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02/11/2026 ore 07.47
Cronaca

La ’ndrangheta che guarda a Oriente, i milioni “spinti” dai broker cinesi e le minacce: «Zheng, ti faccio ammazzare!»

Dalle consegne di contanti a Pero ai trasferimenti in Usdt verso l'Asia: due procacciatori di affari avrebbero alimentato il circuito con clienti e liquidità. Le intercettazioni raccontano screzi, fatture false e una presunta mazzetta a un finanziere

di Pablo Petrasso

Il denaro arrivava in contanti, veniva consegnato negli uffici della presunta banca occulta della ‘ndrangheta a Pero e trovava una contropartita in criptovalute o trasferimenti internazionali. Intorno a questo scambio si sarebbe sviluppata una rete di intermediari capace di mettere in collegamento attività commerciali, società utilizzate per emettere fatture per operazioni inesistenti e destinatari di disponibilità finanziarie in Asia. È il ruolo attribuito dagli investigatori alla cosiddetta «fonte sinica»  (cinese, ndr) nell'inchiesta sulla presunta banca occulta di Pero.

La ricostruzione non riguarda soltanto il riciclaggio del denaro. I broker cinesi avrebbero rappresentato anche una fonte stabile di liquidità e un canale per acquisire nuovi clienti, mentre le società cartiere italiane avrebbero fornito alle imprese documenti commerciali contestati dagli inquirenti come fittizi. Il sistema avrebbe così unito due esigenze: trasformare e trasferire denaro da una parte, offrire una copertura contabile a operazioni ritenute inesistenti dall'altra.

Le intercettazioni riportate negli atti descrivono rapporti economici che, quando i flussi rallentavano o le consegne non arrivavano, sarebbero sfociati in minacce. Sullo sfondo compare anche un episodio di presunta corruzione che coinvolgerebbe un maresciallo della Guardia di Finanza, al quale sarebbero stati consegnati 3mila euro in cambio di informazioni riservate.

Il sistema del fei ch'ien: contanti in Italia, valore trasferito in Asia

Il modello operativo attribuito ai broker richiamerebbe il cosiddetto fei ch'ien, espressione tradizionalmente associata a sistemi informali di trasferimento del valore. Il principio è quello di far arrivare una disponibilità economica a un destinatario lontano senza dover necessariamente trasportare fisicamente oltre confine le stesse banconote raccolte all'origine.

Nello schema ricostruito dagli investigatori, i broker avrebbero raccolto ingenti quantità di contante in diversi centri commerciali italiani, tra cui Milano, Prato e il Bresciano.

Il denaro sarebbe poi confluito negli uffici di Pero. In cambio, il circuito avrebbe messo a disposizione dei clienti la contropartita digitale, soprattutto attraverso Usdt, una stablecoin agganciata al dollaro, oppure tramite bonifici e trasferimenti internazionali in valuta estera, compresi dollari e yen.

La combinazione tra contante e criptovalute avrebbe consentito di collegare circuiti finanziari diversi. Da una parte, i broker disponevano di denaro fisico raccolto in Italia; dall'altra, il gruppo avrebbe potuto trasferire valore verso wallet digitali o destinatari esteri. La ricostruzione investigativa punta a verificare proprio il rapporto tra le somme consegnate, le conversioni effettuate e le disponibilità trasferite oltre confine.

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Il pacchetto clienti e le fatture per operazioni inesistenti

Il contributo dei broker non si sarebbe esaurito nella raccolta del contante. Secondo gli inquirenti, avrebbero portato alla presunta banca occulta un insieme di imprese interessate a ottenere fatture per operazioni inesistenti, utilizzabili per documentare costi non reali e ridurre l'imponibile fiscale.

La rete avrebbe così potuto contare su una domanda commerciale che andava oltre le singole operazioni di trasferimento. Le aziende ricevevano documentazione fiscale contestata come fittizia, mentre le società cartiere italiane incassavano i relativi bonifici. Le disponibilità potevano quindi essere instradate verso conti esteri, convertite in criptovalute o inserite nel circuito di movimentazione del denaro.

Il sistema avrebbe assunto una struttura più ampia quando i broker hanno cominciato ad appoggiarsi alle società italiane già utilizzate dal gruppo di Pero. La scelta avrebbe ridotto la necessità di far transitare i pagamenti attraverso imprese direttamente riconducibili alla comunità commerciale cinese, particolarmente esposte ai controlli fiscali.

Zheng Mingyang, il broker che avrebbe portato 31 società

Tra i nomi centrali della cosiddetta «fonte sinica» figura Zheng Mingyang, indicato dagli investigatori come uno dei principali interlocutori della comunità commerciale cinese. Secondo la documentazione investigativa, il suo contributo avrebbe incluso un pacchetto di almeno 31 società clienti tra il 2024 e il 2025.

Zheng, già noto alle forze dell'ordine per vicende pregresse legate al riciclaggio e al possesso di documenti falsi, avrebbe frequentato con regolarità gli uffici di Pero. Gli atti descrivono incontri durante i quali sarebbero stati discussi trasferimenti, consegne di denaro e modalità per gestire i flussi bancari. La sua presenza avrebbe garantito al gruppo un collegamento con una rete commerciale articolata e con imprese alla ricerca di servizi finanziari e documentazione fiscale.

Un'intercettazione del 18 giugno 2025 avrebbe registrato una conversazione tra Zheng e Giuseppe Piscioneri (uno dei tre pilastri del sistema secondo la Dda di Milano) sulle modalità di esecuzione dei bonifici internazionali. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Zheng avrebbe illustrato come suddividere i trasferimenti in tranche da 3.000, 5.000 e 10.000 euro e ripartire i dati anagrafici dei beneficiari.

Gli investigatori interpretano queste indicazioni come un possibile tentativo di rendere meno immediata la ricostruzione dei movimenti e dei destinatari effettivi da parte dei sistemi di controllo bancario. La portata delle conversazioni va valutata insieme alla documentazione dei singoli trasferimenti e agli altri elementi raccolti nell'indagine.

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Perché le società cinesi sarebbero diventate un problema

Nella prima fase, Zheng avrebbe fatto ricorso anche a società intestate a prestanome cinesi. Con l'intensificarsi dei controlli fiscali sulle imprese cinesi, il modello sarebbe diventato più rischioso.

Il 20 febbraio 2025, in una conversazione intercettata, Zheng avrebbe sintetizzato la difficoltà con una frase: «Se la ditta è cinese adesso è diventato ancora più un casino...».

La successiva scelta di appoggiarsi alla rete italiana avrebbe consentito, secondo l'ipotesi investigativa, di utilizzare società intestate formalmente a prestanome italiani. Gli atti fanno riferimento a oltre 18 cartiere gestite nell'ambito del circuito riconducibile a Paolo Pelaggi, Giuseppe Piscioneri e Luigi Mercadante.

Le imprese avrebbero costituito una sorta di infrastruttura documentale e bancaria: da un lato, avrebbero ricevuto bonifici collegati a fatture contestate; dall'altro, avrebbero consentito di spostare le disponibilità verso conti esteri e di alimentare il circuito delle criptovalute. In questo modo, la rete avrebbe potuto servire clienti diversi senza affidarsi esclusivamente a società direttamente riconducibili ai broker cinesi.

Zhu Lianggang e l'alternativa del contante

Accanto a Zheng, gli investigatori individuano un secondo intermediario di rilievo: Zhu Lianggang. Il suo ruolo sarebbe diventato particolarmente importante nei momenti di frizione con Zheng o quando le consegne di denaro subivano ritardi.

L'analisi della contabilità denominata “Lavagna” avrebbe consentito di attribuire a Zhu movimentazioni per circa 3.374.500 euro, corrispondenti, secondo la ricostruzione contabile, a oltre 3,6 milioni di Usdt. Il dato rappresenta il volume attribuito al rapporto con l'hub di Pero, non necessariamente un profitto personale o una somma definitivamente accertata come illecita.

Le conversazioni con Paolo Pelaggi avrebbero riguardato anche la conversione delle disponibilità digitali in yen per pagare fornitori asiatici. Zhu avrebbe inoltre garantito consegne quotidiane di contanti direttamente negli uffici di Pero, offrendo un canale alternativo quando il rapporto con l'altro broker si complicava.

La presenza di più intermediari avrebbe permesso al circuito di non dipendere da un unico fornitore di liquidità. La capacità di sostituire un canale con un altro sarebbe stata essenziale per mantenere attive le operazioni anche quando emergevano contrasti, ritardi o difficoltà nella gestione del denaro.

Le minacce quando il denaro non arriva

Dietro i rapporti tra broker e referenti di Pero, le intercettazioni restituirebbero anche un clima di tensione. Il 20 febbraio 2025, irritato per i ritardi attribuiti a Zheng nelle consegne di denaro, Paolo Pelaggi avrebbe pronunciato una minaccia esplicita durante una telefonata: «Zheng, ti faccio ammazzare!».

In un'altra occasione, Luigi Mercadante avrebbe commentato: «Questo dopo che caccia i soldi gli dobbiamo rompere le ossa». Le frasi, riportate nella ricostruzione investigativa, descriverebbero un rapporto nel quale il mancato rispetto degli accordi economici avrebbe potuto provocare reazioni intimidatorie.

La presunta talpa nella Guardia di Finanza

Uno degli episodi più delicati dell'inchiesta riguarda il presunto rapporto corruttivo tra Zheng Mingyang e il maresciallo della Guardia di Finanza Achille Vesce. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il broker avrebbe consegnato al militare 3mila euro in contanti nei pressi di una caserma di Milano.

In cambio, Vesce avrebbe fornito informazioni riservate sulla posizione debitoria del suocero di Zheng, Yang Zhengfa, e avrebbe verificato l'eventuale presenza di indagini o controlli pendenti nei loro confronti. Si tratta di una contestazione che, se confermata, descriverebbe un accesso illecito a informazioni che avrebbero potuto aiutare il broker a valutare i rischi legati alle proprie attività.

La disponibilità di informazioni riservate avrebbe potuto rappresentare un vantaggio per chi operava in un circuito sottoposto al rischio di controlli fiscali e verifiche finanziarie. Sapere se una persona o un'attività fosse esposta ad accertamenti avrebbe consentito, almeno in ipotesi, di orientare le proprie decisioni sulla base di elementi non accessibili attraverso i normali canali.

L'episodio aggiunge un ulteriore livello alla ricostruzione investigativa: oltre alla rete di società, conti esteri, broker e criptovalute, gli inquirenti ipotizzano che il circuito abbia potuto contare anche su un accesso illecito a informazioni istituzionali. La responsabilità del militare e quella degli altri soggetti coinvolti dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie.

Il contante come motore della banca occulta

La rete dei broker cinesi avrebbe svolto una funzione diversa, ma complementare, rispetto ai canali finanziari internazionali. Mentre i conti esteri e le piattaforme di criptovalute avrebbero consentito di spostare le disponibilità tra giurisdizioni, i broker avrebbero garantito l'afflusso di contante, il collegamento con numerose imprese e il trasferimento di valore verso l'Asia.

Il circuito contestato avrebbe così combinato fatture ritenute false, bonifici societari, consegne di denaro fisico, conversioni in USDT e trasferimenti internazionali. La rete italiana delle cartiere avrebbe fornito una struttura bancaria e documentale, mentre i broker avrebbero assicurato liquidità e accesso a una clientela più ampia.

Le cifre attribuite a Zheng e Zhu, le conversazioni sui bonifici frazionati, le minacce per i ritardi e la presunta consegna di denaro a un finanziere compongono diversi tasselli della stessa ipotesi investigativa. Il quadro suggerisce un sistema nel quale il denaro non sarebbe stato soltanto trasferito, ma gestito attraverso una pluralità di relazioni e strumenti destinati a mantenerne la circolazione.

È questa la dimensione più rilevante della presunta banca occulta di Pero: l'integrazione tra contante, documentazione commerciale contestata, società intestate a prestanome e finanza digitale. Un'architettura che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito di collegare circuiti economici diversi. La portata delle singole operazioni e le responsabilità personali restano da verificare nel procedimento giudiziario, nel rispetto della presunzione di innocenza.