L'architetto della ‘ndrangheta (con il ciondolo della massoneria) che parlava con la politica: «Io, capo da trent'anni»
Docente di musica e professionista stimato, Fortunato Marino è per la Dda al vertice della ‘ndrina di Aretina. Dai verbali dei pentiti e dalle intercettazioni emerge il ruolo di cerniera tra clan, logge e palazzi del potere. «A Reggio Calabria comandiamo noi»
Esiste – non da oggi – un volto della 'ndrangheta che indossa i panni dell'intellettuale e del professionista. A Reggio Calabria, questo volto avrebbe il nome di Fortunato Marino: architetto, docente di musica nelle scuole medie, ma per gli inquirenti della Dda guidata da Giuseppe Borrelli, soprattutto, il capo locale di Aretina da oltre trent'anni. Marino incarna la "cerniera" perfetta: secondo l’accusa è un uomo capace di sedere ai summit mafiosi e, un attimo dopo, di muoversi con disinvoltura nei circuiti della massoneria e della politica.
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Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia delineano un profilo che va ben oltre la semplice affiliazione mafiosa. Sebastiano Vecchio, ex poliziotto e collaboratore di giustizia, descrive Marino (da lui chiamato "il prof. Marino") come un soggetto stabilmente inserito in circuiti riservati: «Si tratta di una persona molto amico di Mimmo Morabito, tiene i contatti sia con la ‘ndrangheta che con la politica... Porta sempre con sé un ciondolo con il simbolo della massoneria».
Questa appartenenza non sarebbe solo ornamentale. Per Maurizio Cortese, altro pentito chiave nell’inchiesta, Marino è un vero e proprio punto di riferimento operativo: «Essendo questo architetto Marino che si era avvicinato a me anche a livello ‘ndrangheta, a livello tutte queste cose qua, a livello massoneria... praticamente che era referente di questa massoneria».
Secondo Cortese, Marino utilizzava questo doppio binario per dirimere controversie che la sola forza militare non poteva risolvere, agendo come "garante" tra diverse fazioni e interessi economici.
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La statura criminale di Marino emerge con forza dalle sue stesse parole, catturate dalle microspie durante una conversazione con Domenico Stillittano. In un momento di orgoglio criminale, l'architetto rivendica la sua lunga militanza: «Io a trenta… quando mi sono sposato, a trentuno anni, no dopo... trentuno anni ero capo… a trentatré, trentaquattro anni ero capo locale, ne ho sessanta».
Per i magistrati antimafia non si tratta di millanterie. Gli inquirenti sottolineano come Marino governasse il territorio di Aretina con una struttura "piramidale" e "cerchi chiusi", vantando una stabilità che altre locali, come quella di Gallina, avevano perso a causa di arresti e collaborazioni con la giustizia. La sua autorità era tale da poter "battezzare" nuovi affiliati e conferire doti elevate come la "Santa" e il "Vangelo".
La valutazione degli inquirenti: un gruppo di potere integrato
Per i magistrati, Fortunato Marino non è un boss tradizionale, ma il perno di un «sistema di potere integrato». La sua figura viene valutata – sulla base delle dichiarazioni dei pentiti – come quella di un uomo dotato di una «pervicace capacità di tessere relazioni sia con la ‘ndrangheta che con gli apparati politici».
Secondo l'ordinanza, Marino esercitava una forma di "munus publicum" mafioso: i cittadini e gli imprenditori non si rivolgevano allo Stato, ma a lui per risolvere liti su confini terrieri, furti di attrezzature o problemi lavorativi. Egli appariva come il «saggio ed autorevole risolutore di diatribe», colui che poteva decidere chi avesse diritto a raccogliere il fieno in un campo o chi dovesse eseguire un lavoro edile, protagonista una "giustizia privata" alternativa a quella legale.
L'architetto degli affari e dei bonus
Il suo ruolo di professionista sarebbe stato funzionale agli interessi economici del clan. Sfruttando la sua partita Iva e le sue competenze, Marino si sarebbe ingerito nel business della riqualificazione urbana e dei bonus edilizi, individuando le ditte "amiche" e gestendo i flussi di denaro. Emblematico il suo avvertimento ai professionisti che venivano da fuori: «Qua siamo a Reggio e comandiamo noi!... non ci devono rompere i coglioni. Che si stia a Vibo e che non ci rompa le scatole a noi. Fino a che giochiamo, giochiamo, quando mi fa incazzare poi glielo dico io!».
In questo intreccio tra professione, logge e 'ndrine, Fortunato Marino emerge come il custode di un ordine arcaico ma modernissimo nella sua capacità di infiltrazione, capace di dire con fredda consapevolezza: «Insieme siamo imbattibili, senti a me».