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19/08/2026 ore 15.55
Cronaca

«L’indifferenza è il primo regalo che si fa alla ’ndrangheta». Da Cutro l’appello del Procuratore di Catanzaro Curcio

Dall’indifferenza alla zona grigia, il procuratore antimafia indica i comportamenti che rafforzano le cosche e rilancia la partecipazione civile durante l’apertura di Pedagogia dell’Antimafia

di Flavia Cotroneo

«L’indifferenza e i silenzi dei cittadini sono il primo regalo che si fa alla mafia. Lo Stato non sono gli altri. Lo Stato siamo tutti noi». 

Con queste parole forti il Procuratore Capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, Salvatore Curcio, ha concluso l’iniziativa svoltasi ieri sera nel bene confiscato alla ’ndrangheta presso il CELA di San Leonardo di Cutro, indicando nella partecipazione dei cittadini il terreno decisivo sul quale si gioca oggi il contrasto alla criminalità organizzata.

La manifestazione cutrese è stata anche apripista del XVI anno accademico (2011-2027) di Pedagogia dell’Antimafia dell’Università della Calabria. Una scelta tutt’altro che casuale. Da sedici anni il progetto educativo dell’Ateneo calabrese inaugura il proprio percorso non soltanto nelle aule universitarie, ma soprattutto nei territori, nei luoghi simbolo della rinascita civile e del riscatto democratico. Per questo la presentazione del volume Un’altra pelle. La scelta di Salvatore Cortese, ex killer della ‘ndrangheta che ha spezzato l’omertà, del giornalista Antonio Anastasi, è diventata molto più di un appuntamento culturale: una lezione pubblica di cittadinanza costituzionale celebrata in un bene confiscato alla mafia e restituito alla collettività, oggi gestito dal WWF Crotone.

A testimoniare il valore istituzionale dell’incontro erano presenti le massime autorità dello Stato: oltre al Procuratore Curcio, il Prefetto di Crotone Franca Ferraro, i vertici provinciali delle forze di polizia, a partire dal Questore Panvino, ai vertici dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Capitaneria di Porto,associazioni e numerosi cittadini. Una presenza che ha reso manifesto come il contrasto alle mafie rappresenti una responsabilità condivisa tra istituzioni e società civile.

Ad aprire l’incontro è stato Paolo Asteriti, presidente del WWF Crotone e animatore del CELA, che ha ricordato il valore simbolico del bene confiscato, trasformato da luogo del potere mafioso a presidio di educazione ambientale, legalità e partecipazione.

Cuore nevralgico di tutto l’evento è stato il contributo del Procuratore antimafia Salvatore Curcio che ha saputo, ancora una volta, evidenziare la necessità di una coscientizzazione quale strumento culturale per destrutturare l’alfabeto del potere mafioso.

«Lo Stato siamo tutti noi»

Il capo della Dda di Catanzaro ha indicato nella cultura dell’indifferenza uno dei principali fattori che consentono alle mafie di continuare ad esercitare il proprio potere.

«L’indifferenza e i silenzi dei cittadini sono il primo regalo che si fa alla mafia», ha ripetuto più volte, denunciando il rischio di una progressiva normalizzazione del fenomeno mafioso, quasi che il problema fosse ormai superato. Una normalizzazione che, secondo Curcio, riguarda tanto la percezione sociale quanto il modo in cui la presenza delle mafie viene affrontata nel dibattito pubblico.

Le organizzazioni criminali, ha poi spiegato, si alimentano dei silenzi, della rassegnazione e dell’idea che il contrasto alla mafia sia una responsabilità esclusiva della magistratura e delle forze dell’ordine.

Per questo ha ribadito con forza che la repressione, da sola, non basta.

«Lo Stato non sono gli altri. Lo Stato siamo tutti noi.» È stata questa la frase che ha raccolto il senso più profondo del suo intervento: una chiamata alla corresponsabilità democratica che rifiuta la cultura della delega e restituisce ai cittadini un ruolo attivo nella difesa delle istituzioni. Per Curcio la legalità non può essere affidata soltanto all’azione giudiziaria; richiede una comunità capace di partecipare, vigilare e assumersi responsabilità quotidiane.

La domanda di illegalità e la zona grigia

Tra i passaggi più significativi dell’intervento del Procuratore vi è stata anche la riflessione sul rapporto tra economia, imprenditoria e criminalità organizzata.

Curcio ha parlato apertamente della borghesia mafiosa, dell’imprenditoria collusa e di quella zona grigia che continua ad alimentare il potere delle organizzazioni criminali.

La mafia contemporanea, ha sottolineato, non vive soltanto dell’imposizione del pizzo o della violenza. Esiste una parte della società che continua a rivolgersi volontariamente alle organizzazioni mafiose per ottenere favori, protezione o vantaggi economici.

«Esiste un’offerta di illegalità, ma esiste anche una domanda di illegalità.» Una riflessione che ha spostato l’attenzione dalla sola responsabilità delle cosche a quella di chi accetta il compromesso, contribuendo a rafforzare il sistema mafioso.

Il Procuratore ha riconosciuto quanto oggi sia difficile fare impresa in un contesto nel quale la globalizzazione delle mafie rende sempre più sofisticate le forme di infiltrazione nell’economia legale. Ma proprio questa complessità, ha osservato, rende ancora più necessarie scelte limpide e credibili.

L’appello è stato rivolto prima di tutto agli imprenditori, ma anche ai professionisti, agli amministratori e ai cittadini. «Bisogna scegliere da che parte stare.» Per Curcio non esistono spazi neutrali.

La zona grigia finisce inevitabilmente per diventare uno degli strumenti attraverso i quali le mafie consolidano il proprio consenso e la propria forza economica. Ogni compromesso, ogni scorciatoia, ogni ricerca di convenienza personale rappresenta un tassello che alimenta il sistema criminale.

Per questo il Procuratore ha insistito sulla necessità di comportamenti pubblici, trasparenti e coerenti.

«La via di mezzo non esiste», ha affermato, invitando tutti a risvegliare il senso di appartenenza alle istituzioni democratiche e a rifiutare ogni forma di ambiguità. Perché, ha ricordato, quando si accetta il compromesso con la mafia si finisce inevitabilmente per essere fagocitati dal suo sistema di relazioni e di interessi.

La risposta educativa di Pedagogia dell’Antimafia

È proprio dentro questa prospettiva che si colloca il significato del XVI anno accademico di Pedagogia dell’Antimafia.

Le parole del Procuratore Curcio hanno rappresentato il filo conduttore di un’iniziativa che ha voluto mostrare come il contrasto alle mafie non possa esaurirsi nell’azione repressiva, ma debba diventare anche un progetto educativo permanente.

Nel suo intervento Giancarlo Costabile, docente di Pedagogia dell’Antimafia dell’Università della Calabria, ha richiamato il senso di un’esperienza nata nel 2011 e oggi riconosciuta come uno dei più significativi laboratori italiani di educazione alla legalità costituzionale. Da sedici anni il progetto porta studenti, magistrati, giornalisti, amministratori, forze dell’ordine e cittadini a confrontarsi direttamente nei luoghi più esposti alla presenza delle mafie, trasformando la formazione universitaria in un’esperienza di cittadinanza attiva.

Non è casuale che il nuovo anno accademico si sia aperto proprio in un bene confiscato alla ’ndrangheta. Quel luogo rappresenta la dimostrazione concreta di ciò che Curcio ha richiamato durante tutto il suo intervento: la legalità non è un principio astratto, ma una pratica quotidiana costruita attraverso la partecipazione, la responsabilità e la presenza dello Stato nelle comunità.

Un libro che diventa occasione di educazione civile

A moderare il confronto è stato il giornalista Simone Puccio, mentre Antonio Anastasi ha ripercorso il lavoro di ricerca che ha dato vita a Un’altra pelle, dedicato alla vicenda di Salvatore Cortese, ex appartenente alla ’ndrangheta che ha scelto di collaborare con la giustizia, rompendo il muro dell’omertà.

Ed è proprio nella scelta che emerge il valore pedagogico del libro. Un’altra pelle non racconta soltanto una collaborazione con la giustizia, ma interroga la possibilità di cambiare anche dentro una biografia profondamente segnata dalla violenza mafiosa. La ’ndrangheta appare così non soltanto come organizzazione criminale, ma come sistema culturale capace di costruire appartenenze, codici e comportamenti. Romperne il vincolo significa allora riconquistare la libertà di scegliere, assumendosi fino in fondo la responsabilità del proprio passato.

Il libro di Anastasi evita facili assoluzioni: cambiare non significa cancellare ciò che si è stati, ma assumersene la responsabilità e scegliere di interrompere la riproduzione del male. Responsabilità personale, possibilità del cambiamento, valore della verità e rapporto con lo Stato costituiscono, infatti, alcuni dei nuclei centrali del volume.

Temi che attraversano anche il lavoro culturale ed educativo che Giancarlo Costabile e Antonio Anastasi portano avanti da anni nel Crotonese insieme alla professoressa Rossella Frandina, docente di materie letterarie nei licei della città di Pitagora, soprattutto nel confronto con le nuove generazioni.

La storia raccontata da Anastasi ha trovato così una significativa corrispondenza nelle parole di Salvatore Curcio: se «la via di mezzo non esiste» e bisogna scegliere da che parte stare, Un’altra pelle mostra quanto questa scelta possa essere difficile e radicale, ma anche possibile.

In un bene confiscato alla ’ndrangheta, il messaggio ha assunto una forza ancora maggiore: un luogo sottratto al potere mafioso ha ospitato la storia di un uomo che ha scelto di sottrarsi allo stesso sistema. Si può cambiare la destinazione dei luoghi e si può cambiare la direzione delle vite. Ma servono responsabilità, libertà e il coraggio di rompere il silenzio.