«Io sto morendo, ma mia moglie malata di Sla deve poter vivere con dignità»: da Taurianova «l’ultimo appello» di Sergio
Il 56enne è affetto da un tumore al pancreas e al fegato al quarto stadio. La moglie, 40 anni, vive immobilizzata a letto: «Non voglio che finisca in una struttura. Venite a casa nostra e guardate come viviamo»
Non è la sua malattia a togliergli il sonno. Non il tumore al pancreas e al fegato al quarto stadio contro cui combatte da oltre un anno e mezzo. La preoccupazione che accompagna ogni giorno Sergio Carrozza, 56 anni, riguarda sua moglie Sabina, 40 anni, affetta da Sla e costretta a letto, dipendente da macchinari salvavita e da un'assistenza continua.
La coppia vive a Taurianova, nel Reggino. Oggi Sergio lancia quello che definisce «l'ultimo appello». Lo fa con la voce spezzata dal pianto e con una richiesta precisa: «Venite a casa mia per vedere con i vostri occhi in che condizioni viviamo».
Al centro della sua denuncia ci sono le difficoltà economiche legate all'assistenza della moglie. Sergio sostiene che il contributo del Fondo nazionale per la non autosufficienza (Fna), destinato ai malati gravissimi, non venga riconosciuto a Sabina perché beneficia dell'assistenza sociosanitaria. Una situazione che, secondo lui, rende impossibile sostenere tutte le spese necessarie.
«Dicono che chi usufruisce dell'assistenza sociosanitaria non può ricevere anche il contributo economico. Ma una persona nelle condizioni di Sabina non può vivere con 900 euro al mese», afferma.
Le spese, racconta, sono elevate. Dall'assistenza nei giorni festivi alla presenza di personale qualificato, fino ai costi di una collaboratrice domestica assunta regolarmente e ai relativi contributi. «Anche quando vengono garantite alcune ore di assistenza, il resto resta a carico della famiglia», spiega.
Sabina comunica attraverso un puntatore oculare. La malattia le ha progressivamente sottratto ogni autonomia, ma non la volontà di restare accanto al marito. «Mi ha detto che non vuole andare in una struttura», racconta Sergio. «La mia paura più grande è proprio questa: che un giorno finisca lì perché non riesco più a mantenerla a casa».
Tra i momenti più dolorosi del racconto c'è quello legato alla volontà espressa da Sabina: «Mi ha detto apertamente: se non riesci più a mantenermi e l'alternativa è andare in una struttura, allora fammi fare l'eutanasia», racconta Sergio.
Il suo appello è rivolto al presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto.
La richiesta è quella di istituire un fondo dedicato ai malati gravissimi che si trovano in situazioni analoghe. Sollecita anche l'attivazione delle misure di sostegno per i caregiver familiari. «Se le norme non consentono di ricevere contemporaneamente assistenza e contributo economico, allora bisogna trovare un'altra soluzione», insiste.
Nel frattempo, anche la sua battaglia personale contro il cancro continua. Sergio si sta sottoponendo a cure chemioterapiche al Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria. Recentemente si è rivolto a Verona per valutare una terapia sperimentale. «Mi hanno detto che per il mio caso non ci sono più possibilità terapeutiche efficaci in Italia», riferisce.
Eppure, nonostante la consapevolezza della propria condizione, il suo pensiero resta rivolto alla moglie. «Per me non c'è più niente da fare», dice. «Ma Sabina deve poter continuare a vivere a casa sua, con dignità. È questo che chiedo».