Il pentito di ’ndrangheta Domenico Mercurio e l'incontro con Messina Denaro per gli affari nell’eolico a Verona
Le foto del capo dei capi all’Arena nel 2006 riaccendono i riflettori sugli interessi economici del boss al Nord. Nella nuova ricostruzione emerge il ruolo del collaboratore di giustizia calabrese, ex imprenditore vicino ai clan crotonesi: i presunti intrecci tra politica, energia e criminalità organizzata
«Ti ricordi quando ti ho mandato dei vestiti, dei costumi da bagno, dei pantaloni bianchi... Ebbene, tutte quelle cose le comprai io personalmente il giorno che feci quelle foto in quella medesima città».
È uno dei passaggi delle lettere che Matteo Messina Denaro inviava alla figlia e che oggi tornano al centro dell’attenzione investigativa insieme ad alcune fotografie scattate a Verona il 20 maggio 2006.
Nelle immagini il boss di Cosa Nostra posa davanti all’Arena come un normale turista. In realtà, in quel periodo, era già latitante da oltre vent’anni e considerato uno dei criminali più ricercati d’Italia.
Quegli scatti, recuperati dopo il suo arresto avvenuto il 16 gennaio 2023 a Palermo, sono diventati uno dei tasselli utili a ricostruire la rete di relazioni e interessi economici che Messina Denaro avrebbe coltivato nel Nord Italia, soprattutto nel settore dell’energia eolica.
Il ruolo del pentito calabrese Domenico Mercurio
Ma nella vicenda assume un peso centrale soprattutto la figura di Domenico Mercurio, collaboratore di giustizia originario di Isola Capo Rizzuto e ritenuto dagli investigatori uno degli uomini chiave della proiezione economica della ’ndrangheta crotonese nel Veronese.
È stato proprio Mercurio, intervistato dal giornalista Walter Molino per la trasmissione Report, a raccontare di aver incontrato due volte Matteo Messina Denaro a Verona nel 2006.
All’epoca, ha spiegato, il boss si presentava con il nome di “Andrea”. Solo molti anni dopo, vedendo le immagini diffuse dopo l’arresto del capomafia, Mercurio avrebbe riconosciuto l’uomo visto durante quegli incontri.
Secondo il suo racconto, a presentargli Messina Denaro sarebbe stato un imprenditore calabrese attivo da decenni nel Veronese e figura nota negli ambienti politici e imprenditoriali locali.
Gli incontri a Verona e il business dell’eolico
Mercurio racconta che durante quei colloqui si sarebbe parlato soprattutto di energia eolica e di prospettive economiche legate allo sviluppo degli impianti nel territorio veneto.
“In quel caso erano appena partite le energie eoliche e (l’imprenditore, ndr) diceva che era un mercato che bisognava costruire”, ha spiegato il collaboratore di giustizia.
Un pranzo in piazza dei Signori e un successivo incontro in un bar sarebbero stati i momenti nei quali si discusse anche di politica e consenso elettorale.
“Si parlava di far vincere eventualmente la Lega e cercare di piazzare queste pale eoliche”, sostiene Mercurio, riferendosi al progetto del parco eolico di Rivoli Veronese.
Un racconto che si inserisce nel quadro delle indagini antimafia sugli interessi delle organizzazioni criminali nel settore delle energie rinnovabili, considerato particolarmente redditizio per il reinvestimento di capitali illeciti.
Gli affari nel Nord e il nome di Vito Nicastri
Il settore eolico viene da anni considerato uno degli ambiti strategici degli investimenti riconducibili a Matteo Messina Denaro.
Al centro delle inchieste compare anche il nome del defunto imprenditore siciliano Vito Nicastri, ritenuto vicino al boss mafioso (ma assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafioso) e soprannominato il “re dell’eolico”.
Nel Veronese, quattro società riconducibili al gruppo di Nicastri avevano sede in piazza Cittadella. Nel 2011 l’allora prefetta di Verona Perla Stancari dispose interdittive antimafia nei confronti delle società, successivamente confermate anche dal Consiglio di Stato. In uno dei provvedimenti si parlava di aziende considerate “malleabili strumenti del sistema malavitoso”.
Chi è Domenico Mercurio e perché le sue dichiarazioni pesano
La figura di Domenico Mercurio viene considerata particolarmente significativa dagli investigatori perché rappresenta il profilo della cosiddetta “borghesia mafiosa”: imprenditori e intermediari capaci di muoversi tra economia, politica e relazioni istituzionali lontano dai modelli tradizionali della criminalità organizzata.
Mercurio è emerso soprattutto nell’ambito dell’operazione “Isola Scaligera”, coordinata dalla Dda di Venezia nel 2020, che ha acceso i riflettori sulla presenza della ’ndrangheta tra Verona e il Veneto.
Secondo gli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo importante nel riciclaggio di denaro, nelle false fatturazioni e nella gestione economica delle attività legate alla cosca Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto.
Dopo l’arresto, la scelta di collaborare con la magistratura ha trasformato Mercurio in una fonte investigativa ritenuta utile per comprendere il radicamento delle cosche calabresi nel Nord Italia e i presunti intrecci tra criminalità organizzata, imprenditoria e politica.
Le sue dichiarazioni sono confluite in diversi filoni investigativi, compresi quelli sugli appalti, sulle infiltrazioni economiche e sul cosiddetto “sistema Verona”, raccontato anche dalla trasmissione Report.