Le card del reddito di cittadinanza come garanzia per pagare la droga, il sequestro e la paura degli indagati: «Ho ricevuto visite»
Le intercettazioni svelano le preoccupazioni degli indagati dopo i controlli e la domanda dal carcere di Aurelio Rocco Petrilli: «Il reddito l’hanno tolto?». Il sussidio statale al centro dei rapporti economici tra pusher e acquirenti nell’inchiesta “Social Card” della Dda di Catanzaro
Anche dal carcere, il reddito di cittadinanza continuava a essere una questione di cui parlare. «Allora dimmi una cosa, il reddito l’hanno tolto?», chiede Aurelio Rocco Petrilli in una conversazione intercettata e acquisita agli atti dell’inchiesta Social Card, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro insieme ai carabinieri della Compagnia di Girifalco. Una domanda che, nella ricostruzione dei fatti, restituisce il peso assunto dal sussidio statale nelle dinamiche economiche del gruppo, tanto da diventare un elemento da monitorare anche durante la detenzione.
L’indagine avrebbe fatto emergere una rete di spaccio di sostanze stupefacenti attiva in diverse province calabresi, nella quale il pagamento delle dosi di cocaina ed eroina sarebbe avvenuto anche attraverso uno strumento insolito: le carte del reddito di cittadinanza. Secondo l’ipotesi accusatoria, alcuni assuntori avrebbero consegnato le tessere ai propri fornitori, complete dei codici pin, consentendo loro di prelevare il denaro necessario a saldare i debiti accumulati per l’acquisto della droga.
Il sussidio statale sarebbe così diventato una sorta di garanzia per i pagamenti, permettendo ai pusher di recuperare le somme dovute direttamente dagli sportelli automatici, nei limiti del credito disponibile sulle carte. Un meccanismo emerso dalle attività investigative, dalle perquisizioni e dai sequestri eseguiti dai militari.
Nel corso di una perquisizione nell’abitazione di Antonio Saraceno e della convivente Nadia Squillacioti, i carabinieri avrebbero rinvenuto e sequestrato diverse carte del reddito di cittadinanza intestate a terze persone. Tessere che, secondo gli investigatori, sarebbero state utilizzate per regolare i pagamenti delle dosi di stupefacente. Lo stesso sistema sarebbe stato impiegato anche nei rapporti economici tra i referenti e gli intermediari del gruppo, tra cui Davide De Santis, nell’ambito della gestione dei crediti e dei debiti interni.
Le intercettazioni e la preoccupazione per le carte sequestrate
A documentare il ruolo delle tessere nell’economia dello spaccio sarebbero anche le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Alcuni messaggi acquisiti agli atti restituiscono la preoccupazione degli interlocutori dopo i controlli delle forze dell’ordine e il sequestro delle carte utilizzate per saldare i debiti.
«Buongiorno a voi, io stamattina ho avuto visite, che mi hanno denunciato di avere una carta di reddito non mia […] io dovevo prendere la macchina per arrivare da voi e si è fatto tardi. Se non è oggi sarà domani, così finisco di raccogliere ciò che mi rimane», scrive uno degli interlocutori in un messaggio riportato nell’inchiesta.
In un’altra comunicazione, il sequestro della tessera sarebbe stato collegato direttamente alla difficoltà di recuperare il denaro necessario a saldare quanto ancora dovuto: «Stasera avete la rimanenza, dovevo prendere dalla scheda che hanno preso e mi è andata male. Posso mandarvi con Giov?».
Le conseguenze del sequestro delle carte avevano un poso sui rapporti economici tra gli assuntori e i loro fornitori, con il rischio di ritardi nei pagamenti e di accumulo di debiti.
I debiti tra gli stessi indagati
Il ricorso al reddito di cittadinanza sarebbe emerso anche nelle conversazioni tra Davide De Santis e Manuel Suppa, nelle quali il tema del denaro si intreccia con le pressioni per ottenere la restituzione di somme dovute. Nel corso di uno scambio, Suppa avrebbe fatto riferimento alle difficoltà del periodo e al sussidio statale, mentre si discuteva della restituzione di un’automobile e dei soldi necessari a risolvere la questione.
«La macchina te la ridò quando mi dai i soldi», dice uno degli interlocutori. Nel prosieguo della conversazione compare il riferimento al «reddito di cittadinanza», inserito dagli investigatori nel quadro dei rapporti economici tra i due.
Le conversazioni avrebbero inoltre documentato come le variazioni degli importi erogati dall’Inps venissero considerate nella gestione dei debiti. In un messaggio, un interlocutore spiegava a un conoscente la riduzione del beneficio mensile: «Compà, ti hanno calato il reddito, al posto di 500 ti danno 260. Hai rinnovato l’Isee e sicuramente hai lavorato nel 2021 e quindi…». A seguire, il consiglio: «Parla col patronato, ti dirà la stessa cosa».
Il ricalcolo del sussidio sarebbe stato dunque uno degli elementi chiamati in causa per spiegare la riduzione della disponibilità economica e le difficoltà nel far fronte ai pagamenti.
Nel complesso, l’incrocio tra le conversazioni intercettate, i tracciamenti gps e i sequestri eseguiti dai carabinieri della Compagnia di Girifalco avrebbe contribuito a delineare il quadro indiziario esaminato dal gip del Tribunale di Catanzaro. Le carte del reddito di cittadinanza non sarebbero state soltanto uno strumento per ottenere liquidità, ma avrebbero assunto la funzione di una vera e propria garanzia patrimoniale per il circuito dello spaccio, permettendo ai fornitori di disporre di un mezzo concreto per recuperare le somme dovute dagli acquirenti.