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25/03/2025 ore 12.31
Cronaca

«La ’ndrangheta al Nord fa finanza»: il clan di Isola Capo Rizzuto ha superato due guerre di mafia e si è “trasferito” a Bolzano

Superati gli scontri feroci andati avanti per decenni, le cosche storiche del Crotonese si sono riorganizzate per mettere le mani sulle regioni più ricche d’Italia. I procuratori di Catanzaro Curcio e di Trento Raimondi: «Mafia arcaica ma attiva in contesti economici». Capomolla: «Famiglie riunite intorno agli Arena»

di Luana Costa

False partite Iva, cessione di crediti, società fittizie. «La ndrangheta al nord fa finanza»: lo ha detto il procuratore di Trento Sandro Raimondi in collegamento alla conferenza stampa. Secondo quanto riferito, la società del principale indagato avrebbe sede nella provincia di Bolzano. «È un fenomeno nazionale», ha rimarcato il procuratore Raimondi. Secondo quanto riferito in conferenza stampa,durante le perquisizioni odierne sarebbe stato rinvenuto un foglio manoscritto risalente al 1978 contenente rituali di ndrangheta: era sotterrato in un terreno insieme ad alcune armi, tra le quali un vecchio mitra della seconda guerra mondiale. Una circostanza che, secondo gli inquirenti, farebbe emergere le due anime della mafia: arcaica ma sempre più attiva nei contesti economici e finanziari. 

Il filo conduttore tra Nord e Sud si individua anche nelle parole del procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio, che ha introdotto l'inchiesta Blizzard Folgore: «L’attività dimostra ancora una volta dove mai ce ne fosse stato bisogno l'estrema diffusione e capillarità della ‘Ndrangheta su tutto il territorio nazionale e transnazionale». L’operazione è stata portata avanti dai Ros con l’ausilio dei Carabinieri del Comando Provinciale di Crotone e dello Squadrone Eliportato “Cacciatori”. L’inchiesta, che ha coinvolto Crotone, Milano, Verona, Bolzano, Napoli, Perugia e Caltanissetta, ha portato con sé 17 arresti. Le persone indagate dovranno rispondere di associazione di tipo ‘ndranghetistico, estorsione, usura e reati in materia di armi, tutti con l’aggravante mafiosa.

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Il locale di Isola e le guerre di ‘Ndrangheta

L’inchiesta ha colpito, spiega il magistrato, «una delle consorterie storiche, ovvero il locale di Isola di Capo Rizzuto. Ricordo solo a me stesso, quando dico che è uno dei locali più attivi e più risalenti nel tempo, che la prima sentenza, avendo ovviamente autorità di cosa giudicata, che riconosce l'esistenza di questa aggregazione criminale, risale al tempo in cui ancora il 416 bis non era stato introdotto e quindi prima nel 1982 con la legge Mignone da Torre, ed è la sentenza numero 1 del 1975 pronunciata dal tribunale di Crotone il 9 gennaio del 1975 che riconosceva l'esistenza e l'operatività criminale in quelle determinate aree geografiche di un sodalizio di tipo semplice, perché ripeto, all'epoca non c'era la fattispecie di associazione di tipo mafioso, quindi riconosceva un'associazione criminale semplice, a carico di Arena Francesco più altre 6 persone tra le quali i defunti, Arena Carmine e Arena Nicola (classe 37) che nel corso degli anni poi assurgerà i vertici di tale sodalizio criminale».

Per il procuratore, l’attività ha una sua «importanza perché dimostra ancora una volta dove mai ce ne fosse stato bisogno l'estrema diffusione e capillarità della ‘Ndrangheta su tutto il territorio nazionale e transnazionale. È un locale dicevo storico che è sopravvissuto a ben due cruente guerre di ‘Ndrangheta, una prima a ridosso della fine degli anni ‘70 e inizio degli anni ‘80, una seconda negli anni 90-2000 ben più cruenta. Nonostante ciò il locale in questione si è evoluto, si è trasformato fino a una cosiddetta reductio ad unitatem anche con i vecchi soggetti che un tempo erano contrapposti alla compagine degli Arena».

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L’attivismo del locale di Isola Capo Rizzuto

Il procuratore Vincenzo Capomolla è poi entrato nei dettagli dell’operazione che, ha sottolineato «si pone sulla scia delle più recenti operazioni che sono state seguite e coordinate dalla direzione istituzionale antimafia di Catanzaro che possiamo in qualche modo collocare come punto di snodo nell'operazione Jonny che descrive questa ricomposizione all'esito degli scontri tra le diverse articolazioni del locale di Isola Capo Rizzuto». L’attivismo delle diverse anime del locale crotonese si declinava «in una serie di iniziative a carattere imprenditoriale», a testimonianza della capacità «di infiltrare il tessuto economico dei territori nei quali gli esponenti del locale di Isola di Capo Rizzuto si adoperavano oltre che nel territorio di insediamento tradizionale anche in altri luoghi del territorio nazionale».

L’inchiesta Jonny ma anche l’operazione Tisifone, Golgota davano conto delle proiezioni della cosca Arena nel nord Italia. E anche l’inchiesta Glicine, quest’ultima almeno nella fase cautelare, «ha dimostrato questa continua operatività del locale di Isola Capo Rizzuto».

Capomolla ha rimarcato il lavoro della Procura di Trento che, in questo quadro, ha offerto elementi decisivi. Le indagini hanno infatti riguardato «un soggetto riconducibile ad una delle articolazioni delle famiglie che costituiscono il locale di Isola di Capo Rizzuto, in particolare la famiglia Manfredi, poi ci sono anche emergenze che riguardano le altre “anime” della famiglia di Isola di Capo Rizzuto, tra cui ovviamente la famiglia Arena che è la famiglia storica, la più tradizionale di Isola di Capo Rizzuto. Sulla base di queste emergenze che nelle attività di indagini relative a profili di carattere economico, imprenditoriale, fiscale, societario che la procura della Repubblica di Trento ha fatto emergere nel corso delle proprie indagini, abbiamo avuto la possibilità di approfondire ulteriormente quelle che sono le dinamiche attuali e gli equilibri criminali all'interno del locale di Isola di Capo Rizzuto. È emersa anche in questa fase una sostanziale convergenza, possiamo dire con qualche frizione, ma marginale, sugli interessi economici che dovevano costituire oggetto degli obiettivi, degli scopi dell'organizzazione ’ndranghetistica di Isola di Capo Rizzuto nelle sue proiezioni al nord Italia, (Trento, il Veneto, la Lombardia)» e l’esigenza «di coesione con il locale di Isola di Capo Rizzuto» tramite «referenti che si trovavano proprio in queste regioni».

Tutto ciò «dimostra quanto sia attiva e insidiosa l'organizzazione criminale attraverso anche sofisticate operazioni, oltre che attività un po' più cruente per controllare determinate attività economiche o per accaparrarsi determinati impegni». Le indagini hanno permesso dunque di osservare «la capacità operativa, questo dinamismo che gli esponenti della cosca di Isola di Capo Rizzuto sono in grado di esercitare non soltanto sul territorio madre di insediamento, ma anche nelle proiezioni su altre regioni del territorio nazionale».