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12/07/2026 ore 13.02
Cronaca

La bomba sotto casa di Ranucci tra indagini, zone d’ombra e il rischio di una strategia più ampia: parla l’esperto

E se dietro l’attentato ci fosse un vecchio progetto finalizzato a cancellare Report? Ne abbiamo parlato con il criminologo calabrese Salvatore Conaci

di L.F.

È la domanda più inquietante di tutta questa vicenda. E se la bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci non avesse avuto come vero bersaglio il giornalista più scomodo d’Italia, ma il programma che da quasi trent’anni rappresenta il simbolo del giornalismo d’inchiesta della Rai?

È un interrogativo, non una conclusione. Ma è difficile ignorarlo. Perché un attentato del genere non colpisce soltanto una persona: produce paura, isolamento, pressione. E quando, proprio mentre l’inchiesta entra nella sua fase più delicata, arriva anche la sospensione delle repliche estive di Report, i dubbi inevitabilmente si moltiplicano.

Abbiamo parlato con il criminologo, scrittore e docente calabrese Salvatore Conaci, che affronta il caso da una prospettiva esclusivamente criminologica, distinguendo con chiarezza tra analisi scientifica e accertamento giudiziario.

Professor Conaci, al di là dell’aspetto strettamente giudiziario, questa vicenda presenta molti elementi che alimentano interrogativi: una bomba sotto casa di un giornalista d’inchiesta, modalità considerate dagli inquirenti di particolare gravità, una rete di rapporti e personaggi complessi. Dal punto di vista criminologico, quali sono gli elementi che rendono un caso del genere particolarmente delicato e quali scenari occorre valutare?
«Un criminologo deve distinguere tra accertamento giudiziario e analisi criminologica. Quest’ultima non attribuisce responsabilità, ma valuta pattern comportamentali, contesto e significato dell’azione. Nella prospettiva della Investigative Psychology di David Canter, il comportamento criminale rappresenta una forma di comunicazione che va interpretata in relazione all’ambiente nel quale si manifesta. Quando l’obiettivo è un giornalista d’inchiesta, è legittimo domandarsi non solo come sia stata realizzata l’azione, ma quale messaggio possa aver inteso trasmettere, a quale pubblico e con quale finalità. Ciò non implica, di per sé, l’esistenza di ulteriori livelli di responsabilità, ma rende metodologicamente corretto verificarne l’eventuale presenza».

Nelle grandi vicende italiane segnate da intimidazioni, attentati e tentativi di condizionamento dell’informazione, spesso la domanda centrale non è soltanto “chi ha materialmente agito?”, ma “chi può avere avuto interesse a creare un clima di paura?”. Quanto è importante, in un’indagine di questo tipo, analizzare il possibile beneficiario finale dell’azione?
«Il principio del cui prodest non rappresenta una prova, ma resta uno dei criteri euristici più utili per orientare il ragionamento investigativo. Domandarsi chi abbia tratto vantaggio da un determinato fatto può aiutare a formulare ipotesi che meritano di essere verificate. La criminologia scientifica procede proprio così: costruisce ipotesi concorrenti e le sottopone continuamente al vaglio delle evidenze, senza affezionarsi a nessuna spiegazione. Si tratta di un principio antico, tradizionalmente attribuito al giudice romano Lucio Cassio Longino Ravilla e riportato da Cicerone nelle orazioni Pro Roscio Amerino e Pro Milone. È un punto di partenza tanto importante quanto delicato: sarebbe un errore ignorarlo, ma sarebbe altrettanto rischioso trasformarlo in una presunzione di colpevolezza».

Questa storia sembra avere molti livelli: gli indagati, i rapporti personali, le possibili motivazioni, il contesto nel quale arriva l’attentato e le conseguenze sul lavoro giornalistico di Ranucci e di Report. In criminologia quanto è frequente trovarsi davanti a vicende nelle quali l’azione visibile potrebbe essere soltanto un tassello di una strategia più ampia?
«L’esperienza mostra che molte vicende presentano più livelli di lettura: l’esecuzione materiale, la motivazione, il contesto relazionale ed eventuali interessi convergenti. Brent Turvey ci ricorda che il compito dell’analista consiste nell’inferire dai dati e non nell’adattare i dati a un’ipotesi precostituita. Per questo è corretto domandarsi se un episodio possa essere parte di una strategia più ampia. Si lavora sui fatti, sugli elementi oggettivi, non su narrazioni suggestive. Sono sempre i dati a richiedere chiarimenti e un’analisi quanto più ampia possibile».

In Italia, quando emergono episodi particolarmente oscuri, ritorna spesso il tema del “mandante occulto”, del cosiddetto “grande vecchio” che muove i fili dietro le quinte. È un modello interpretativo che ha ancora senso nell’analisi criminale contemporanea o rischia di diventare una suggestione senza prove? E quali elementi distinguono una reale regia occulta da una semplice teoria del complotto?
«La figura del cosiddetto “mandante occulto” non è estranea alla storia giudiziaria italiana, ma non può diventare una categoria interpretativa automatica. Una regia superiore esiste soltanto se lascia indicatori oggettivi: coordinamento, interessi documentabili, comunicazioni, supporti logistici e convergenze verificabili. Karl Popper ci ha insegnato che un’ipotesi scientifica deve poter essere smentita dai fatti. Vale anche nell’analisi criminale: se i dati non sostengono una ricostruzione, è la ricostruzione che deve essere modificata. Ciò che fa la differenza è la qualità del lavoro di ricerca, che non deve mai perdere rigore, profondità e scrupolo. Quando un’ipotesi trova riscontro in dati oggettivi e verificabili, cessa di essere una semplice congettura e diventa materia di accertamento».

Un aspetto inquietante di questa vicenda è il possibile effetto prodotto dall’attentato: non soltanto colpire una persona, ma creare isolamento, pressione psicologica, mettere in discussione la prosecuzione di un lavoro giornalistico. Dal punto di vista criminologico, un atto intimidatorio può essere progettato proprio per raggiungere un obiettivo anche simbolico e mediatico?
«Certamente. Sotto il profilo criminologico un’intimidazione può avere una funzione sia strumentale sia simbolica. L’effetto può estendersi ben oltre la vittima immediata, incidendo sul clima psicologico di un’intera categoria professionale o sull’opinione pubblica. Quando il bersaglio svolge un ruolo pubblico, è ragionevole verificare se l’obiettivo fosse anche comunicativo. Dire questo non significa affermare che lo fosse necessariamente in questo caso specifico — saranno il tempo e la giustizia a stabilirlo — ma riconoscere una dinamica ampiamente descritta dalla letteratura criminologica».

Guardando alla storia italiana, dagli anni delle stragi alle intimidazioni contro giornalisti e magistrati, spesso la verità completa è arrivata soltanto dopo anni di indagini complesse. In questo caso quali sono le domande alle quali gli investigatori dovrebbero dare priorità per capire se dietro questa vicenda possa esistere una struttura più ampia oppure se si tratti esclusivamente di responsabilità individuali?
«Le domande prioritarie dovrebbero riguardare la motivazione, il livello organizzativo dell’azione, eventuali collegamenti documentabili e la coerenza complessiva della ricostruzione investigativa. Se emergeranno elementi convergenti verso una struttura più ampia, sarà corretto e doveroso prenderli in considerazione; se invece le prove indicheranno responsabilità esclusivamente individuali, occorrerà prenderne atto con lo stesso rigore. Come mi hanno insegnato i miei maestri, il metodo viene sempre prima delle conclusioni».

Secondo lei, come andrà a finire questa incredibile vicenda?
«Sarebbe difficile e poco prudente lasciarsi andare a previsioni. Mi auguro soltanto che l’indagine riesca a distinguere ciò che è dimostrabile da ciò che resta soltanto plausibile. Nei casi complessi, la prudenza, lo scrupolo e il rigore non rallentano la ricerca della verità: al contrario, sono gli strumenti che meglio la proteggono».

L’analisi del prof Conaci è assolutamente importante dal punto di vista scientifico, e ci aiuta a comprendere alcuni aspetti fondamentali della vicenda. Ma una cosa appare già evidente: quella bomba, indipendentemente da chi l'abbia messa e dal movente, ha prodotto un effetto immediato. Ha aperto una crepa attorno a uno dei programmi più importanti del giornalismo investigativo italiano. E lo ha messo a tacere.

E il rischio più grande è proprio questo: che prima ancora di conoscere la verità giudiziaria sull'attentato, qualcuno abbia già ottenuto il risultato che sperava. O almeno una parte. Ma attendiamo gli esiti dell’inchiesta, perché tutto è ancora possibile.