Lo filmano mentre lo umiliano (anche) al cimitero: la paura della vittima nei video shock girati dalla banda della Piana
Perseguitato di notte, accerchiato e aggredito con una pistola alla tempia mentre i ragazzi riprendono tutto: i filmati nei telefoni svelano violenze sistematiche trasformate in spettacolo e poi diffuse. «Giravano per tutto il paese»
Nel mirino sono finite persone fragili, vittime di una sequenza continua di violenze, umiliazioni e soprusi. Per usare le parole degli inquirenti: un vero e proprio sistema di sopraffazione capace di generare un clima diffuso di paura nel territorio. Fino a questa mattina, quando il gip di Palmi ha disposto gli arresti domiciliari per Salvatore Carbone, 22 anni, di Polistena; Francesco Bono, 22 anni, di Polistena; Francesco Oppedisano, 21 anni, di Cinquefrondi. E l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per Giovanni Ciricosta, 22 anni, di Cinquefrondi; Angelo Serafino Chiappalone, 22 anni, di Melicucco.
Sequestri, umiliazioni e pestaggi: così agiva la baby banda del terrore nella Piana, le violenze filmate e condivise – NOMIViolenza da esibire sui social network
Questa violenza gratuita nella Piana di Gioia Tauro è stata ripresa, montata, condivisa. Trasformata in spettacolo da esibire sui social network.
E la vittima non denuncia. Non firma verbali. Non fa nomi. Ha paura. Di notte sente arrivare quei ragazzi — sempre gli stessi — che si arrampicano dalla canaletta, sfondano finestre, forzano porte. Entrano in casa mentre dorme. Lo svegliano, lo accerchiano. È successo “non è la prima volta”, dice. È successo ancora, pochi giorni prima. Ma il punto non è solo cosa fanno. È come lo fanno e perché: mentre accade, qualcuno filma.
Il video al cimitero nei telefoni della banda del terrore
I telefoni raccontano quello che le vittime non riescono — o non vogliono — mettere nero su bianco. Raccontano una dinamica precisa: il branco, le pressioni, le umiliazioni. E soprattutto, la ricerca dell’immagine.
Un video dura tre minuti e tredici secondi. Un’eternità. Siamo dentro un cimitero. La vittima è circondata. I ragazzi gli girano attorno, lo provocano, lo sfiorano, cercano il contatto fisico. Non è improvvisazione: è costruzione della scena. Vogliono farlo cadere, cercano una reazione. Lui lo capisce. Tenta di imporsi, alza la voce: «Ragazzi, vedete che vi struppio davvero…». È una difesa fragile, quasi disperata. Non funziona.
Loro ridono. Lo inseguono mentre prova ad allontanarsi. Lo stringono in cerchio. Qualcuno gli dice: «Noi qui dentro siamo i padroni». Non è solo una frase. È una dichiarazione di dominio, pronunciata mentre una telecamera registra tutto. Quando finalmente arrivano al contatto fisico, quando lo spingono fino a farlo sedere, il video ha già fatto il suo lavoro: costruire una gerarchia della paura e fissarla in immagini.
Un altro video, pochi secondi appena. Ventisei. Basta una frase per capire tutto: «Se gli dà una coltellata questo video diventa virale». Non sembra la traduzione di uno scatto d’ira. Appare tutto calcolato. La violenza è il contenuto da dare in pasto alla piattaforma.
Poi ci sono le spinte, le minacce gridate a volume alto, quasi teatrale: «Dimmi a chi vuoi che ammazzo… t’ammazzo… ammazzo tutti». Anche qui, la presenza della camera cambia tutto tanto che l’aggressione, l’intimidazione, diventano quasi performance.
«Non c'è un ritorno criminale», il procuratore Crescenti non usa mezzi termini: «Violenza gratuita per mettersi in mostra sui social»«I video giravano in tutto il paese»
Ma è nei frammenti più brevi, apparentemente marginali, che emerge il livello più basso - e più crudele - di questa escalation. L’uomo nel mirino della gang è in strada, ubriaco, vulnerabile. Fa i bisogni. Qualcuno riprende. Qualcuno ride. Qualcuno commenta. Il telefono indugia, insiste, non distoglie lo sguardo. Quando cade, quando le parti intime vengono inquadrate, il video non si interrompe. Anzi. Continua. Perché è lì che sta il “contenuto”.
Non basta più entrare in casa di notte. Non basta simulare un arresto, ammanettarlo, puntargli una pistola alla tempia - anche quella scena è stata registrata, con volti coperti e voci riconoscibili. Non basta rubargli il telefono, farlo cadere mentre cerca di riprenderselo. Tutto deve passare attraverso lo schermo. Tutto deve essere archiviato, condiviso, riguardato.
E infatti i video circolano. Lo dice lui stesso: «Pochi giorni dopo il video girava per tutto il paese». Però, continua, «non voglio denunciare perché ho paura e voglio stare in pace, e non avere problemi con nessuno. Sono dalla parte dei più deboli “donne e bambini” però così non è nemmeno giusto che durante il sonno vengono a disturbarmi con queste cose». La violenza cambia natura: non è più solo un atto, ma una replica continua. Ogni visualizzazione è una nuova esposizione, una nuova umiliazione.
«Ndu levamu». Togliamolo di mezzo
Nelle chat si legge: «Ndu levamu». Togliamolo di mezzo. Anche questo scritto dentro un dispositivo.
Quando i carabinieri entrano nella casa trovano una porta rotta, una catena montata dall’interno. Un tentativo rudimentale di difesa contro intrusioni ripetute. Ma contro i telefoni, contro quei video già fuori, già diffusi, non ci sono catene che tengano.
La vittima continua a dire che forse, per loro, è «uno scherzo». Le immagini, per gli inquirenti, sembrano raccontare altro. Raccontano una violenza che ha bisogno di spettatori. Che si alimenta di risate, di commenti, di condivisioni. Che trova nel video non una prova, ma un obiettivo. E che, senza quel video, forse, non esisterebbe nello stesso modo.