia d’Oro al Merito di Marina, quella di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e quella di Ufficiale dell’Ordine Militare d’Italia.

Emirates sospende e poi riattiva i voli da e per Dubai. Riapre l’aeroporto chiuso dopo l’allarme aereo

Ammiraglio, quali sono secondo lei le vere ragioni strategiche che hanno portato all’esplosione di questo conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti? Si tratta davvero solo del programma nucleare iraniano o di una più ampia ridefinizione degli equilibri geopolitici in Medio Oriente?

Direi che ridurre tutto al programma nucleare iraniano sarebbe una semplificazione comoda, ma fuorviante. Il nucleare è il fattore scatenante immediato, perché l’IAEA ha segnalato che l’Iran disponeva di circa 440,9 kg di uranio arricchito fino al 60%, una quantità che, se ulteriormente arricchita, sarebbe teoricamente sufficiente per più ordigni; ed è anche la ragione dichiarata da Washington e da Israele per giustificare l’azione militare. Ma il conflitto che vediamo oggi riguarda in realtà l’intero equilibrio strategico del Medio Oriente.

A mio avviso, le ragioni vere sono almeno quattro. La prima è impedire che l’Iran arrivi a una soglia nucleare militare credibile, perché in quel momento cambierebbe l’intera architettura della deterrenza regionale. La seconda è ridimensionare la rete di potenza iraniana — missili, droni, proxy e capacità di pressione sul Golfo e su Israele — che negli ultimi anni è diventata uno strumento di coercizione regionale. La terza è ristabilire la libertà strategica americana e israeliana in un’area decisiva per energia, traffici marittimi e sicurezza degli alleati. La quarta è ridefinire i rapporti di forza prima che si consolidi un nuovo ordine regionale sfavorevole all’asse USA-Israele e più aperto all’influenza iraniana. Reuters e CSIS descrivono infatti un conflitto che ha già superato la sola dimensione nucleare, coinvolgendo basi, infrastrutture missilistiche, traffici energetici e tenuta complessiva del Golfo.

C’è poi un punto spesso sottovalutato: chi controlla o minaccia Hormuz non controlla solo uno stretto, ma una leva sul sistema mondiale. Il fatto che la guerra abbia già inciso sul transito energetico e provocato forti tensioni sui mercati dimostra che il teatro non è locale: è un nodo della competizione globale. Per questo non siamo davanti a una semplice operazione di controproliferazione, ma a uno scontro sul futuro assetto di sicurezza, deterrenza e influenza del Medio Oriente.

La formula che userei è questa: il nucleare iraniano è il casus belli; la posta in gioco reale è la gerarchia strategica della regione. Chi uscirà da questa crisi con maggiore capacità di deterrenza, di proiezione e di controllo delle linee energetiche avrà un peso molto maggiore nel nuovo Medio Oriente. Ecco perché questa guerra non riguarda soltanto Teheran, Tel Aviv e Washington: riguarda anche l’Europa, l’economia globale e la stabilità dell’intero spazio euro-mediterraneo.

“Il nucleare iraniano è il detonatore immediato, ma la vera posta in gioco è la ridefinizione della gerarchia strategica del Medio Oriente.”

Meloni sente Erdogan, poi call con Macron-Merz-Starmer: lavorare per «la diplomazia e il coordinamento militare»

A suo giudizio gli Stati Uniti avevano già un piano di intervento nell’area oppure sono stati in qualche modo trascinati nel conflitto dall’iniziativa militare di Israele?

Nel mondo delle relazioni strategiche è raro che una potenza come gli Stati Uniti venga davvero “trascinata” in un conflitto senza aver già predisposto opzioni operative. Le grandi potenze pianificano sempre scenari alternativi: piani di contingenza, posture militari, capacità di intervento rapido. Questo vale in modo particolare per il Medio Oriente, dove Washington mantiene da decenni una presenza militare strutturata — basi, flotte, sistemi di difesa e alleanze — proprio per poter reagire rapidamente a crisi improvvise.

È quindi molto probabile che gli Stati Uniti disponessero già di piani operativi pronti per diversi livelli di escalation legati all’Iran: dalla deterrenza alla risposta limitata fino a un coinvolgimento più diretto. Non significa necessariamente che intendessero attivarli in quel momento preciso, ma che l’architettura militare e strategica per farlo esisteva già.

Detto questo, le decisioni strategiche non si sviluppano mai nel vuoto. Anche le grandi potenze agiscono all’interno di dinamiche politiche interne, dove leadership, consenso e percezione della forza giocano un ruolo importante. In momenti di forte tensione internazionale, un presidente può essere spinto anche dall’esigenza di dimostrare determinazione e capacità di guida, rafforzando così la propria posizione politica.

Questo però non significa che la politica interna sia la causa del conflitto. Più spesso funge da acceleratore di decisioni già presenti sul tavolo strategico.

Del resto sappiamo bene che Israele mantiene da sempre una forte autonomia decisionale nelle questioni che riguardano direttamente la propria sicurezza.

La leadership israeliana ha dimostrato più volte, nella sua storia, di essere pronta ad agire preventivamente quando percepisce una minaccia esistenziale. In questo senso è possibile che l’iniziativa israeliana abbia accelerato i tempi e reso inevitabile un coinvolgimento americano che, pur previsto nei piani, forse non era programmato per questo preciso momento.

In realtà, più che di trascinamento parlerei di convergenza strategica. Stati Uniti e Israele condividono da tempo lo stesso obiettivo fondamentale: impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare militare e limitare la sua capacità di proiezione regionale. Quando questa convergenza si incontra con una crisi concreta, il passaggio dall’opzione teorica all’azione operativa può avvenire molto rapidamente.

In altre parole, l’iniziativa può anche partire da uno degli attori, ma il quadro strategico dentro cui si muove è spesso condiviso e preparato da tempo.

“Le grandi potenze non vengono trascinate nei conflitti: preparano scenari. Gli eventi — e talvolta anche la politica interna — accelerano il momento in cui quei piani vengono attivati.”

Quanto è realmente forte oggi l’apparato militare dell’Iran? La sua difesa missilistica, la flotta nel Golfo Persico e la rete di alleati regionali possono rappresentare una minaccia concreta per le forze occidentali?

Direi che l’apparato militare iraniano non va né sottovalutato né sopravvalutato. Non è una forza costruita per competere simmetricamente con gli Stati Uniti sul piano aeronavale o tecnologico, ma per assorbire colpi, sopravvivere all’attrito e imporre costi elevati all’avversario. La sua vera forza non sta tanto nell’aviazione convenzionale o nella marina d’altura, quanto in una combinazione di missili balistici, droni, capacità asimmetriche nel Golfo e rete di attori armati regionali. È questa architettura, più che il confronto diretto classico, a rendere l’Iran un avversario serio.

Sul piano missilistico, l’Iran resta pericoloso perché ha costruito negli anni il proprio strumento di deterrenza proprio su quel pilastro. Reuters ha ricordato di recente che la forza missilistica iraniana compensa la debolezza della sua aeronautica, e le analisi disponibili indicano che, pur avendo subito danni importanti, Teheran conserva ancora capacità di lancio e di saturazione. Allo stesso tempo, i report operativi più recenti segnalano che le campagne americano-israeliane hanno ridotto sensibilmente il volume degli attacchi iraniani: secondo CENTCOM, i lanci balistici e di droni sono crollati in modo molto marcato rispetto all’inizio del conflitto. Questo significa che la minaccia è stata degradata, non annullata.

E per quanto riguarda la difesa aerea e missilistica iraniana?

Qui il quadro è ancora più chiaro: non è impenetrabile. Le analisi di Critical Threats/ISW e IISS indicano che il degrado delle difese aeree iraniane ha aumentato la libertà d’azione degli assetti statunitensi e israeliani sul teatro. Dunque l’Iran non dispone oggi di uno scudo capace di negare realmente l’accesso a una coalizione tecnologicamente superiore. Però mantiene abbastanza sistemi, dispersione e resilienza da rendere ogni operazione contro di lui comunque costosa e da non poter essere trattato come un bersaglio inerme.

Sul piano navale, la flotta iraniana nel Golfo Persico non può affrontare frontalmente la U.S. Navy, ma non deve farlo per essere pericolosa. La sua funzione è asimmetrica: sciami di unità leggere, mine, droni, missili costieri e pressione sulle rotte commerciali. Reuters ha sottolineato che l’Iran potrebbe continuare a disturbare il traffico nello Stretto di Hormuz anche per mesi, soprattutto con droni e attacchi indiretti. In altre parole, non parliamo di superiorità navale, ma di una concreta capacità di disturbo strategico su una delle arterie energetiche più sensibili del mondo.

La rete degli alleati regionali, infine, resta un elemento decisivo ma oggi appare più logorata di quanto fosse in passato. Reuters riferisce che molte milizie sciite irachene, pur storicamente vicine a Teheran, mostrano riluttanza a entrare pienamente in guerra; Hezbollah, invece, pur avendo subito perdite molto pesanti, conserva ancora una forza significativa, capacità di riarmo e un arsenale tutt’altro che irrilevante. Quindi l’“asse della resistenza” non è scomparso, ma è meno coeso, meno libero di manovrare e più vulnerabile rispetto agli anni precedenti.

Allora possiamo fare una sintesi?

La sintesi, a mio avviso, è questa: l’Iran non è abbastanza forte da vincere uno scontro convenzionale contro l’Occidente, ma è abbastanza forte da infliggere danni seri, allargare il conflitto e alzare molto il costo politico, militare ed economico di qualsiasi campagna contro di lui. La sua pericolosità non deriva dalla superiorità, ma dalla capacità di combinare strumenti diversi — missili, droni, mare, proxy — in una strategia di attrito e destabilizzazione regionale. Ed è proprio questo che continua a renderlo una minaccia concreta per le forze occidentali.

“L’Iran non è costruito per vincere una guerra convenzionale contro l’Occidente, ma per renderla lunga, costosa e destabilizzante.”

Uno degli scenari più temuti riguarda lo Stretto di Hormuz. Di fatto è già bloccato. Ma quali saranno le conseguenze immediate per il commercio energetico mondiale?

Lo Stretto di Hormuz è uno dei nodi più sensibili dell’intero sistema energetico mondiale. Attraverso quel passaggio marittimo transita normalmente circa un quinto del petrolio globale e una quota significativa del gas naturale liquefatto proveniente dal Golfo. Quando quella rotta viene interrotta o anche solo percepita come insicura, l’impatto non riguarda soltanto i paesi produttori o gli importatori diretti: si riflette immediatamente sull’intero mercato energetico mondiale.

Le conseguenze immediate sono tre. La prima è un aumento rapido dei prezzi dell’energia, perché i mercati reagiscono non solo alla riduzione effettiva dell’offerta, ma anche al rischiopercepito di ulteriori interruzioni. Anche una temporanea paralisi dello stretto può generare forti oscillazioni sui prezzi del petrolio e del gas.

La seconda riguarda la logistica globale delle forniture. Una parte delle esportazioni del Golfo può essere deviata attraverso oleodotti alternativi — ad esempio verso il Mar Rosso o il Mediterraneo — ma queste infrastrutture non hanno capacità sufficiente per compensare completamente il traffico che normalmente attraversa Hormuz. Questo significa che una quota significativa di greggio resta temporaneamente senza via di uscita o deve affrontare percorsi molto più lunghi e costosi.

La terza conseguenza è l’effetto a catena sui sistemi economici. L’aumento dei costi energetici si trasmette rapidamente ai trasporti, alla produzione industriale e ai prezzi al consumo. In altre parole, ciò che accade in quel tratto di mare relativamente stretto ha la capacità di influenzare l’economia globale nel giro di poche settimane.

È per questo che lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un passaggio geografico, ma un punto di equilibrio strategico dell’economia mondiale. Chi è in grado di minacciarne la sicurezza non controlla solo una rotta marittima: esercita una leva sull’intero sistema energetico internazionale.

“Lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio marittimo: è una valvola del sistema energetico mondiale. Quando si chiude, la pressione sale ovunque.”

Quale potrebbe essere la risposta militare degli Stati Uniti e delle flotte alleate presenti nell’area per sbloccare lo Stretto ed evitare una catastrofe economica mondiale?

La risposta più probabile non sarebbe una singola mossa, ma un’operazione multilivello di riapertura e messa in sicurezza del corridoio. Il primo passo sarebbe una missione di controllo del mare (sea control): presenza navale avanzata, pattugliamento continuo, copertura aerea e scorta ravvicinata ai tanker più sensibili. Del resto, Trump ha già detto che la U.S. Navy potrebbe iniziare a scortare le petroliere, mentre Washington ha affiancato a questo anche un meccanismo di riassicurazione fino a 20 miliardi di dollari per cercare di riportare traffico commerciale nella zona.

Ma la scorta, da sola, non basta. Se la minaccia viene da droni, missili costieri, barchini veloci, mine o attacchi mordi-e-fuggi, prima di far passare in massa il traffico commerciale occorre ridurre la capacità iraniana di colpire. In parte questo processo è già in corso: Reuters riferisce che gli Stati Uniti dicono di aver affondato oltre 30 unità iraniane e che gli attacchi balistici iraniani sono diminuiti del 90% rispetto al primo giorno di guerra. Questo suggerisce che una campagna di soppressione delle minacce navali e missilistiche è già iniziata, o comunque è considerata parte integrante del problema Hormuz.

Il terzo livello sarebbe quello più tecnico e meno visibile, ma decisivo: bonifica e controllo del traffico. Se vi è il rischio di mine, sabotaggi o attacchi intermittenti, servono corridoi di transito protetti, procedure di deconfliction, intelligence continua e finestre temporali di passaggio sotto ombrello militare. In altre parole, non si “riapre” lo stretto con un annuncio politico: lo si riapre solo quando gli armatori e gli assicuratori ritengono che il rischio sia tornato accettabile. Reuters nota infatti che, anche con assicurazioni e ipotesi di scorta, le flotte restano bersagli, le navi di scorta non sono illimitate e i volumi non ripartono automaticamente.

C’è poi un punto di realtà strategica: evitare la catastrofe economica mondiale non significa necessariamente riportare subito Hormuz alla normalità, ma guadagnare tempo e ridurre il danno. Per questo gli alleati stanno già cercando rotte alternative: Saudi Aramco ha aumentato le spedizioni via Mar Rosso, ma Reuters segnala che queste capacità restano insufficienti a compensare davvero il blocco di Hormuz. Questo significa che una riapertura parziale, protetta militarmente, avrebbe un valore immediato anche solo per far ripartire una parte dei flussi e contenere il panico dei mercati.

La vera risposta, dunque, sarebbe una combinazione di scorte navali, soppressione delle minacce iraniane, protezione assicurativa e riattivazione graduale del traffico. Tuttavia, va detto con chiarezza: se il conflitto resta aperto, nessuna flotta può garantire un “ritorno alla normalità” rapido e a costo zero. Può ridurre il rischio, può riaprire finestre di passaggio, può impedire il collasso totale. Ma la normalizzazione piena dipende soprattutto dal livello di ostilità che resterà sul teatro.

“Per riaprire Hormuz non basta scortare le petroliere: bisogna prima togliere all’Iran la capacità di colpirle e poi ricostruire la fiducia degli armatori. La riapertura è tanto militare quanto psicologica.”

Guerra in Iran, le conseguenze sulla Calabria per Raniolo (Unical): «Non solo energia, ecco il prezzo che pagheremo»

Guardando agli sviluppi militari e diplomatici, quali sono secondo lei gli scenari più probabili di conclusione di questo conflitto? Una guerra breve, un allargamento regionale oppure un negoziato imposto dalle grandi potenze?

A mio giudizio, lo scenario meno probabile è una guerra breve e “pulita”, perché ormai il conflitto ha già superato la soglia del semplice scambio punitivo ed è entrato in una dinamica di allargamento funzionale: attacchi su più teatri, traffico energetico quasi fermo a Hormuz, minacce ai paesi terzi e crescente pressione economica globale. Reuters riferisce che il traffico di petroliere attraverso Hormuz è crollato fino quasi ad azzerarsi e che Teheran ha avvertito che anche eventuali paesi europei coinvolti diventerebbero bersagli legittimi. Questo rende molto difficile immaginare una chiusura rapida senza un passaggio politico di livello superiore.

Lo scenario più realistico, quindi, mi sembra una combinazione di escalation controllata e successivo negoziato imposto. “Escalation controllata” significa che le parti continueranno ancora a colpirsi, cercando però di evitare — almeno finché possibile — il salto verso una guerra totale regionale fuori controllo o verso un’occupazione terrestre su larga scala. Anche le notizie più recenti mostrano questa ambivalenza: da un lato Teheran rifiuta per ora il cessate il fuoco e i colloqui con Washington, dall’altro il costo umano, economico e strategico del conflitto sta crescendo rapidamente per tutti gli attori. Quando il prezzo della prosecuzione supera il vantaggio politico-militare immediato, le grandi potenze tendono a spingere verso una soluzione negoziata, anche se presentata pubblicamente come vittoria della propria fermezza.

L’ipotesi di allargamento regionale resta però concreta, e non va affatto esclusa. Non necessariamente sotto forma di guerra classica tra eserciti regolari, ma come estensione progressiva del conflitto a milizie, basi, traffici energetici, Libano, Iraq, Golfo e forse anche altri attori indiretti. Reuters ha già descritto una crisi che si è estesa oltre l’asse iniziale e che sta producendo scosse su più fronti. Questo significa che il rischio non è soltanto “più guerra”, ma più teatri, più attori e più difficoltà a controllare la scala dello scontro.

Per questo, se dovesse indicare una traiettoria oggi, quale sarebbe?

R.: Direi questa: non una guerra lampo, non necessariamente una guerra mondiale regionale, ma una fase di combattimento ancora intensa seguita da un negoziato forzato dalle grandi potenze e dalla pressione dei mercati energetici. In altre parole, la diplomazia non arriverà perché le parti si fidano l’una dell’altra, ma perché a un certo punto il costo sistemico del conflitto diventerà troppo alto anche per chi oggi pensa di poter guadagnare ancora qualcosa sul piano militare.

“Lo scenario più probabile non è una guerra breve, ma un’escalation ancora limitata nel tempo seguita da un negoziato imposto: non dalla fiducia reciproca, ma dall’insostenibilità strategica ed economica del conflitto.”

L’Europa è assente. L’Italia ancora peggio. Ma cosi si rischia l’irrilevanza

La realtà è che l’Europa oggi pesa molto meno di quanto potrebbe. Non perché manchino risorse economiche, capacità industriali o competenze strategiche, ma perché manca una vera capacità di agire come soggetto unitario nelle grandi crisi internazionali.

Nel caso di un conflitto che riguarda direttamente il sistema energetico mondiale e la stabilità del Mediterraneo allargato, l’Europa avrebbe in teoria tutti gli interessi per svolgere un ruolo politico e diplomatico di primo piano. Tuttavia continua a muoversi prevalentemente come somma di Stati nazionali, con posizioni spesso divergenti e con una capacità di iniziativa strategica limitata.

Questo vale ancora di più per l’Italia, che pure si trova geograficamente al centro dello spazio euro-mediterraneo e che avrebbe quindi un interesse diretto alla stabilità della regione. Il nostro Paese dispone di competenze diplomatiche, militari ed energetiche importanti, ma raramente riesce a trasformarle in una linea strategica coerente e riconoscibile.

Il rischio, naturalmente, è quello dell’irrilevanza. Nel sistema internazionale il peso di un attore non dipende solo dalle sue risorse, ma soprattutto dalla capacità di tradurle in visione e iniziativa politica. Quando questa capacità manca, altri riempiono inevitabilmente lo spazio.

In questo senso la crisi attuale dovrebbe essere letta anche come un segnale per l’Europa: o diventa un soggetto strategico capace di agire nelle grandi crisi globali, oppure continuerà a subirne le conseguenze senza poter incidere davvero sugli esiti.

Nel sistema internazionale l’irrilevanza non nasce dalla mancanza di risorse, ma dalla mancanza di visione strategica.

Infine, mentre cresce la tensione in Medio Oriente, la guerra tra Russia e Ucraina continua. Dal suo punto di vista strategico e militare, come crede che potrà concludersi quel conflitto?

Dal mio punto di vista strategico e militare, anche in Ucraina lo scenario meno probabile è una “vittoria totale” e rapida di una delle due parti. Dopo quattro anni di guerra, il conflitto mostra i tratti tipici delle guerre di attrito prolungate: avanzate lente, costi umani altissimi, capacità ancora significative da entrambe le parti e negoziati che si muovono più lentamente del campo di battaglia. Reuters riferisce che i colloqui sponsorizzati dagli Stati Uniti restano bloccati soprattutto sulla questione territoriale, mentre il Council on Foreign Relations descrive una guerra entrata nel quinto anno con spostamenti territoriali lenti e senza una soluzione politica vicina.

Sul piano strettamente militare, la traiettoria più realistica mi sembra quella di un logoramento ancora lungo, seguito non da una pace vera, ma da una forma di congelamento del conflitto o di cessazione delle ostilità lungo linee di contatto imperfette. Questo perché la Russia, pur continuando a premere, non sta ottenendo sfondamenti decisivi; allo stesso tempo, l’Ucraina ha mostrato di poter contenere, colpire in profondità e perfino recuperare localmente terreno, ma non abbastanza da ribaltare da sola l’intero teatro in tempi brevi. Reuters ha riportato che Mosca continua a puntare a obiettivi territoriali ampi nel 2026-2027, ma anche che Kiev ritiene queste ambizioni difficili da realizzare con le capacità attuali russe.

A questo punto, quale esito vede possibile per questa lunga guerra?

Vedo come esito più probabile un accordo imperfetto, imposto più dall’esaurimento strategico che dalla riconciliazione politica. Potrebbe assumere la forma di un armistizio di fatto, di una tregua armata o di un’intesa progressiva su scambi di prigionieri, linee di separazione e garanzie di sicurezza parziali. Già oggi uno dei pochi risultati concreti dei negoziati è stato lo scambio di 1.000 prigionieri, mentre i colloqui più ampi restano vulnerabili agli eventi esterni e alle rigidità sulle cessioni territoriali. Questo suggerisce che una conclusione ordinata e definitiva è difficile; molto più plausibile è una sospensione negoziata della guerra, senza che le cause profonde vengano davvero risolte.

Il punto decisivo, a mio avviso, è che la fine dei combattimenti non coinciderà automaticamente con la fine del conflitto. Anche se si arrivasse a una tregua, resterebbero aperti il nodo dei territori occupati, quello delle garanzie internazionali per Kiev, il riarmo reciproco e la competizione strategica tra Russia e Occidente. In altre parole, più che a una “pace”, potremmo assistere a una lunga stabilizzazione armata, simile a quelle situazioni in cui la guerra aperta si ferma ma la contesa strategica continua sotto altre forme. Il CSIS sottolinea che la guerra è ormai un conflitto di logoramento dai costi enormi, mentre il CFR avverte che il rischio per il 2026 resta quello di ulteriori attacchi a infrastrutture e città anche in assenza di grandi sfondamenti.

Se dovessi sintetizzare, direi questo: non mi aspetto una conclusione netta, ma una transizione dalla guerra manovrata a una tregua armata, fragile e reversibile. Sarebbe già molto, ma non sarebbe la pace. Sarebbe piuttosto la presa d’atto, da parte di tutti, che nessuno riesce più a ottenere sul campo ciò che pretende politicamente in modo assoluto.

“In Ucraina non vedo all’orizzonte una pace vera, ma qualcosa di più duro e realistico: una tregua armata, nata dall’attrito e destinata a restare fragile”.

Grazie Ammiraglio per questa ampia e approfondita analisi. E per tutto il tempo che ha voluto dedicarci.