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30/04/2026 ore 13.21
Cronaca

Inchiesta Teorema, la difesa di Fabio Manica al Riesame: «Nessuna “tangente”, erano rapporti di collaborazione privata»

Udienza al Tribunale della Libertà per l’ex vicepresidente della Provincia di Crotone arrestato per le presunte mazzette. Gli avvocati sulle esigenze cautelari: «Non poteva reiterare i reati, si era dimesso»

di Alessia Truzzolillo

Possedeva Fabio Manica, ex consigliere comunale di Crotone – ed ex vicepresidente della stessa Provincia con deleghe importanti – poteri tali «da poter determinare o comunque ingerirsi nell’emissione delle determine» illecite che avrebbero favorito ditte “amiche” e, in taluni casi, a lui riconducibili?
È la domanda alla quale danno risposta negativa i difensori di Fabio Manica, tratto in arresto su ordine del gip di Crotone perché ritenuto a capo di un’associazione per delinquere dedita a reati contro la pubblica amministrazione.
In 36 pagine di memoria difensiva (più relativi allegati), messa agli atti del Tribunale del Riesame, i legali Francesco Gambardella e Roberto Coscia tentano di smontare le accuse costruite dalla Procura di Crotone nell’inchiesta denominata Teorema.

L’accusa descrive Manica come un soggetto che «metteva stabilmente a disposizione del sodalizio criminale il suo Ufficio pubblico Provinciale, avvalendosi dello stesso per incidere in modo determinante, in accordo con gli altri sodali, sugli affidamenti di lavori e servizi pubblici presso la Provincia di Crotone e altri comuni della medesima Provincia».
La difesa ha scomodato il professore Ulisse Corea per una consulenza che esclude che Manica possedesse poteri tali da garantirgli di «ingerire nelle scelte dalla pubblica amministrazione e nella specie nelle determine oggetto di indagine».

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Le intercettazioni

Ci sono poi le intercettazioni che il gip ritiene essere «la cartina di tornasole di una gestione delle procedure di affidamento dei lavori pubblici del tutto arbitraria che svuota del tutto il significato della funzione dell’amministrazione pubblica».
In particolare la difesa analizza una conversazione tra Fabio Manica e Domenico Zizza, dirigente del settore Edilizia scolastica – Urbanistica - Politiche ambientali - Sicurezza sul lavoro della Provincia di Crotone, anche lui indagato.
I due parlano di lavori da fare nelle scuole del Crotonese e di ditte alle quali affidarli.
E se per il giudice questa conversazione è una «cartina al tornasole» dei lavori affidati in maniera arbitraria alle ditte, per la difesa «emerge il mero ruolo “politico” di Manica il quale si preoccupa unicamente affinché un serio problema, “quale la possibile chiusura di una scuola”, venga risolto».

Le “tangenti”

Altro argomento analizzato sono le «tangenti» che l’ex presidente della Provincia di Crotone avrebbe ricevuto dai titolari di alcune ditte in cambio delle agevolazioni negli appalti sui lavori pubblici.
I legali sostengono che «le corresponsioni non erano indebite» perché Manica «ha ricevuto degli utili grazie alla sua reale, seppur occulta, prestazione professionale svolta a favore delle società e dei professionisti i quali si erano aggiudicati gli affidamenti».
Premessa: «Nel corso dell’interrogatorio preventivo Manica, a più riprese, nel rispondere alle domande del giudice e del pubblico ministero, chiariva la sua posizione ammettendo la sua partecipazione occulta, quale socio nonché quale prestatore di attività professionale nella società Sinergyplus s.r.l. nonché la collaborazione professionale con gli altri professionisti (Bisceglia e Luchetta)».
Il rapporto di collaborazione non era solo – dice la difesa – indirizzato ai lavori affidati da enti pubblici ma anche da commesse private».
Dalle intercettazioni risulta che Manica «avesse dei rapporti di collaborazione con Luchetta Rosaria e Luca Bisceglia» e le commesse di natura privata – che avevano portato anche a dissidi con il politico – erano «di gran lunga superiori rispetto agli affidamenti pubblici».
Le stesse intercettazioni, dice la difesa, «non solo non sono in grado di confermare l’originario patto corruttivo e la vendita della funzione, ma certificano che i rapporti tra il Manica e gli altri professionisti indagati avessero come filo conduttore l’esistenza di un rapporto di collaborazione professionale risalente negli anni».

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L’irregolarità delle determine

Secondo l’accusa, tutte le determine di affidamento della Provincia di Crotone sulle quali aveva lavorato Manica «sono risultate affette da gravi vizi di legittimità». In sostanza gli atti macchiati dal falso sono stati prodromici alla corruzione.
La difesa eccepisce che «oggetto della disamina della regolarità amministrativa degli atti pubblici, siano state unicamente le determine investigate». Nello stesso periodo, rileva il consulente difensivo, sono state emesse altre determine. «La disamina di tutte le determine avrebbe portato a verificare che le “anomalie” segnalate possono essere estese a tutti gli atti amministrativi relativi all’affidamento della progettazione e direzione dei lavori a dimostrazione di come l’eventuale irregolare “standard” amministrativo accomuni ogni atto e non solo le determine oggetto d’indagine a confutazione della tesi che tali “anomalie” siano indice sintomatico della volontà di ingerirsi nella procedura amministrativa per veicolare l’affidamento verso i singoli professionisti».

Le esigenze cautelari

Inquinamento probatorio e reiterazione del reato sono le ragioni che hanno spinto il gip ad adottare la misura cautelare del carcere nei confronti di Fabio Manica.
Per quanto riguarda la reiterazione del reato il gip avvalora la propria decisione anche in merito al fatto che nello studio legale di Manica sia stato rinvenuto un foglio manoscritto con indicazioni di importi di somme di denaro riferibili agli indagati. Gli stessi fogli erano stati rinvenuti tempo prima in un altro luogo. Dunque la circostanza che i fogli siano stati spostati farebbe emergere un’attività di occultamento di prove tanto da fondare il pericolo che «in assenza di idoneo presidio cautelare gli stessi possano inquinare le ulteriori prove da acquisire, testimoniali e documentali»
Gambardella e Coscia hanno affermato che se il gip «ha già ritenuto che l’occultamento della partecipazione di Manica attraverso un articolato meccanismo di volturazione del denaro non costituisce indice di pericolo di inquinamento probatorio, del tutto contraddittorio è poi sostenere che, l’aver eventualmente tentato di occultare dei meri appunti, tra l’altro rispetto ai quali il Manica ha già reso ampio interrogatorio ammettendo la paternità degli stessi, possa essere ritenuto dimostrazione del pericolo».

Sulla reiterazione del reato, i difensori sostengono che Manica, dimesso dagli incarichi politici, si è automaticamente privato di quelle funzioni che gli avrebbero garantito l’occasione di reiterare condotte illecite.
La difesa ha, dunque, chiesto al tribunale del Riesame di «annullare l’ordinanza impugnata o, in subordine, sostituire la misura cautelare con altra meno afflittiva».