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06/08/2026 ore 16.47
Cronaca

Il sistema Scirocco a Messina, la rete tra Sicilia e Calabria: appalti, colletti bianchi e ombre della ’ndrangheta

L’inchiesta ricostruisce un asse criminale-imprenditoriale che unisce le due sponde dello Stretto. Dai lavori al Cedir di Reggio Calabria ai presunti legami con il clan Alvaro di Sinopoli. Le presunte mazzette a funzionari pubblici reggini

di Pablo Petrasso

L’inchiesta sul "sistema Scirocco" della Procura di Messina non è solo una cronaca di infiltrazioni mafiose siciliane, ma delinea un vero e proprio sistema “transfrontaliero” capace di condizionare appalti pubblici su entrambe le sponde dello Stretto. Al centro di questa ragnatela si muove Francesco Scirocco, imprenditore già condannato per concorso esterno con la mafia barcellonese (per il suo legale, Scirocco «non è un appartenente alla mafia, contrariamente a quanto sostenuto dalla pubblica accusa», che avrebbe rigenerato il proprio potere economico subito dopo la scarcerazione avvenuta nel 2020.

Tuttavia, Scirocco non avrebbe agito da solo. Per espandere il proprio raggio d'azione oltre la provincia messinese, si sarebbe avvalso di un network di "colletti bianchi" e imprenditori (anche) calabresi che fungevano da "facce pulite" per schermare la sua ingombrante presenza.

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Il ruolo chiave di Domenico Logozzo

Figura nevralgica dell'inchiesta, residente a Messina ma nato a Reggio Calabria, è l'ingegnere Domenico Logozzo. Secondo l'accusa, Logozzo non era un semplice consulente tecnico, ma il vero e proprio braccio operativo di Scirocco. Era lui a gestire i rapporti con le imprese affidatarie, a occuparsi della contabilità occulta e a interfacciarsi con le stazioni appaltanti.

L'inchiesta evidenzia come Logozzo fosse il punto di contatto per sbloccare situazioni complesse in Calabria. Un esempio lampante emerge dalle dichiarazioni del collaboratore Biagio Grasso, che descrive Logozzo come un «crocevia di fatti di corruzione di alto livello». Logozzo (per il quale vale, al pari di tutti gli indagati, la presunzione d’innocenza) sarebbe stato in grado di sbloccare pagamenti pendenti presso la Provincia di Reggio Calabria attraverso il pagamento di tangenti a funzionari pubblici, agevolando così anche il pagamento del "pizzo" alle cosche locali.

L'appalto al Cedir di Reggio Calabria

Uno dei pilastri calabresi dell'indagine riguarda i lavori presso il Palazzo Cedir di Reggio Calabria, sede di uffici giudiziari. L'appalto, finanziato con fondi Pon Metro 2014-2020 e bandito dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria, riguardava l'efficientamento energetico della struttura.

Sebbene i lavori fossero stati formalmente aggiudicati a un società di Napoli, secondo gli inquirenti la gestione reale del cantiere era nelle mani del gruppo Scirocco-Logozzo. Attraverso subappalti non autorizzati, il gruppo avrebbe drenato risorse pubbliche, gestendo direttamente le maestranze e la logistica, mentre Logozzo assumeva il ruolo di direttore di cantiere "di fatto" nonostante non risultasse formalmente negli atti della stazione appaltante.

L'asse Sinopoli-Delianuova: Giasone Italiano

L'indagine tocca vertici di particolare gravità quando analizza i legami con soggetti orbitanti intorno alla 'ndrangheta della piana di Gioia Tauro. Nelle carte – il gip ha comunque escluso l’aggravante mafiosa – compare infatti il nome di un uomo di Delianuova, indagato (senza l’applicazione di misure cautelari) e descritto nelle carte come un imprenditore vicino alla storica cosca Alvaro di Sinopoli.

Il suo coinvolgimento emerge prepotentemente nella vicenda del "sollevatore telescopico", un mezzo meccanico che il gruppo Scirocco pretendeva fosse restituito da un altro imprenditore. L’indagato sarebbe intervenuto come "ambasciatore" o intermediario dei calabresi per esercitare pressioni. Le intercettazioni descrivono un clima di profonda intimidazione: la moglie dell’imprenditore intimidito manifesta un terrore tale da impedire al marito di recarsi in Calabria per incontrare "queste persone" che non conosceva, temendo ripercussioni violente.

Il mezzo meccanico a Condofuri

La vicenda del sollevatore telescopico si conclude in modo emblematico: il mezzo viene infine trasferito in Calabria, presso la sede di una società riconducibile a un soggetto già condannato per associazione mafiosa in quanto ritenuto partecipe della locale di 'ndrangheta di Condofuri, con legami con le cosche Morabito e Zavettieri. Il trasferimento del mezzo suggella plasticamente la connessione tra gli affari siciliani di Scirocco e i contesti criminali calabresi.

La connessione con il Nord della Calabria

L'inchiesta tocca anche il nord della Calabria. Tra gli indagati figurano Angelo Barbetta (Cosenza), Giovanni Iaquinta (Rende) e Saverio Iaquinta (San Giovanni in Fiore).

Angelo Barbetta è il legale rappresentante di una società che secondo l’accusa sarebbe stata utilizzata da Scirocco per inserirsi negli appalti di manutenzione delle autostrade siciliane (A18 e A20) banditi dal Consorzio Autostrade Siciliane. Anche in questo caso, la ditta avrebbe operato come schermo, permettendo a Scirocco di gestire maestranze e pagamenti in modo occulto.

Saverio e Giovanni Iaquinta gestivano due ditte coinvolte in lavori di manutenzione di cavalcavia autostradali in Sicilia. Queste ditte calabresi, sempre secondo l’accusa, avrebbero subappaltato "in nero" i lavori a imprese riferibili a Scirocco, utilizzando meccanismi di falsa fatturazione per l'acquisto di carburante per creare provviste di denaro contante.

Un sistema impermeabile ai controlli

L'inchiesta mette in luce la straordinaria capacità di Scirocco di "mimetizzarsi". Nonostante le misure di prevenzione e i precedenti giudiziari, era riuscito a creare un impero invisibile fatto di noli a freddo, subappalti irregolari e scambi di manodopera tra ditte siciliane e calabresi. In questo scenario, la Calabria non è stata solo una terra di conquista per nuovi appalti (come il Cedir), ma un serbatoio di appoggi necessari per alimentare il motore finanziario del "sistema".

È il quadro di un'imprenditorialità "grigia" che, scavalcando i confini regionali, avrebbe trasformato la gestione dei lavori pubblici in un bancomat.