La lite alle cinque del mattino e la vendetta all’ora di pranzo. Il gip: «Hanno scelto di ucciderli fra tremende sofferenze»
Nell’ordinanza d’arresto dei due pakistani c’è la ricostruzione della giornata di vittime e carnefici. La rissa e l’intervento dei carabinieri. Il testimone: «Raza mi ha detto di aver messo fuoco alla sua macchina per ammazzare tutti i passeggeri»
Hanno provato a salvarsi. Hanno provato a sfondare il parabrezza. Le immagini delle telecamere poste intorno alla stazione di servizio sulla 106 jonica, nel comune di Amendolara, restituiscono elementi chiari quanto atroci. Nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Castrovillari Orvieto Matonti, quelle immagini ritornano: «… si nota il piede di un occupante il veicolo mentre cerca di sfondare il parabrezza, evidentemente per sottrarsi alla trappola omicidiaria ordita nei suoi confronti». Ma le fiamme sono state più veloci della disperazione e hanno divorato la vita di Khan Waseem, Khogyani Fazal Amin, Qiemi Ismat Ullah, Safi Amjad, tutti braccianti agricoli, tutti giovanissimi.
Uccisi, è l’accusa, da due connazionali pakistani, Ahmed Safeer e Raza Ali, entrambi 31enni, accusati di omicidio aggravato da premeditazione, futili motivi e dalla crudeltà.
I due sono inoltre accusati di tentato omicidio per aver cercato di bruciare vivo, in quella stessa Fiat Ulysse intestata a Raza, anche un quinto passeggero, Alamyar Taj Mohammad, afgano, che è riuscito fortunatamente a fuggire perché era seduto nel portabagagli e, nonostante il fuoco addosso, è riuscito a saltare giù e darsi alla fuga. Lo hanno soccorso, lungo la strada, un ragazzo albanese e un ragazzo arabo: «Sono uscito fuori dalla benzina mentre stavo andando a fuoco ed un ragazzo albanese che si è fermato, mi ha aiutato. Un altro ragazzo, arabo, che passava da lì si è fermato».
Nelle 12 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare non si leggono mai, nemmeno un volta, le parole caporale o caporalato. Molti punti di questa vicenda sono ancora da chiarire. Solo dalle parole del sopravvissuto Alamyar emerge la descrizione di «capo» riferita a Raza.
L’afgano afferma «Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo 10 persone».
La lite al mattino presto
Attraverso l’attività degli investigatori proviamo a ricostruire la drammatica giornata del primo giugno scorso. I rapporti tra le vittime e quelli che poi si sarebbero trasformati in crudeli carnefici erano stati tesi fin dal mattino presto. Tra loro era scoppiata una lite che avrebbe portato lo stesso «capo» Raza a chiamare le forze dell’ordine alle cinque del mattino.
Di questa lite esistono due versioni: quella del sopravvissuto Alamyar che racconta: «Il litigio è avvenuto di mattina presto. Il motivo di queste discussioni è stato il mancato contratto». Ad avere la peggio nel corso della rissa è Ahmed che riceve un pugno in faccia da «uno dei ragazzi che è morto», dice il sopravvissuto il quale aggiunge che verso le cinque del mattino «il capo ha chiamato la Polizia. Secondo me ha chiamato la Polizia perché l’altro aveva tirato fuori il coltello». Insomma, nel corso della mattinata quelli che si sarebbero trasformati in due crudeli assassini stavano avendo la peggio. In effetti i carabinieri del Norm di Cassano confermano di essere intervenuti alle 5:35, chiamati da Ali Raza per sedare la lite tra una delle vittime, Khogyani Fazal Amin, e uno dei carnefici, Ahmed Safeer «per futili motivi legati alla convivenza di un numero eccessivo di persone all’interno dello stesso immobile».
Il testimone
Di questa lite parla anche un altro uomo, anche lui straniero, che il due giugno si presenta spontaneamente alla Stazione dei carabinieri di Rocca Imperiale Scalo. Racconta di avere appreso della morte, in un rogo al distributore di benzina, di quattro ragazzi di nazionalità pakistana e di aver deciso di chiamare Ali Raza per capire se ne sapesse qualcosa: «Ali mi ha risposto – dice il testimone – che la macchina bruciata era la sua, che lo stesso aveva messo fuoco alla sua macchina per ammazzare le persone al suo interno. A quel punto, ho domandato ad Ali perché lo avesse fatto. Mi ha spiegato di averli uccisi perché, la mattina stessa, le vittime avevano avuto una discussione con suo fratello e un suo amico, arrivando ad aggredirli fisicamente. Io gli ho risposto che ha sbagliato, e subito dopo, Ali ha chiuso la telefonata».
Strage di Amendolara, fantasmi dietro il rogo: le pistole contro i braccianti, il terzo caporale e la “mafia pachistana”L’eccidio
Prima dell’una di pomeriggio il gruppo si trova a bordo del mini van di Raza. Alla guida c’è lo stesso Raza, vestito di nero, accanto a lui c’è Ahmed vestito di bianco. Mentre l’auto si dirige alla stazione di servizio «uno degli occupanti della macchina ha lanciato una bottiglia dal finestrino», racconta il superstite. Li scorge un carabiniere che si trovava sul posto e li raggiunge. Quando il militare va via «il capo ha spento la macchina, ha chiuso tutti i finestrini ed è sceso. La benzina l’ha cosparsa tutta per terra». Il sopravvissuto è quasi meravigliato: «Non avevamo litigato un’altra volta». «Poi – continua – ha cosparso anche il portabagagli di benzina».
Stando alle immagini delle telecamere, il conducente, ovvero Raza, una volta fermo alla colonnina di benzina avrebbe «cominciato a porre in essere l’azione criminosa nella parte posteriore del veicolo dandovi fuoco». A lui si sarebbe unito Ahmed il quale «per rendere più efficace l’azione omicidiaria ed impedire alle vittime di uscire dall’abitacolo Ahmed Safeer- poi riconosciuto come occupante il lato passeggero anteriore- abbia prima rotto e poi gettato dal finestrino la maniglia della portiera».
La crudeltà
Oltre alla premeditazione ai futili motivi il gip riconosce l’aggravante della crudeltà. I due indagati, dice in sostanza il gip, avrebbero potuto «individuare mezzi meno cruenti» per uccidere le quattro vittime ma «hanno optato per una modalità attuativa del proposito criminoso straordinariamente cruenta» per arrecare «tremende sofferenze fisiche ed interiori in uno spazio di tempo apprezzabile tra l’inizio dell’attingimento del corpo delle vittime dalle fiamme e la loro morte».
Pericolo di fuga
Tra i video e l’analisi della targa del mini van la Polizia è presto giunta a Villapiana nell’abitazione di Raza e Ahmed i quali, una volta individuati dagli agenti, hanno ostacolato l’azione degli stessi serrando le porte di ingresso dell’abitazione e cercando in tutti i modi di non farsi catturare per porre in difficoltà gli agenti e, di conseguenza, «auto procurandosi una fuga».
Nessun pentimento
Secondo il giudice «la gravità dei fatti di reato commessi nonché le modalità di commissione degli stessi, evidenziano una personalità incline a delinquere, una estrema pericolosità soggettiva e una spiccata incapacità di autocontrollo degli indagati. Infatti, costoro hanno dato alle fiamme ben cinque persone, uccidendone quattro e tentando di ucciderne una quinta, per futili motivi, con crudeltà e con premeditazione, dimostrando di essere in grado di esprimere una efferata violenza in assenza di ragioni plausibili. Peraltro, in nessuna fase del procedimento, hanno mostrato in alcun modo segni di pentimento o di resipiscenza».