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05/09/2026 ore 07.58
Cronaca

«La gallina dalle uova d'oro»: nella Sibaritide si truccava il Decreto Flussi per vendere visti d'ingresso a 10mila euro

Il sistema fraudolento scoperto dalla Procura nella Piana di Sibari: aziende agricole fantasma, bilanci truccati dai commercialisti e "click day" pilotati dai patronati per far entrare clandestinamente centinaia di migranti. Credevano di trovare un lavoro ma piombavano nell’inferno dello sfruttamento

di Pablo Petrasso

Nelle intercettazioni catturate dai Carabinieri del Reparto Operativo Tutela del Lavoro e dalla Guardia di Finanza di Montegiordano, la definizione ricorre con cinica insistenza: il Decreto Flussi non era un canale di immigrazione regolare, ma "la gallina dalle uova d'oro". Un colossale affare illecito capace di muovere milioni di euro sull'asse transnazionale Pakistan-Italia, lasciando dietro di sé una scia di aziende agricole "scatola vuota", bilanci falsificati e centinaia di migranti indebitati fino al collo e pronti a essere inghiottiti dal sistema del caporalato nella Sibaritide.

L'ordinanza di custodia cautelare firmata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro guidata da Salvatore Curcio squarcia il velo su una raffinata architettura criminale. Da una parte, un sodalizio capeggiato da due fratelli pachistani; dall'altra, un'associazione a delinquere "parallela" tutta italiana guidata da un faccendiere calabrese. In mezzo, la complicità strategica di datori di lavoro compiacenti, commercialisti pronti a truccare i conti e operatori di patronato capaci di aggirare le piattaforme informatiche dei ministeri.

Il prezzo del miraggio: visti fino a 10mila euro e lavoratori indebitati

Per un cittadino extracomunitario residente in Asia o in Nord Africa, l'ingresso regolare in Italia rappresentava un miraggio per cui la famiglia era disposta a fare qualsiasi sacrificio economico. I caporali pakistani e i loro alleati italiani lo sapevano bene e avevano stabilito un rigido tariffario.

Per ogni singolo nulla osta all'assunzione fittizia, l'organizzazione pretendeva dai beneficiari somme oscillanti tra i 6.500 e i 10.000 euro.

I dettagli emersi dalle carte dell'inchiesta svelano la spietata contabilità del racket. In uno dei casi descritti nel decreto di fermo i pachistani avevano pianificato l'ingresso di cinque persone (tra cui i loro stessi fratelli). Uno degli interessati aveva corrisposto 7.000 euro (anticipati da un intermediario), mentre a un cittadino di nazionalità indiana era stata imposta una tariffa di ben 10.000 euro.

Nelle truffe contestate a un imprenditore agricolo, nell'ambito del Decreto Flussi 2019, la quota richiesta per ognuno degli 11 visti fittizi (di cui 7 effettivamente presentati in provincia di Cosenza) era di 2.500 euro.

Per un’altra azienda, le cifre per l'inoltro delle istanze di ingresso per lavoratori marocchini si aggiravano tra i 6.500 e i 7.000 euro a pratica.

Chi pagava queste cifre non trovava ad attenderlo un reale impiego. Una volta giunti nella Piana di Sibari, i migranti — vulnerabili, privi di riferimenti familiari, impossibilitati a comprendere l'italiano e schiacciati dal debito contratto in patria — venivano convogliati direttamente nel mercato nero. Erano costretti ad accettare turni estenuanti nei campi di raccolta degli agrumi, pagati con tariffe umilianti: 2,70-3,00 euro all'ora per i lavoratori subsahariani e 3,30-4,00 euro per i pachistani.

Il caporalato nella Sibaritide e le pratiche false dei Caf. Il pentito: «Le mie aziende appartenevano alle cosche» - NOMI

La truffa dei "Click Day" e lo scudo protettivo dei patronati

Il Decreto Flussi prevede che lo Stato assegni le quote d'ingresso secondo un rigido ordine cronologico di presentazione telematica. Per massimizzare le probabilità di successo e assicurarsi i profitti, l'organizzazione aveva bisogno di una celerità assoluta durante il famigerato click day. Inoltre, doveva aggirare un limite tecnico invalicabile: i privati cittadini, tramite il proprio Spid personale, potevano inoltrare al massimo 5 istanze.

La soluzione per blindare il business è stata individuata nei patronati e nei Caf compiacenti, considerati dalla legge "soggetti affidabili" che svolgono servizi di pubblica utilità e, per questo, autorizzati a effettuare invii massivi senza limiti numerici.

Due sono i centri nevralgici individuati dalla Procura. Il primo è a Policoro, in provincia di Matera, gestito da una donna e dal figlio. La titolare, operando come incaricata di pubblico servizio, ha messo a disposizione dello schema le sue credenziali, consentendo al congiunto di effettuare l'accesso abusivo al sistema SPI 2.0 del Ministero dell'Interno. I numeri del loro invio sono vertiginosi: 3.330 istanze complessive trasmesse tra il 2019 e il 2024, di cui 572 nel 2020, 914 nel 2021 e 1.319 nel 2022.

Il secondo centro è un patronato di di Cassano allo Ionio: costituito formalmente il 1° marzo 2021 proprio per dare una struttura stabile e apparentemente lecita alle operazioni. Un’impresa di famiglia (tre parenti come presidente, vicepresidente e collaboratore). Il patronato è diventato una vera e propria macchina da guerra informatica con 1.008 istanze trasmesse solo per il Decreto Flussi Stagionali 2022 da un account e altre 1.010 da una diversa mail nello stesso arco temporale.

Il gruppo monetizzava ogni singolo passaggio della trafila burocratica: pretendeva 100 euro come "spesa iniziale" per il mero inoltro della domanda online. Una tariffa fissa che i migranti perdevano anche se la pratica veniva rigettata o archiviata, garantendo al presunto faccendiere e ai suoi soci flussi di contanti continui ed enormi. Per ogni pratica finalizzata con successo, invece, la quota destinata all'imprenditore compiacente era di 1.500 euro.

Cosmesi contabile: bilanci "gonfiati" e Durc taroccati

Per poter richiedere legalmente l'ingresso di un lavoratore extracomunitario, un'azienda deve dimostrare una solidità economica proporzionata e un volume d'affari annuo minimo di 30.000 euro per ciascun lavoratore richiesto. Ma le imprese reclutate dall'organizzazione erano per lo più aziende fantasma, inattive o del tutto improduttive.

A risolvere il problema ci pensava la rete dei "colletti bianchi". Un commercialista deceduto durante il procedimento era il professionista addetto alla cosmesi fiscale. Redigeva e inoltrava all'Agenzia delle Entrate dichiarazioni fiscali e modelli IVA con fatturati interamente "gonfiati" e falsificati. Un esempio lampante riguarda un’azienda sarda: il contabile presentò nell'aprile 2021 una dichiarazione rettificativa per l'anno 2019 in cui il volume d'affari veniva gonfiato a 653.789 euro per giustificare l'istanza di ingresso di 17 lavoratori extracomunitari e la sanatoria di altri 20.

In un'altra intercettazione da cerchiare del marzo 2021, la ragioniera titolare del Caf lucano consiglia a uno dei “soci”, preoccupato per i controlli sui bilanci palesemente falsificati, di apportare una "bella correzione" alla sua dichiarazione del 2019: «La correggiamo come se avessi fatto un errore... invece di mettere settecento mila euro, mettiamo 700 euro».

C'era poi il problema del Durc (Documento Unico di Regolarità Contributiva), indispensabile per il buon esito delle domande, ma bloccato dai pesanti debiti contratti dalle ditte compiacenti verso l'Inps e l'Inail. Anche in questo caso, l'organizzazione aggirava la legge attraverso fittizie richieste di rateizzazione a Equitalia, sbloccando temporaneamente il documento solo il tempo necessario per far approvare i visti.

Furto di identità e accessi abusivi: l'uso degli "schiavi ombra"

Per non lasciare tracce riconducibili direttamente ai membri del sodalizio, il Caf a conduzione familiare di Cassano avrebbe spinto lo schema fraudolento fino al furto d'identità dei suoi stessi lavoratori.

Nel 2018 e nel 2019, l'organizzazione aveva fatto entrare regolarmente in Italia due cittadini indiani. Una volta ottenuti i passaporti e i documenti personali di questi stranieri, l'associazione se ne sarebbe appropriata abusivamente per generare credenziali Spid fittizie a loro nome.

Attraverso questi account ombra sarebbero state inoltrate centinaia di istanze di emersione e flussi per conto di ditte sarde e calabresi in favore di cittadini cinesi, nascondendo l'identità dei reali artefici delle operazioni e inducendo in errore i funzionari della Prefettura. Un reato che la Procura ha formalizzato nell’accusa di accesso abusivo a sistema informatico protetto.

Con la chiusura delle indagini della Dda e i sequestri eseguiti dalle forze dell'ordine, le luci su questa presunta "gallina dalle uova d'oro" si sono accese, svelando come dietro la facciata di una burocrazia solidale si nascondesse un racket milionario che si nutriva della disperazione.