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17/08/2026 ore 08.06
Cronaca

La "Paranza" di Avella e la bomba a Ranucci: i segreti della filiera criminale e il tradimento tecnologico della Fiat 500X

Un viaggio tra i dettagli tecnici dell'attentato al conduttore di Report: dall'esplosivo industriale fuori commercio al monitoraggio GPS che ha incastrato il commando campano

di Redazione Cronaca

Il boato che ha scosso viale Po a Torvaianica alle 22:17 del 16 ottobre 2025 non è stato solo il culmine di un piano intimidatorio, ma l'atto finale di una trasferta criminale meticolosamente preparata tra le province di Avellino e Roma.

Le carte dell'inchiesta sulla bomba al conduttore di Report Sigfrido Ranucci che hanno portato in carcere il presunto mandante, il suo amico Valter Lavitola, svelano la "filiera" di quella che gli investigatori definiscono la manovalanza campana, un gruppo coeso composto da Antonio Passariello, Pellegrino D'Avino e Saverio Mutone, supportati logisticamente da Marika De Filippis. Non si è trattato di un'azione estemporanea: una settimana esatta prima dell'attentato, il gruppo aveva già effettuato un sopralluogo nell'area, studiando i movimenti e la posizione dei veicoli della famiglia Ranucci per garantire la riuscita dell'operazione. La tecnologia, però, ha giocato un ruolo fatale per il commando: i tracciati delle celle telefoniche hanno ricostruito con precisione millimetrica il viaggio delle utenze in uso agli indagati, che partendo da Avella hanno agganciato progressivamente i ripetitori autostradali fino a giungere a ridosso dell'abitazione del giornalista.

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Il mezzo scelto per l'azione, una Fiat 500X nera, è diventato il principale testimone dell'accusa. Grazie ai sistemi di videosorveglianza pubblica e ai lettori ottici delle targhe installati lungo la via Pontina, gli investigatori hanno potuto tracciare il transito dell’auto in orari perfettamente compatibili con la deflagrazione. La vettura, noleggiata presso una società di Baiano, è stata ripresa mentre si avvicinava a viale Po a velocità moderata e, soprattutto, mentre ripartiva repentinamente pochi secondi dopo l'esplosione, con una fuga documentata anche dai testimoni oculari che notarono un uomo travisato da un passamontagna salire a bordo del mezzo in sosta.

Le intercettazioni ambientali hanno poi confermato la consapevolezza del commando: lo stesso Passariello, vantandosi con i sodali dopo la scarcerazione di un complice, rivendicava la paternità del "fatto di Ranucci", descrivendo come due macchine fossero "saltate" e correggendo con precisione i dettagli delle cronache giornalistiche sulla dinamica dell'attentato.

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Un capitolo centrale dell'inchiesta riguarda la natura dell'ordigno utilizzato, descritto dai periti del RIS come un manufatto contenente "gelatina da cava". Si tratta di un esplosivo industriale a base di nitroglicole e dinitrotoluene, ormai fuori dal mercato legale e reperibile solo attraverso canali illeciti o scorte sottratte a vecchi cantieri minerari. L'uso di gelatina deteriorata, secondo gli esperti, ha reso la bomba imprevedibile: la degradazione dei componenti chimici può infatti ridurre la capacità di generare sovrappressioni regolari, producendo effetti dirompenti difficili da calcolare.

Nonostante l'elevata potenza del materiale, la collocazione dell'ordigno e la quantità limitata di carica suggeriscono una finalità esclusivamente intimidatoria, volta a colpire i beni materiali della vittima piuttosto che la sua incolumità fisica, un dettaglio che si sposa con il movente "politico" orchestrato dai mandanti.

Il quadro criminale si completa con le intercettazioni che svelano la quotidianità e il cinismo degli esecutori. Pellegrino D'Avino, in una conversazione registrata all'interno della sua vettura, parlava apertamente dell'approvvigionamento di esplosivi, citando un misterioso "fuochista" capace di confezionare ordigni con sistemi di innesco a distanza. Il gruppo, pur consapevole di agire per conto di terzi – indicati cripticamente come "quello" o attraverso la mediazione di Clesio Tavares, factotum di Lavitola – mostrava una totale indifferenza per le conseguenze delle proprie azioni, preoccupandosi solo dell'assistenza legale promessa e del compenso economico. La "Paranza" di Avella, convinta di poter operare nell'ombra di una provincia lontana, è stata invece incastrata da una rete di prove digitali e testimonianze che hanno trasformato una trasferta dinamitarda in una trappola giudiziaria senza via d'uscita.