L’alfabeto delle fiumare, perché l’acqua non dimentica mai i suoi sentieri
Mentre le auto affondano nel fango crolla l’intero castello di carte della nostra presunzione moderna. Abbiamo costruito dove il fiume, per secoli, ha depositato i suoi detriti e oggi ci stupiamo se l’acqua torna a reclamare l’affitto
Il cielo sopra Lamezia e sul resto della Calabria è livido. Ha il colore di un ematoma che non vuole riassorbirsi. Mentre scrivo, lo Ionio e il Tirreno sembrano essersi messi d'accordo per stritolare la Calabria in un abbraccio idrico che non ha nulla di purificatore. Non è la pioggia dei poeti. È un assedio. Mentre le auto affondano nel fango o finiscono sepolte dai frammenti di un muro, in quel preciso istante, crolla l’intero castello di carte della nostra presunzione moderna. Abbiamo costruito dove il fiume, per secoli, ha depositato i suoi detriti e oggi ci stupiamo se l’acqua torna a reclamare l’affitto.
Fango e paura, viaggio nei luoghi in cui il Crati ha travolto tutto: «Problema segnalato 5 anni fa, si poteva evitare»La natura in Calabria non riprende i suoi spazi, forse, semplicemente, non li ha mai ceduti. Forse siamo noi ad aver vissuto in un lungo, colpevole sbadiglio dell'urbanistica. La fiumara è l’architettura invisibile di questa terra. Per dieci mesi all’anno appare come un’autostrada di ciottoli bianchi, un deserto granuloso dove i vecchi abbandonano carcasse di frigoriferi e i giovani sfrecciano con i fuoristrada. Poi, arriva il Medicane. Il mostro con l’occhio di ciclope si nutre del calore di un mare che bolle e vomita l’apocalisse sui versanti montuosi. In quel momento, il ciottolo diventa proiettile. Il fango diventa memoria che ritorna. C’è qualcosa di profondamente ancestrale, quasi biblico, nel vedere una strada statale spezzarsi come un grissino sotto la pressione di un ruscello che ieri non esisteva nemmeno. È il fallimento del cemento che ha preteso di farsi argine senza avere l’umiltà di farsi ascolto.
Colui che cammina tra queste macerie non vede solo danni strutturali. Vede la fine di un’illusione. Per decenni abbiamo pensato che il progresso coincidesse con la cancellazione del rischio, con l’idea che si potesse sfidare la gravità e la pendenza. Abbiamo spostato i paesi dalle creste, dove il vento soffiava ma l’acqua scorreva via, verso le valli, verso le piane alluvionali, attratti dal miraggio di una comodità pianeggiante. Oggi paghiamo il dazio. I borghi d'altura, arroccati come denti cariati sulle colline, guardano dall'alto il disastro delle marine e sembrano sussurrare: "Ve lo avevamo detto". La saggezza contadina sapeva che il fondo valle è del fiume, non dell'uomo. Noi abbiamo preferito il bitume alla sapienza.
C’è una dignità feroce nel modo in cui il calabrese oggi spala il fango. Non c’è sorpresa, c’è un fatalismo attivo che è la vera cifra stilistica di questa regione. Si pulisce l'uscio di casa sapendo che potrebbe accadere di nuovo domani. È la “Restanza” che si fa muscolo, che si fa rassegnazione operativa. Eppure, in questo rito della ricostruzione perpetua, si avverte un logoramento. Non è più la lotta contro gli dèi o contro la sfortuna. È la consapevolezza di essere rimasti soli in un territorio che si sta “tropicalizzando” mentre noi siamo ancora fermi al piano regolatore del 1980. Il paesaggio sta cambiando sotto i nostri occhi. Gli agrumeti affogano, sostituiti da una vegetazione che sembra appartenere più all'America Centrale che al Mediterraneo.
Siamo davanti a un paradosso geografico. La Calabria è una montagna che cade in mare. Ogni goccia di pioggia eccessiva è una minaccia alla stabilità di una terra che, geologicamente, è un corpo vivo e inquieto. Se smettiamo di presidiare i boschi, se permettiamo che i terrazzamenti crollino perché non c'è più nessuno a curarli, la natura non ci punisce, ma semplicemente ci ignora. Si riprende il pendio, lo lava, lo trascina giù. Il maltempo di queste ore è il riassunto di un secolo di abbandono rurale. Il fango che entra nei salotti buoni delle villette a schiera è il sedimento di tutte le mancate manutenzioni, di tutti i canali ostruiti, di tutte le fiumare trasformate in discariche abusive.
Non serve la retorica del disastro. Serve una nuova educazione sentimentale verso il suolo. Guardare oggi i torrenti in piena non deve suscitare solo paura, ma una forma di rispetto religioso. Dovremmo tornare a temere l'acqua come la temevano i nostri nonni, che non leggevano i bollettini meteo sullo smartphone ma sapevano interpretare il colore delle nuvole e l'odore dell'aria prima di un temporale. La modernità ci ha reso analfabeti del paesaggio. Abbiamo scambiato la tecnologia per onnipotenza, dimenticando che un Medicane non ha alcun interesse per i nostri algoritmi o per le nostre promesse elettorali. Lui passa. E dove passa, lascia il segno di chi comanda davvero.
Mentre la pioggia continua a picchiare sui tetti di lamiera delle periferie abusive, viene da chiedersi cosa resterà di questa terra tra cinquant'anni. Sarà un arcipelago di paesi fortificati o una distesa di fango interrotta da qualche scheletro di cemento? La risposta non è nelle idrovore che ora gridano nel buio, ma nella nostra capacità di fare un passo indietro. Smettere di invadere, ricominciare a coabitare. Perché la natura non sta tornando cattiva, ma è solo tornata a essere se stessa, in tutta la sua magnifica e terribile indifferenza verso le nostre piccole vite di plastica. Il fango sulle scarpe non si lava via con una rinfrescata di vernice. Rimane lì, come un avvertimento che abbiamo smesso di ascoltare.
Siete ancora convinti che quella macchia scura sulla parete del garage sia solo umidità, o iniziate ad intravedere anche voi il profilo di un fiume che rivuole il suo letto?
*Documentarista Unical