Il racket dei bancomat nella Piana di Sibari e le vendette dei caporali: «Il nero ha detto la verità, mandalo via»
Dietro le quinte dello sfruttamento in Calabria: i Carabinieri mettono le mani sui "libri neri" dei clan pakistani. Ecco come funzionava il meccanismo di estorsione dei salari. I “capi” gestivano anche il cibo dei braccianti: chi denunciava perdeva tutto e finiva a dormire per strada
Nella Piana di Sibari, le riforme contro il lavoro nero e l'obbligo di pagare gli stipendi agricoli con metodi tracciabili sono stati trasformati in un sofisticato meccanismo estorsivo. È una delle accuse contenute nella ricostruzione della Dda di Catanzaro nell’inchiesta che ha portato nei giorni scorsi al fermo di 20 persone, 10 delle quali sono state liberate ieri.
Al centro delle contestazioni c’è il meccanismo: non più e non solo mazzette di denaro contante scambiate nell'ombra dei campi: l’indagine mette nel mirino una realtà drammatica in cui la tecnologia finanziaria – in particolare le carte prepagate Postepay Evolution – è diventata lo strumento principale per perfezionare il controllo economico e psicologico sulle vittime.
Le indagini dei Carabinieri per la Tutela del Lavoro puntano il dito su una contabilità occulta, taccuini ribattezzati "libri neri" e un sistema di coercizione sistematica che svuotava i conti correnti dei lavoratori per alimentare i profitti del sodalizio criminale.
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Alla base del sistema finanziario illecito vi è una rigida e violenta differenziazione retributiva basata su criteri discriminatori ed etnici. Mentre il Contratto Provinciale del Lavoro di Cosenza fissa la paga minima oraria per il settore agricolo a 6,96 euro, i braccianti arruolati dall'organizzazione pakistana percepivano compensi di gran lunga inferiori.
I lavoratori subsahariani (provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal, Guinea e Ghana) venivano pagati appena 2,70 - 3,00 euro all'ora, corrispondenti a una misera paga giornaliera di 23 - 27 euro per turni estenuanti che andavano dalle 8 alle 11 ore continuative nei campi.
I lavoratori pakistani ed afghani ricevevano un trattamento di poco superiore, oscillante tra i 3,30 e i 4,00 euro all'ora (circa 30 - 35 euro al giorno). I caporali facevano leva sui legami identitari e religiosi di appartenenza per imporre la sottomissione dei connazionali, "premiandoli" con tariffe leggermente più favorevoli.
Il guadagno dell'organizzazione si realizzava sulla differenza tra quanto versato formalmente dalle aziende e la paga effettivamente lasciata al bracciante. Gli imprenditori agricoli corrispondevano infatti ai caporali una tariffa media giornaliera di 40 - 45 euro (con punte di 50 euro) per ogni lavoratore fornito. Sulle spalle dei subsahariani, la trattenuta del caporale (la cosiddetta "cresta") arrivava a 13 - 15 euro al giorno per uomo, mentre sui pakistani si attestava tra i 5 e i 10 euro. Un volume d'affari non trascurabile: con una base costante di oltre cento lavoratori sottomessi, il sodalizio incassava un profitto netto stimato tra i 500 e i 1.000 euro al giorno.
«La gallina dalle uova d'oro»: nella Sibaritide si truccava il Decreto Flussi per vendere visti d'ingresso a 10mila euroIl "Double Sha": la sfrontatezza del capo
La sfrontatezza dei caporali e il controllo totale esercitato sulle vittime emergono chiaramente nelle intercettazioni che coinvolgono il presunto vertice del sodalizio. A seguito di un controllo del Nil il 19 novembre 2020 presso un'azienda di ortofrutta, l'amministratore decide di interrompere i pagamenti brevi manu per evitare pesanti sanzioni ispettive, accreditando i compensi (calcolati sulla tariffa di 50 euro al giorno) direttamente sulle carte degli operai.
A quel punto contatta il presunto caporale diffidandolo dal prendere denaro dai braccianti, ma il caporale, lungi dal fare un passo indietro, mette a segno quello che nei dialoghi con i complici definisce trionfalmente un "Double Sha" (doppio colpo). Il 22 e il 23 dicembre 2020, si vanta al telefono prima con il fratello e poi con un alleato: "Ho recuperato i soldi alla tariffa di 50 euro alla giornata... mi manca solo un nero che è andato a Bari". Spiega che, nonostante l'imprenditore avesse pagato direttamente i lavoratori sul conto corrente per un totale di ben 313 giornate cumulative, i ragazzi neri terrorizzati gli hanno subito restituito in contanti l'intera "cresta", lasciando a se stessi solo la quota di 25-27 euro giornalieri concordata con l'organizzazione: "Sì... tutti mi hanno restituito... erano 313 giornate... immagina che ora posso stare a casa per due mesi senza lavorare... a me sono tornati tutti i soldi che mi spettavano".
Non contento, si reca di persona dal datore di lavoro pretendendo un ulteriore pagamento di 500 euro come "rimborso spese" per aver utilizzato i propri mezzi fatiscenti nel trasporto dei braccianti, ottenendolo dopo un duro scontro verbale. "Gli ho detto 'figlio di puttana, hai pagato i ragazzi direttamente... le due macchine erano le mie... mi devi dare i soldi'... abbiamo discusso un po' e lui si è ritirato e ha chiesto 500 euro alla sorella... me li ha consegnati". Quando un complice gli chiede come riesca a farsi restituire sempre tutto, l’uomo liquida la questione rivelando la sua spietata politica di selezione: "Io prendo esclusivamente i ragazzi che mi obbediscono... agli altri non li saluto nemmeno".
I "Libri Neri" e il monopolio del cibo
Per evitare che i lavoratori subsahariani potessero affrancarsi dalla condizione di bisogno e di totale dipendenza, l'organizzazione non saldava mai interamente le spettanze arretrate. Ai braccianti venivano concessi solo piccoli e sporadici "anticipi" di 10 o 20 euro alla volta, sufficienti appena ad acquistare i beni alimentari di prima necessità.
Il controllo economico era talmente oppressivo da estendersi alla spesa quotidiana. Nella denuncia sporta da un bracciante nigeriano, emerge come il caporale lo accompagnasse personalmente al supermercato Eurospin di Cassano allo Ionio: il capo pagava la spesa alla cassa e annotava minuziosamente l'importo su un taccuino personale, decurtando l'importo dalle somme arretrate dovute al lavoratore.
Questo meccanismo creava anche una gabbia psicologica insormontabile: i braccianti, pur consapevoli dello sfruttamento, non potevano fuggire né denunciare perché terrorizzati dall'idea di perdere i crediti faticosamente accumulati e registrati solo su quei fogli cartacei. Chi provava a ribellarsi o a cercare lavoro autonomamente veniva punito con l'espulsione immediata dagli alloggi-ghetto gestiti dal sodalizio, finendo letteralmente a dormire per strada.
La vendetta contro chi parla
La legge del silenzio veniva difesa con ferocia. I caporali indottrinavano rigidamente i lavoratori pakistani – ritenuti più "fedeli" e sottomessi per via dei vincoli identitari – affinché dichiarassero agli ispettori del lavoro di essere stati assunti direttamente dai datori di lavoro, di essere pagati 40 euro al giorno e di raggiungere i campi a piedi o in modo autonomo.
Ma il 3 dicembre 2020, durante un'ispezione del NIL presso l'azienda in cui lavorave, il bracciante nigeriano rompe il muro di omertà e dichiara la verità agli ispettori: rivela di essere pagato solo 27 euro al giorno per oltre 9 ore di lavoro e di dover stornare il resto al caporale.
Le intercettazioni telefoniche intercettate poche ore dopo l'ispezione mostrano la rabbiosa reazione: "Quasi tutte le dichiarazioni sono andate bene, eccetto un nero... che ha dichiarato la verità... dicendo che lui prende ventisette al giorno... che cretino... mandalo via!" ordina. Nella stessa chiamata, il caporale esprime profondo disprezzo per i lavoratori subsahariani, contrapponendoli ai connazionali: "Mi sono accorto di una cosa che solo i miei connazionali sono fedeli... invece i neri sono inaffidabili". A seguito di questo episodio, il bracciante viene immediatamente cacciato dall'alloggio di via Diana de Filpo 4 e bandito dalla flotta dei caporali, privato di ogni mezzo di sostentamento e costretto a fuggire per sottrarsi alle ritorsioni dell'organizzazione.