«La morte non ha l’ultima parola», la chiesa piena di giovani per l’addio ad Andrea: il dolore degli amici e l’amore di Lorenzo
A Serra San Bruno una chiesa gremita di ragazzi per l’addio ad Andrea Minasi, morta dopo l’investimento sulle strisce a Vibo Valentia. Don Nicola Ierardi affida alla fede il dolore della comunità
C'è un momento, durante i funerali, nel quale il dolore sembra diventare quasi materia. Si deposita sui volti, nelle mani giunte, negli abbracci trattenuti, nei silenzi improvvisi che interrompono persino il pianto. È il momento in cui una comunità si ritrova davanti a una bara e comprende, con una lucidità che nessuna parola riesce ad attenuare, che una persona fino a pochi giorni prima appartenente alla quotidianità è diventata, improvvisamente, memoria.
Per Andrea Minasi quel momento è arrivato dopo giorni di angoscia, di attesa e di speranza. La giovane, investita a Vibo Valentia mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali, ha combattuto per la vita fino a quando il suo cuore ha cessato di battere. Poi il dolore si è trasferito dall'ospedale alla chiesa, dalla sospensione drammatica dell'attesa alla solennità dell'ultimo saluto.
E la chiesa, nel giorno dei funerali, era colma soprattutto di giovani.
È forse questa l'immagine che più di ogni altra rimarrà di questa giornata: una moltitudine di ragazzi stretti attorno ad Andrea, giovani che hanno scelto di esserci, di riempire quel luogo sacro con la propria presenza, di accompagnare per l'ultima volta una coetanea verso quella soglia dalla quale nessuno torna.
Nei loro volti c'era lo smarrimento di chi si trova improvvisamente davanti a una verità che avrebbe preferito continuare a considerare lontana. La morte, quando entra nella vita di una persona giovane, infrange infatti una delle illusioni più profonde dell'esistenza: quella secondo cui il futuro sia una promessa garantita.
Quei ragazzi erano lì per Andrea.
Per salutarla. Per ricordarla.
Per stringersi attorno alla sua famiglia.
E forse, anche senza rendersene conto, per dirle che una vita non si misura soltanto dalla sua durata. Esistono esistenze brevi capaci di lasciare un'eco lunga, profondissima, destinata a continuare nei racconti degli amici, nelle fotografie conservate, nelle parole pronunciate con gli occhi pieni di lacrime.
Durante la celebrazione, don Nicola Ierardi ha dato voce proprio a quella domanda che, davanti alla morte di una ragazza così giovane, nasce inevitabilmente dal profondo:
«In queste circostanze quello che salta subito alla mente è il chiedersi perché. Domande che abitano il nostro cuore ma nessuno sa dare una risposta o una spiegazione».
Sono parole che sembrano raccogliere il sentimento di tutti coloro che erano presenti.
Perché?
È una domanda minuscola e immensa insieme.
Una parola di appena sei lettere nella quale può precipitare un universo intero.
Perché Andrea?
Perché adesso?
Perché una ragazza che aveva ancora davanti a sé il tempo delle scelte, degli incontri, dei progetti, dell'amore, è stata chiamata così presto al congedo dalla vita?
Don Nicola non ha cercato spiegazioni facili. E forse davanti alla morte non esistono spiegazioni capaci di lenire davvero il dolore. Esiste, piuttosto, la possibilità di attraversarlo insieme, senza pretendere di scioglierne il mistero.
Poi le sue parole hanno aperto una prospettiva diversa, affidata alla fede: «La morte non ha l'ultima parola. L'ultima parola spetta a Dio ed è una parola di vita».
Ed è stato questo il centro spirituale della celebrazione.
In una chiesa attraversata dal pianto, davanti a una bara che custodiva il corpo di una ragazza nel pieno della giovinezza, quelle parole hanno assunto un peso particolare. La morte sembrava avere pronunciato una sentenza definitiva; la fede ha risposto ricordando che, per il cristiano, quella sentenza non coincide con l'ultima pagina.
La morte può imporre il silenzio, la fede continua ad attendere una parola.
E quella parola è vita.
Accanto alla bara, intanto, c'era tutto ciò che Andrea lascia dietro di sé: gli amici, la famiglia, i giovani che hanno riempito la chiesa, gli sguardi smarriti di chi avrebbe voluto ancora una volta incontrare il suo sorriso.
E c'era Lorenzo.
Il suo dolore, forse, appartiene a una dimensione che le parole non possono davvero raggiungere. Lorenzo è stato accanto ad Andrea durante i giorni dell'ospedale, senza allontanarsi, custodendo una speranza che sembrava ormai affidata a un filo sottilissimo. Nel giorno del funerale quel medesimo amore si è trovato davanti alla prova più terribile: accompagnare la persona amata là dove il mondo dei vivi deve necessariamente fermarsi.
Eppure anche questo è amore.
Stare accanto. Fino all'ultimo. Anche quando l'ultimo significa separazione.
La scena del funerale possiede allora una struggente forza simbolica. Attorno ad Andrea si sono ritrovate la famiglia, gli amici, una generazione intera e Lorenzo: mondi diversi, uniti dalla stessa ferita. La chiesa è diventata per qualche ora il luogo nel quale il dolore individuale ha trovato una forma collettiva, quasi una grande preghiera fatta di presenza umana.
Fuori continuerà la vita. Le automobili torneranno a percorrere le strade, i negozi riapriranno, i ragazzi torneranno alle loro giornate, il sole sorgerà ancora domani. Dentro chi ha amato Andrea, invece, il tempo avrà cambiato per sempre la propria misura.
E tuttavia, proprio mentre una bara viene accompagnata verso l'ultimo saluto, accade qualcosa che la morte non può controllare: il nome della persona scomparsa viene pronunciato, ricordato, affidato alla memoria. E finché qualcuno continuerà a pronunciarlo con amore, quella vita continuerà a produrre una presenza.
Per questo la folla dei giovani davanti alla bara di Andrea non era soltanto una folla addolorata.
Era una risposta.
Una risposta silenziosa a quella domanda — perché? — che nessuno riesce a risolvere.
Forse non possiamo sapere perché una vita finisca così presto.
Possiamo però sapere che cosa quella vita ha lasciato.
Ha lasciato affetti. Ha lasciato amicizie. Ha lasciato un amore.
Ha lasciato un dolore tanto grande da riempire una chiesa di giovani.
E, soprattutto, ha lasciato qualcuno che continuerà a portarne il ricordo dentro di sé.
Don Nicola lo ha detto con la semplicità delle parole che, proprio perché semplici, riescono talvolta ad arrivare più lontano: «La morte non ha l'ultima parola».
Forse oggi, davanti alla bara di Andrea, è questa la sola frase alla quale aggrapparsi.
Perché l'ultima parola non appartiene al rumore della morte.
Appartiene all'amore.
E l'amore di Lorenzo, la presenza degli amici, le lacrime di quei giovani raccolti nella chiesa, il ricordo che continuerà a vivere nelle persone che Andrea ha incontrato lungo il suo breve cammino, sono già una forma di resistenza all'oblio.
La morte ha chiuso una vita.
Il funerale ha mostrato quanto quella vita continui, ostinatamente, a vivere negli altri.