La ’ndrangheta della Presila catanzarese e la paura delle indagini di Gratteri: «Quanto prima arresta pure noi»
Dalla sentenza del processo Karpanthos emerge il timore del capo clan Rocca e del sodale Brescia di finire sotto la lente della Dda di Catanzaro. «Dodici anni per associazione li prendo»
«Quanto prima arrestano, pure noi».
Chi ha paura di Nicola Gratteri?
Certamente più d’uno e in qualche occasione le intercettazioni hanno mostrato l’astio nei confronti dell’ex procuratore di Catanzaro e attuale procuratore di Napoli. Ma hanno mostrato anche l’ansia delle cosche per possibili indagini che prima o poi avrebbero scoperchiato il vaso di Pandora.
Un esempio viene fuori dall’inchiesta Karpanthos che in abbreviato ha portato a 42 condanne. Nelle motivazioni della sentenza il gup Mario Stantoemma riprende due intercettazioni nel corso delle quali due esponenti di spicco delle consorterie della Presila catanzarese parlano del magistrato.
Si tratta di Giuseppe Rocca, condannato a 20 anni in primo grado, e di Carmine Brescia, condannato a 6 anni, 8 mesi e 20 giorni.
Giuseppe Rocca è stato riconosciuto promotore del clan Carpino di Petronà, con influenza criminale anche sul comune di Cerva. Secondo il gup Rocca è «vertice indiscusso dell’associazione mafiosa» operativa nella Presila.
Nel corso di un’intercettazione nel 2020 Rocca manifesta «il timore di essere "sotto la lente" del procuratore Gratteri, che in termini dispregiativi, indicava come “zio Nicola Grattericchiu”». Rocca è convinto che «l’attenzione degli inquirenti nei loro confronti non era affatto recente, bensì protratta nel tempo. Egli collegava direttamente tale "attenzione" investigativa alla lunga scia di sangue che ha caratterizzato la zona di riferimento, facendo esplicito riferimento ai molteplici omicidi ivi commessi», scrive il gup.
Il timore di Giuseppe Rocca era fondato. Su Cerva si erano accesi riflettori della Dda. L’indagine, affidata al sostituto procuratore Veronica Calcagno, ha dimostrato, nel primo grado di giudizio, l’esistenza della cosca Carpino e di quella dei “cervesi”.
Giuseppe Rocca appare dalle intercettazioni come un capo riconosciuto anche dalle altre consorterie.
A settembre 2020 riceve la visita di un uomo legato al clan dei Gaglianesi. Questi lamenta il comportamento del fratello che lo aveva accusato ingiustamente di avergli rubato 150 euro e che lo riteneva responsabile della perquisizione che i Carabinieri avevano fatto a suo figlio. Rocca confida all’ospite che anche lui covava astio nei confronti di un familiare e che, se non fosse stato per la parentela, lo avrebbe già ammazzato, aggiungendo che una volta l’aveva perdonato, ma al primo contrasto, era intenzionato ad affrontarlo con una pistola e ad ucciderlo, scaricandogli in faccia due caricatori di munizioni: «… vado a prendere la pistola, doppio caricatore, scendo e glieli scarico tutti e due sulla faccia e basta!».
Poi aggiunge «che Gratteri avrebbe provveduto ad arrestarli atteso che ormai erano rimasti solo loro in circolazione “quanto prima arrestano, pure noi”».
Carmine Brescia è stato condannato per associazione mafiosa quale appartenente alla cosca Carpino di Petronà, con ruolo di referente territoriale, intermediario e partecipe degli affari delittuosi.
Di lui parla il collaboratore di giustizia Danilo Monti che racconta dell’affiliazione di Brescia alla ‘ndrangheta nel corso di una riunione alla quale lo stesso Monti aveva partecipato.
Anche Monti, come Rocca, viene intercettato mentre afferma che «qualora il procuratore Gratteri avesse deciso di indagare sulla Presila catanzarese, lui stesso sarebbe rimasto coinvolto nelle indagini» e azzarda una previsione sulla condanna che avrebbe ricevuto: «io è capace pure che arriva... a me mi prende!… al mille per mille, se tocca qua, mi tocca e Io prenderò sempre un 12/13 anni... associazione…».