«Maria continua a parlare alle coscienze»: a 10 anni dall’omicidio Chindamo associazioni e istituzioni la ricordano a Limbadi
VIDEO | In località Montalto di Limbadi presenti scuole, comitati e rappresentanti dello Stato. La presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo: «Uccisa una donna che voleva essere se stessa»
La “scena criminis”, lo stesso metro quadro in cui venne uccisa Maria Chindamo, per usare le parole del fratello Vincenzo, è divenuto oggi, come ogni 6 maggio da 10 anni ormai, un luogo di rinascita. Davanti a quel cancello, muto testimone dell’efferato omicidio dell’imprenditrice di Laureana di Borrello, la sua memoria si è fatta ancora una volta viva. Grazie alle tante testimonianze: quella dello stesso Vincenzo, «un fiocco di neve divenuto valanga» (la definizione è dell’avvocato della famiglia Nicodemo Gentile), di Libera e delle associazioni antimafia, dei collettivi femministi, di giornalisti come Arcangelo Badolati che ha ricordato storie emblematiche di donne uccise dalla ‘ndrangheta. Di quanti sono arrivati stamane in località Montalto di Limbadi in occasione della ricorrenza.
Tra loro gli studenti dell’Istituto Piria di Rosarno e delle scuole dei centri vibonesi del circondario, le massime istituzioni locali e i rappresentanti delle forze dell’ordine, la Chiesa diocesana. Ancora, la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, la sottosegretaria Wanda Ferro. Una moltitudine di persone, sensibilità, storie, tutte tenute insieme - come quelle dei familiari delle vittime inncoenti di mafia presenti - da un comune anelito di giustizia e libertà.
«Siamo tutti qui, a dieci anni dalla sua scomparsa - ha detto Vincenzo Chindamo -, per continuare a costruirlo insieme quel cammino di libertà, non solo di una donna libera, ma di un intero territorio che ha necessità, desiderio, ha sete di liberarsi da questa pressione patriarcale, violenta, ‘ndranghetista, che ancora in questo momento sta rallentando il riscatto e il cambiamento di questa terra che merita ogni bene. Oggi qui ci sono le istituzioni a condannare, ci sono libere e liberi cittadini, ci sono autorità, ci sono pezzi dello Stato e del Governo. Ci siete voi giornalisti ad amplificare il nostro messaggio per portarlo a tutti i calabresi per bene, a tutti gli italiani onesti che si rivedono nella reazione che sta avvenendo qui. Ci sono anche le scuole, le associazioni, le cooperative e non possiamo più pensare che si possa trattare del fatto di un momento: dopo dieci anni possiamo definirlo un cambiamento. E il cambiamento è in atto».
Commovente il monologo dell’attrice Anna Manella, estratto dallo spettacolo teatrale Se dicessimo la verità. Una nessuna centomila, Agape, Penelope, Libera, Non una di meno, Consorzio Goel, Crisi come opportunità, Centro women studies Unical, Progetto Sud, Itg, Iti e Ite di Vibo Valentia: l’elenco non esaustivo delle realtà che hanno sostenuto l’iniziativa.
Al microfono gli interventi del comitato Controlliamo noi le terre di Maria, di Gentile e Badolati, del prefetto di Vibo Anna Aurora Colosimo, del presidente della commissione regionale anti-ndrangheta Marco Polimeni, di Maria Domenica Aurora Vecchio, rappresentante della Consulta studentesca regionale, della sottosegretaria al ministero dell’Interno Ferro.
Per quest’ultima, «oggi è un giorno di memoria in cui si rinnova quella richiesta di giustizia che i familiari, con grande dignità ma credendo molto nello Stato, chiedono. A questo si aggiunge ovviamente la presenza di tante scuole, associazioni, istituzioni che fanno comprendere come questa comunità ha tratto forza da questa grande ferita».
Da Limbadi anche un messaggio contro la prevaricazione patriarcale delle mafie che pretende di ridurre le donne nella sottomissione. «Il tema è molto aperto - ha annotato Wanda Ferro, bisognava dare nuovi strumenti alle questure, alle forze di polizia, alla magistratura, a tutti coloro che, ovviamente insieme al mondo delle associazioni, combattono questa piaga. Sicuramente Maria Chindamo ci avrà messo del suo perché racconta una storia di chi probabilmente è rimasta sola, di chi in qualche modo doveva avere un accompagnamento maggiore. Speriamo che questi strumenti, e non soltanto la repressione, possano servire per poter dire ai nostri giovani che insieme si è più forti, che bisogna denunciare, che non bisogna avere paura, che lo Stato è presente e che non arretra di un passo. Questo lo dobbiamo alle tante donne come Maria Chindamo che purtroppo non ci sono più».
Accorate le parole di Chiara Colosimo: «Maria Chindamo è una bandiera, non solo per questi territori ma per tutta Italia. Una bandiera che racconta come le donne ancora oggi rischiano di essere le prime vittime della ‘ndrangheta e non solo della ‘ndrangheta. Maria Chindamo ci ha raccontato che si può scegliere per la propria vita. E la risposta di questi territori, il lavoro che i familiari stanno facendo su questi territori, ci racconta anche che c'è una Calabria pronta a fermare la ‘ndrangheta. Noi siamo qui oggi per dare una vicinanza istituzionale ma soprattutto per lanciare un messaggio di speranza, quella speranza che cresce su queste terre. Ciò che colpisce nella storia di Maria è che si trattava di una donna che voleva semplicemente essere sé stessa e che qui continua a raccontarci che la mafia può essere sconfitta anche dalle scelte personali».